26 gennaio 2017

Se piace, è lecito?

Durante l’Età dell’Oro non c’era né miseria né fatica, né odio né leggi, ma solo prosperità, innocenza e rettitudine, e soprattutto un fresco vento primaverile. Lo stesso che soffierà anche nel foyer del Teatro India fino al 29 gennaio grazie a tre grandi ventilatori posti in alto, al limite della scena di Aminta. S’ei piace, ei lice.

Il mondo idilliaco è quello descritto da Torquato Tasso nel suo dramma pastorale del 1573, l’Aminta per l’appunto, e qui presentato nella riscrittura drammaturgica di Erika Galli e Martina Ruggeri. Una nuova prospettiva dialettica, grazie alle suggestioni visive di Luca Brinchi e Daniele Spanò, considerati tra i migliori registi multimediali e artisti visuali del momento. La loro è una rilettura in chiave performativa: per quaranta minuti vengono perfettamente orchestrate musica, effetti sonori e illuminotecnici, proiezioni e performance. Classicismo e modernità.

Un locus amoenus, il bosco, la luce che filtra tra le foglie; una fanciulla al fiume, un ragazzo che la cerca impacciato e poi si perde nel labirinto di alberi. I due, belli come in un video musicale o nello spot di un profumo, non pronunciano una sola parola (le loro voci si sentono solo fuori campo); hanno gli occhi sgranati, l’aria innocente. La storia dell’amore apparentemente senza speranze che il pastore Aminta (Lorenzo Anzuini) prova per la ninfa Silvia (Clelia Scarpellini) – nucleo del dramma originario - scorre e si moltiplica su due grandi schermi, in un’atmosfera di sospensione eterea. Sospensione che richiama il tempo mitico dell’Arcadia (il mondo intatto evocato dal Tasso) e contemporaneamente lo nega, facendolo stridere con uno stile di riprese alla The Blair Witch Project e con la musica elettronica di Franz Rosati che fa da ruvido contrappunto ai visi e ai gesti puliti dei due protagonisti. Le voci del coro – Dafne e Tirsi – parlano con i versi del Tasso, ma arrivano da due megafoni appesi ai bracci di grandi metronomi di legno, specie di macchine oniriche che strizzano l’occhio a Cronenberg.

L’apice del dramma è segnato dall’arrivo di qualcosa che va oltre la pura idea di contrasto. Una pedana d’oro viene posizionata al centro della scena, un uomo seminudo si fa avanti in un accavallarsi di muscoli: è un culturista, è immenso. Con lentezza rituale, prende a cospargersi tutto il corpo di una crema dorata: è l’apoteosi della forza bruta. È la rappresentazione contemporanea del satiro che troviamo nel dramma del Tasso. Nello spettacolo, però, l’antico si fa moderno non solo da un punto di vista stilistico: non solo perché un testo del passato viene messo in scena e destrutturato nel modo più contemporaneo possibile.

Nella pièce riecheggia di continuo quel S’ei piace, ei lice (“se qualcosa piace, è lecito”) che nel dramma originario era funzionale alla descrizione di un mondo lontano dagli impacci e dalle censure della morale. Dove l’amore era libero, dove il piacere non era peccato. Anche nel dramma del Tasso il satiro tentava di violentare Silvia, poi però la favola procedeva verso il lieto fine: Aminta – credendo morta Silvia – tenta il suicidio buttandosi da un dirupo, ma le piante attutiscono la caduta e lo salvano. Silvia, che in realtà è viva, credendo a sua volta morto il pastore, decide di aprirgli il suo cuore. Quando Aminta si risveglierà potranno finalmente coronare il loro amore.

Tentati suicidi, amore negato, stupro. Nella versione di Brinchi e Spanò il lieto fine non c’è. Lo schermo insiste sulle immagini di Silvia legata all’albero – fotogrammi esteticamente perfetti, dunque ancora più crudeli. Nell’esatto momento in cui il culturista inturgidisce i muscoli e la ninfa sul video sopra la sua testa cerca di liberarsi, irrompe violentissima una luce ad accecare il pubblico. Il contrasto su cui si gioca tutta la rielaborazione del testo antico diventa qui esplicito. Richiama una violenza fin troppo moderna, totalmente immersa nell’oggi. E su questa strada appare più a fuoco anche quanto visto fin dall’inizio: i due giovani belli e algidamente non comunicanti non si scambiano una parola, vivono di un non dialogo, che forse, in fondo, è un non amore. E ancora, il narcisismo egotistico di Silvia può essere letto in chiave modernissima come la versione nobile della brutalità virile e altrettanto narcisistica del satiro.

Sì, lo spettatore è accecato dalla luce e i tasselli sembrano andare al loro posto. Siamo chiamati sul ciglio pericoloso che separa il seguire i propri istinti dal senso di responsabilità nei confronti di ciò che ci circonda (gli altri, la società, la legge). La violenza della luce che per un attimo fa tutto bianco sembra cercare in chi guarda il disincanto. Vuole innescare una presa di posizione su quel S’ei piace, ei lice, sulla sua complessità. Parole che non possono più descrivere un mondo paradisiaco. Parole che oggi, in un’epoca di egotismo sconfinato, sembra un dovere morale e politico contrastare. 

 

Aminta. S’ei piace, ei lice., Di L. Brinchi e D. Spanò , Roma, Teatro India Fino al 29 gennaio

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0