21 ottobre 2015

"The Lobster" e il tabù della solitudine

Ho riso per un ballo silenzioso, per un uomo che sbatte la faccia contro un mobile con l’intenzione di farsi uscire il sangue dal naso, per il supplizio del tostapane (castigo pubblico per il masturbatore), gli amplessi simulati, le aragoste solo evocate. Mi si è ritorto lo stomaco per un cane ucciso e per i conigli insanguinati, per un tentato suicidio, per la caccia ai Solitari. Ho provato un senso di fastidio all’idea che degli uomini si possano trasformare in animali, un fastidio fisico. E anche se i riferimenti distopici potrebbero essere molti, The Lobster (il film di Yorgos Lanthimos, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2015) mi ha ricordato soprattutto la dialettica tra natura umana e natura animale che c’era in un bel libro dell’anno scorso: Quando eravamo prede di Carlo D’Amicis. Anche se poi l’animalità nel film sta soprattutto in due poli opposti: la ferocia di chi castiga i liberi e lo slancio dissennato di chi desidera essere amato e agisce per istinto, contro ogni ragionevolezza. Sono rimasta incantata dalla precisione, dall’eleganza della prima parte del film: le atmosfere stranianti dell’Hotel, le donne e gli uomini vestiti nello stesso modo, i balli, la piscina, il tiro al bersaglio, le presentazioni pubbliche, le simulazioni della vita di coppia. Mi sono annoiata quando l’assurdo e la stranezza si sono standardizzati nel lungo arco di un racconto che è diventato via via più claustrofobico, senza speranze, sempre più lontano dall’interessante assunto iniziale: gli uomini che diventano animali.

Ma soprattutto, dall’inizio alla fine, e anche dopo, sono stata pervasa da uno strisciante senso d’imbarazzo.

The Lobster è la storia di David (Colin Farrell). Dopo essere stato lasciato dalla moglie, secondo le leggi della Città, come ogni single, David deve recarsi all’Hotel – qualcosa di molto simile a un campo di concentramento di lusso. Se entro quarantacinque giorni non troverà una compagna, verrà trasformato in un animale a sua scelta (in questo caso, un’aragosta). Dall’altra parte, invece, oltre i confini della Città, c’è il Bosco, il mondo dei Solitari, coloro che lottano contro la tirannia delle coppie imponendo la tirannia – altrettanto feroce - della solitudine, dell’autosufficienza. (È nel Bosco che David incontrerà la donna del suo destino - Rachel Weisz -, miope come lui, romantica come lui).

D’altronde l’universo di The Lobster è di un manicheismo senza scampo, che si estende a ogni più piccolo dettaglio. I bisessuali non sono contemplati; o si indossa il 45 di scarpa o il 46, non esistono le mezze misure…

In The Lobster ci sono attori bravissimi: oltre a Farrell e Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw, Léa Seydoux, Ariane Labed e Angeliki Papoulia. Le musiche di Beethoven, di Nick Cave, le sinfonie disturbanti di Alfred Schnittke. Si cerca qualche eco di Asimov o di McCarthy, ma si rimane frustrati. Si “sentono” Orwell, Bradbury, il sadismo di Burgess. I collegamenti con i più famosi universi distopici, mentre sei seduto sotto lo schermo, sono quasi immediati, ma nessuno soddisfacente, nessuno davvero esaustivo. A dominare è il senso d’imbarazzo di cui si diceva prima, incarnato dai modi impacciati di Colin Farrell, i suoi occhialetti, l’andatura con qualcosa di Chaplin, la postura impiegatizia uscita da un racconto di Gogol’. Il fatto è che The Lobster è una “distopia emotiva”: sotto controllo sono i sentimenti. L’individualità perde il suo valore, la libertà di scelta è tanto compressa da implodere. Si assiste alla rappresentazione scenica di un pensiero parallelo, più o meno cosciente, più o meno condiviso: non una proiezione futura, per quanto si suggerisca l’ambientazione in un non precisato domani. È qui l’imbarazzo il disturbante, il fastidioso. Non c’è vera distanza, quel senso di lontananza di molte distopie; qualcosa ci rispecchia, preme contro l’ipocrisia, e contro la nostra sensibilità. L’imbarazzo è un brusio di fondo che accompagna il film, che è dentro i pensieri.

Mentre si assiste al destino di una giovane donna che, prima di essere trasformata in un pony, chiede di poter vedere il proprio film preferito, ci si rivede entrare da soli in un negozio, nella sala d’aspetto di un dottore, in un bar. L’assenza di musica fa apparire quei luoghi vuoti, in qualche modo osceni. Quando Farrell siede al suo tavolo singolo per la colazione, ci si rivede da soli al ristorante, la sensazione imbarazzante di essere nudi, anche se indossiamo il nostro vestito migliore. Ci sentiamo osservati, giudicati da chi ci sta intorno, cogliamo il loro disagio. Il loro disagio aumenta il nostro. E così tiriamo fuori il telefonino, chiediamo la connessione. Se non c’è, ci arrabbiamo, perché nessuno resiste a essere in un posto senza essere anche altrove. Facciamo una telefonata, o una chiacchierata su WhatsApp, che tanto ci risuona in testa come una conversazione vis-à-vis.

La solitudine e il silenzio sono un tabù, il vero tabù di un’epoca connessa. Hanno qualcosa di animalesco, di non addomesticato. Di forastico.

È questo che stiamo vedendo mentre vediamo The Lobster? È a questo che pensiamo distraendoci dal film?

La riflessione porta molto al di là dell’essere single o accoppiati. Usciti dal cinema rimangono molti interrogativi legati all’autenticità, alla libertà personale, alla solitudine momentanea come diritto da difendere costantemente (al lavoro, ma anche in famiglia): la solitudine come piccola scomparsa, come ritorno a sé stessi. Tutte cose che in effetti nel film non ci sono davvero, tutte implicazioni psicologiche che vanno ben oltre i suoi confini.

Chissà se Lanthimos sarebbe d’accordo. Io credo di sì.

 


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