13 aprile 2016

Via della Seta: Al-Raqqa. La capitale oscura

di Gianfilippo Terribili

Bandiere e drappi neri campeggiano incontrastati in quella che fino a poco tempo fa era una tranquilla cittadina della provincia siriana. Assurta agli onori della cronaca, Raqqa è conosciuta da due anni a questa parte come la capitale dell’auto proclamatosi Stato Islamico guidato dal Daesh, gruppo meglio noto in occidente col nome di Is. Qui i ribelli hanno stabilito centro direzionale e istituzioni governative, trasformando la città in un laboratorio sociale a cielo aperto dove le leggi della sharīʿa e l’ideologia dei nuovi dominatori vengono imposti con rigore. Esecuzioni sommarie, pattuglie di polizia religiosa e bombe che piovono dall’alto costituiscono lo scenario quotidiano vissuto dall’esausta popolazione. La scelta di rendere Raqqa quartier generale dell’Is non è casuale e trova motivazioni tanto strategiche quanto ideologiche. Dal primo punto di vista la città è situata sul medio corso dell’Eufrate, in un’area nevralgica che funge da collegamento fra le diverse regioni d’Iraq e Siria cadute in mano al gruppo integralista. La medesima funzione di porta d’accesso alla Mesopotamia ha determinato importanza e vocazione dell’insediamento urbano da epoca antica a quella medievale. Sorta su rotte carovaniere che intersecavano l’attraversamento del grande fiume, la città ebbe infatti una lunga tradizione di caposaldo militare e centro commerciale. In periodo ellenistico furono i Seleucidi a sfruttare le potenzialità dell’area fondando le colonie di Nikephorion e Kallinicos. Con l’ascesa di Roma e la conseguente frizione col regno iranico dei Parti prima e dei Sasanidi poi, Callinicum divenne importante roccaforte sul turbolento limes orientale. Nonostante per secoli i due imperi rivali si siano confrontati in duri scontri armati, la permeabile area frontaliera fu animata da continui scambi interculturali che diedero vita a una società aperta ed eterogenea. La conquista araba (639 d.C.) non pose fine alla rilevanza dell’antica città rinominata al-Raqqa; al contrario fu nel periodo califfale che questa conobbe il suo massimo splendore artistico ed economico, rivaleggiando per magnificenza con la grande Baghdad. Grazie a opere di canalizzazione i nuovi governanti incrementarono grandemente la produzione agricola della vasta regione di al-Jazira (alta Mesopotamia), creando i presupposti per lo sviluppo di floridi centri urbani. Sotto gli Abbasidi alla città vecchia fu affiancato un nuovo insediamento, al-Rāfiqa, le cui imponenti mura, protette da 132 torri circolari, ospitavano una delle più grandi moschee congregazionali dell’epoca. La liberalità di costumi e di professione religiosa garantita dai califfi permise alle comunità cristiana ed ebraica di prosperare e mantenere le proprie istituzioni religiose, arricchendo la varietà culturale della Raqqa medievale. Per popolazione i due centri gemelli superavano di gran lunga le altre città della Siria e dell’impero abbaside, avvicinandosi per dimensione alla metropoli Baghdad. Fu questo uno dei motivi che spinsero l’abbaside Harun al-Rashid (786-809), contemporaneo di Carlo Magno, a stabilire qui una residenza califfale alternativa a Baghdad dalla quale pianificare attacchi contro i nemici bizantini. Su una superficie di quasi 10 km2, al margine dei due abitati, fu progettato un quartiere palaziale con estesi giardini e strutture monumentali per il califfo, la sua corte e l’immenso tesoro. Nelle ampie sale di rappresentanza fregi in stucco esibivano un raffinato repertorio figurativo in cui dominava il motivo della vite nelle sue molteplici varianti. In tale ambiente fiorì rapidamente la cultura cortese. Lo stesso Harun al-Rashid fu sovrano particolarmente attento a lettere e scienze costituendo il primo nucleo di una delle più celebri biblioteche e istituzioni accademiche del mondo islamico, “La casa della Sapienza” (Bayt al-Ḥikma) di Baghdad. Non è quindi casuale che il suo nome sia ricordato favorevolmente più volte nelle Mille e una notte e che la tradizione posteriore abbia idealizzato la sua figura come modello di buon sovrano. Durante il suo regno all’ombra dei giardini e dei patii di Raqqa sapienti e letterati condividevano riflessioni o discutevano temi filosofici mentre nei simposi a corte brani e poesie venivano recitati alla presenza del califfo. Quando lo splendore del primo periodo abbaside si eclissò seguirono secoli di decadenza e marginalità; se il viaggiatore ebreo Beniamino di Tudela (XII sec.) registrò qui una sinagoga ancora operante, il viaggiatore e narratore ottomano Evliya Çelebi visitò le maestose rovine nel 1649 trovandole abitate da una manciata di pastori nomadi. La riconversione di Raqqa in centro amministrativo provinciale si ebbe a fine epoca ottomana, con un decisivo sviluppo urbano solo nel secondo dopoguerra. La leadership dell’Is sembra quindi voler sfruttare appieno tutti i vantaggi strategici e ideologici insiti nella scelta di rendere Raqqa la propria capitale; oltre alle linee di comunicazione che qui convergono, il retaggio della città offre infatti l’opportunità di riallacciarsi a un passato militare glorioso e all’eredità storica califfale. Lo stridore più acuto non consiste tanto nel confronto fra la drammatica realtà attuale e un discutibile modello occidentale, quanto in un paragone interno alla civiltà islamica stessa che contrappone la tollerante società della Raqqa capitale del califfato abbaside, mille e duecento anni fa, alla cupa esperienza dello pseudo-califfato contemporaneo. Un’antitesi contraddittoria che solo la società islamica può affrontare e risolvere.

 


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