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15 marzo 2017

Uno sguardo totale e divorante. La poesia di Andrea De Alberti

di Marco Tagliaferri

L’interpretazione che voglia aprirsi una strada, finalmente reale, verso il poetico, dovrà decidere di stornare da sé qualsivoglia tentazione di parlare dei contenuti o dei temi svincolati dall’intreccio che li tiene avvinti, in un viluppo inestricabile, alla materia verbale e sonora; dovrà, in altre parole, abbandonare quella poesia che potremmo definire, sulla scorta di Savinio, “fisica”, in quanto mera e banale “messa in bella” delle cose del mondo fisico (tutta la poesia storica, patriottica, di costume, le effusioni sentimentali ecc.) per volgersi ad una visione che sintetizzi e renda nella forma di un organismo non scisso il canto elevato alla vita intesa nella sua totalità. Non sarà più, perciò, poesia didascalica, poesia composta de, bensì canto emesso apud, presso qualcosa di impossibile da immobilizzare, pena la sua riduzione a scoria morta e disidratata, nell’illusione esiziale che il pensabile sia già stato tutto pensato una volta per sempre e che nell’invisibile non sia annidato più nulla. In questo senso, la poesia di Andrea De Alberti lascia emergere grazie alla forza della sua lingua, da un fondo oscuro inattingibile al pensiero discorsivo e cronologico, quel barbaglio di luce che lo sfavillìo del metallo più duro e incandescente produce quando viene percosso. E lo fa, nella sua ultima silloge appena pubblicata da Einaudi nella prestigiosissima “collana bianca”, Dall’interno della specie, con un magistero raro e prezioso, non a caso evocato dalla dedica a Cesare Segre in limine alla raccolta, a testimoniare così la sua natura, profondamente radicata nella scrittura intesa come sguardo totale e divorante, lontanissimo, come si diceva, dall’ars poetica intesa come abbellimento o decorazione.    Questo mondo non ancora sbriciolato, “il sogno di un mondo / dove le emozioni hanno dal principio / riconosciuto la mente sotto un unico ombrello”, De Alberti tenta di afferrarlo attraverso la ricostruzione di uno scenario che non veda alcuna soluzione di continuità nella storia del nostro esserci, tentando così di rovesciare il risultato per cui “L’evoluzione della specie è un fallimento amoroso / fra la scimmia e una persona”; e constatando le “ragnatele di infinito” che tutto tengono, in una continuità cui anche la rottura più improvvisa non potrà che tendere. Un movimento, dunque, il quale, legato com’è a quell’irrevocabilità dell’istante che tanto assillò il Rilke delle Duinesi, non si lascerà mai catturare dal pensiero discorsivo, bensì da una lingua che sia capace di intenderne la transitorietà come autentico perdurare; da una lingua che sia capace, insomma, di porsi come luogo utopico fra un mondo che svanisce e un mondo che dalle sue maglie nasce e si produce, attraverso quella clavis unica costituita dall’enunciazione, figura nella quale De Certeau individuò più un “posto mistico, una traiettoria luminosa, un non-luogo” che non una positività.  E l’ampio verso che De Alberti mette in atto, dotato di una ritmica così ricca da essere capace di attraversare in toto lo spettro che va da un’intonazione più lirica (“Come è temporanea questa gioia / che mai ci aveva e ci prendeva sul serio”) fino ad una quasi saggistica (“Precipitando in una grotta dalla quale non sarebbero più usciti / gli scheletri formano in un perfetto cerchio una famiglia.”), passando attraverso prove più narrative (“Arriva puntuale ogni anno lo scimmione dello zoo, / ricordo Milano in una gabbia, / i pantaloncini corti e una maglietta gialla, / l’arte del recupero: i panini con la cotoletta fredda”, che evocano il sapore di alcuni passaggi di Von Rezzori), ecco, questo verso nulla sarebbe comunque se ad innervarlo non fosse la figura del padre che esso, in uno sforzo disumano, tenta di plasmare in figura immaginale (che non indica, come è noto, alcunché di immaginario o di inventato): quello sforzo, che non può che nascere da una dolorosa iniziazione extra-poetica, di proiettare la singolarità di un’esperienza verso il cielo del mito (“Ettore alza al cielo Astianatte, / simbolo antico, affetto e compromesso, / lo eleva con le braccia e col pensiero”), o l’orizzonte della genesi dell’umano (“Il grande fenomeno che prepara l’ominizzazione / e che compie, crediamo, l’Homo sapiens, / non è l’uccisione del padre, / ma la nascita del padre.”) o, ancora, quello privato della accettazione della propria nascita (non biologica, ma esistenziale) da una rottura, magari anche solo di un biglietto, come recita una delle composizioni più limpide del libro, Un altro padre, un altro figlio.  


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