17 aprile 2014

Un giardiniere alla casa bianca

di Marco Tagliaferri

“Ognuno ha i propri misteri: i propri pensieri segreti,” diceva Holderlin, “i misteri del singolo individuo sono miti e riti esattamente come erano quelli dei popoli.”

Che il fascino di questa affermazione, la quale lega indissolubilmente microcosmo e macrocosmo in una continuità fluida e ininterrotta, sia scaduto, nel corso del tempo, a caricatura di sé stesso, lo dimostra la ormai imperante “volontà di sapere”, quella volontà sempre più forte di percepire e leggere l'indicibilità interiore dell'individuo attraverso una rete di “miti e riti” che ognuno, se non decifrare, può affrontare come linguaggio interpretabile e traducibile nella propria esperienza personale, facendolo calare così fra le maglie del proprio vissuto per conferire ad esso direzione e significato.

Ma quando questa volontà si scontra con un'opacità impenetrabile, talmente densa da impedire ogni sguardo indiscreto, gli effetti possono essere dirompenti. E incredibilmente, tragicamente comici. Chance, il protagonista di Oltre il giardino di Jerzy Kosinski (appena ristampato da Minimum Fax), oppone al mondo che lo circonda un vuoto così perfetto e inattingibile da spingere gli altri a colmarlo con la loro visione della realtà, i loro pensieri e le loro idee.

Da sempre ospite nella casa del Vecchio con le mansioni di giardiniere, del tutto inconsapevole, se non attraverso le immagini televisive, di ciò che accade oltre “l'alto muro di mattoni rossi coperto d'edera” che lo separa dalla strada, un giorno Chance è costretto, a causa della morte del suo protettore, ad abbandonare la casa dove ha sempre vissuto per sprofondare nella realtà spessa e greve di cui lo schermo gli ha solo mostrato l'esile fantasma e a divenire suo, grazie ad una serie di bizzarre coincidenze, il punto di riferimento di una nazione sottoposta ad una grave crisi economica, che nella sua ingenuità capace di esprimersi solo attraverso immagini legate al giardinaggio vede un pragmatismo finalmente sereno ed equilibrato, una filosofia di vita che il presidente degli Stati Uniti elogia, in un discorso ufficiale, come unico modo per combattere la crisi e superarla.

“L'ascesi bizantina consigliava di farsi passare gioiosamente per idioti”; ma quando lo spazio per il metaforico scompare all'improvviso, diviene letterale e non “vuole dire altro di ciò che letteralmente dice”, oltre ai nomi di Wakefield, Bartleby o Mr. Magoo, che Giorgio Vasta, nella sua bella prefazione, evoca assieme a quello di Chance, il pensiero corre immediatamente ai personaggi di Beckett, ai vari Molloy o Watt, i quali, espulsi all'atto della nascita dal Paradiso, si ritrovano loro malgrado gettati in un'esistenza di sofferenza, unica espiazione possibile per il “peccato di essere nati.” Personaggi incomprensibili in quanto tautologici, la cui letteralità viene sempre innescata, in quanto indecifrabile, da un meccanismo metaforico che la traduce e la rende leggibile. Ad un certo punto del romanzo, ad esempio, la confessione di Chance, che è realmente analfabeta, di non sapere scrivere, fa scattare nell'editore che gli stava proponendo di pubblicare un libro la risposta più paradossale: “Ma chi sa scrivere, oggigiorno? Non è un problema. Possiamo fornirle i nostri migliori redattori e ricercatori.”

Come sarebbe possibile ignorare, d'altronde, la misura in cui il metaforico è stata la chiave d'accesso a tutto il letterario e alla socialità che esso implica. In Kosinski questo movimento è percepito con visione chiarissima, che si manifesta nell'incompatibilità di due codici continuamente in attrito fra di loro: un incipit parodia geniale, dal quale purtuttavia indenne esce proprio quel vuoto dal quale, in apparenza, la letteratura non potrebbe mai nascere. Vasta sottolinea con grande forza questo passaggio: com'è possibile che il luogo dal quale il linguaggio e tutto il suo valore simbolico dovrebbero uscire polverizzati e sconfitti, quel luogo che la frase di Bartleby I would prefer not to sintetizza così perfettamente, sia in realtà creazione letteraria e linguistica suprema, talmente forte da assorbire quel silenzio ottuso e opaco che, come un alone oscuro e funebre, circonda la letteratura come sua negazione e, allo stesso tempo, come limite che ne è la garanzia di esistenza?

Nel 1979, otto anni dopo la pubblicazione del romanzo, Hal Hashby dirigerà un Peter Sellers in stato di grazia nella bella versione cinematografica di Oltre il giardino, che per Kosinski, responsabile della sceneggiatura, sarà preziosa occasione di rilettura e reinterpretazione della propria materia: ed è proprio nell'espressione inerte e meccanica che Sellers dona al suo personaggio che emerge, con ancora maggiore chiarezza, la natura di ostacolo che Chance assume di fronte a tutto; l'essenza dirompente della pagina bianca.


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