28 marzo 2014

Se il museo sbarca sul web

di Gaia Bindi

L’arca dell’alleanza tra web e cultura. Twitter, il colosso della comunicazione 2.0, ha lanciato nella settimana dal 24 al 30 marzo Museum Week , un’iniziativa globale dedicata al progresso dell’informazione museale. Il progetto ha coinvolto le più importanti istituzioni del mondo – tra cui il Prado di Madrid, il Centre Pompidou di Parigi, Tate Gallery e British Museum a Londra, alcuni italiani come il MADRE di Napoli, il MUSE di Trento, Castello di Rivoli, ecc. – attivando un canale di relazione tra un largo pubblico di interessati e il ristretto mondo degli addetti ai lavori, tra cui direttori e curatori. L’obiettivo è stimolare interesse condividendo notizie su artisti e opere, con iniziative divertenti sempre accompagnate da tweet con l’hashtag  #museumweek. Ogni giornata si sperimenta allora un’interazione diversa, dai quiz sull’arte agli aneddoti sui musei, dalle domande ai curatori ai selfie con i capolavori, incoraggiando perfino la creatività entro il contesto espositivo (#Get Creative, domenica 30 marzo).

Non è facile valutare gli effetti delle pratiche virtuali iperconnettive su realtà territoriali come i musei. Fin dal 1947 lo scrittore e ideologo André Malraux ha individuato come unica chance di sopravvivenza l’idea di un Museo immaginario che riproponga l’arte in una prospettiva astratta, come luogo mentale con le sue relazioni e metamorfosi. Ma non sono poche ancora oggi le perplessità nei confronti del web come “non luogo” culturale, che disperde l’identità di un assetto espositivo, l’unicità di una collezione, la materialità di un’opera d’arte. Trascurare tradizione e storia locale evoca il fantasma della “spettacolarizzazione integrata” annunciata da Guy Debord nei Commentari del 1988, cioè un eterno presente tecnologico pervaso da un nozionismo incontrollabile e inconfutabile.

Eppure la versione virtuale di un museo permette prospettive e criteri di approccio alternativi rispetto a un’esposizione in situ, la cui fruizione è vincolata dalla presenza in loco e dalla struttura dell’allestimento. Sul web è data facoltà di creare autonomi percorsi di indagine che partono dal computer di casa o dallo smartphone. Itinerari di conoscenza si sviluppano nel tempo e nello spazio attorno a un fulcro di interesse – un’opera d’arte, un artista, un soggetto, una data, una parola chiave – per libere associazioni di idee. Il sito unificato dei The Guggenheim Museums and Foundation è un esempio di questa possibilità, consentendo una ricerca sulle collezioni delle quattro sedi espositive (New York, Venezia, Bilbao, Abu Dhabi), sulle mostre internazionali anche concluse, su blog e articoli, concedendo il download di materiale documentario come fotografie e testi.

Ancora maggiori, rispetto al sito museale, possono essere le opportunità di apprendimento offerte dal mezzo perlopiù effimero della online exhibition. Nel settembre 2011 l’Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane, di concerto con l’Istituto centrale per gli archivi, ha stilato il documento Mostre virtuali online. Linee guida per la realizzazione . Vi è ribadita la non concorrenzialità di tale metodo espositivo con quello tradizionale, sottolineando il valore aggiunto nell’esperienza virtuale per la libertà di navigazione, il crossing dei contenuti, la facoltà di archiviazione dei dati.

Tra i primi e più convinti utilizzatori della online exhibition può essere ricordato lo Smithsonian Institute of American Art di Washington , presente in rete dal 1993 e oggi molto attivo sul fronte dei social network. Le numerose mostre virtuali istituite nell’arco di un ventennio danno la possibilità di leggerne i progressi nel tentativo di coinvolgere un pubblico che vada dallo studioso al curioso, proponendo esperienze diversificate sempre meno contemplative. Per esempio, in occasione della mostra Nam June Paik: Global Visionary allestita dal 13 dicembre 2012 all’11 agosto 2013, l’online exhibition ha aggiunto ai testi e allo slide show delle opere anche il podcasting per la condivisione di documenti audio e video, l’accesso al catalogo e ad alcuni contenuti documentari del The Nam June Paik Archive, il link alle collezioni del dipartimento The Film and Media Arts Initiative, video di riprese sull’allestimento della mostra, gli articoli e i servizi TV sull’evento e, a latere, un vasto materiale didattico per insegnanti. In aggiunta, l’invenzione di un’entità virtuale come PaikBot, replica di un’opera dell’artista coreano, si rivolgeva specificamente ai giovani perché interagissero col museo sui più frequentati network. Il robot faceva da guida su Flickr alle centinaia di foto dell’accrochage; rispondeva su Twitter a domande sull’evento e sull’artista; dava vita su Pinterest al progetto FlatPaikBot, dove la sua effigie digitale (o ritagliata da un pdf stampato) poteva essere contestualizzata in un qualsiasi panorama e postata come cartolina nella cartella I viaggi di PaikBot.

Mostre e musei hanno progressivamente adottato il web come opportunità per divenire consuetudine nella vita del pubblico. Ma talvolta scelgono invece di ritrarsi nel puro allestimento virtuale per essere maggiormente efficaci in territori ideologicamente difficili. È il caso della esposizione online Design and Violence , un esperimento curatoriale attualmente allestito sul sito del MoMA di New York per iniziativa della Senior Curator Paola Antonelli. Il progetto intende studiare le manifestazioni di violenza della società contemporanea attraverso prodotti di design che rivelino il ruolo della progettazione nella configurazione etica della vita sociale e ambientale. Iniziata nell’autunno 2013, la mostra si sviluppa con la presentazione reiterata di oggetti e progetti che mostrano relazioni ambigue tra design e violenza. Esperti di ogni campo – scienza, filosofia, letteratura, musica, film, giornalismo, politica ecc. – sono invitati a selezionarli, a suddividerli in sette categorie (Ferire/Infettare; Forzare; Stordire; Penetrare; Manipolare/Controllare; Intimorire; Screditare) e a impegnarsi attivamente in dibattiti con tutti i visitatori del sito.

L’esperimento di Design and Violence rende la online exhibition una grande opportunità, dal momento che supera la barriera della comunicazione e raggiunge l’obiettivo del dialogo circostanziato all’interno di una problematica socialmente utile. Ma ciò risulta possibile solo perché il MoMA è un museo riconosciuto come autorità internazionale in campo scientifico e perfino morale. Competenza e prestigio lo rendono credibile coordinatore in una discussione che riesce a dare senso e ordine all’endemica futilità del web.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0