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17 maggio 2018

A Sofia riprende il dialogo tra Unione Europea e Balcani

di Nicolò Carboni

Ormai più di cinquant'anni fa, con la Seconda guerra mondiale ormai finita e mezza Europa da ricostruire, Winston Churchill ebbe modo di definire i Balcani con uno dei suoi fulminanti aforismi: «Si tratta di una terra che produce più storia di quanta ne possa digerire». Il vecchio statista aveva visto appena la prima metà del suo secolo, chissà come avrebbe commentato l’ascesa di Tito, le guerre iugoslave, l’assedio di Sarajevo, Srebrenica, il socialismo reale di Hoxha e l’indipendenza del Kosovo. Se davvero i Balcani mal digeriscono la storia, alla fine del Novecento erano in preda a una tremenda indigestione.

All’alba del nuovo secolo solo Slovenia e Croazia hanno completato il tortuoso percorso che – insieme a buona parte dell’Europa ex comunista – le ha portate a essere membri compiuti dell’Unione Europea. Il resto dei Balcani si trova ancora in un limbo politico, eternamente seduti nella sala d’attesa, aspettando che le porte del club si spalanchino. Se fino a pochi anni fa i destini di Serbia, Bosnia, Montenegro, Albania e FYROM (Former Yugoslav Republic Of Macedonia) apparivano marginali rispetto alle magnifiche sorti progressive dell’integrazione europea, oggi non è più così. Alla fine degli anni Novanta questi piccoli Paesi, in massima parte devastati da orrende guerre fratricide e frettolosi nel convertire le loro economie al capitalismo, vedevano nell’Unione Europea l’unico possibile appiglio per sopravvivere in un mondo dove la globalizzazione sembrava espandersi a passo da bersagliere.

Nel frattempo molte cose sono cambiate, Russia e Turchia hanno riscoperto la loro naturale vocazione imperiale e, imparando dalla Storia, conoscono bene il valore strategico, culturale e geopolitico di quelle terre martoriate; nel mentre la nuova Cina globale di Xi Jinping guarda alla penisola come una possibile testa di ponte per accedere all’Europa continentale senza pagare il fio all’Unione. Se ci pensiamo bene non c’è nulla di nuovo: i Balcani sono terra di appetiti voraci, da Alessandro Magno in poi tutti gli imperi, per un motivo o per l’altro, hanno tentato se non di domarli quantomeno di servirsene.

L’Unione Europea, insomma, ha concorrenza perfino in quello che dovrebbe essere il suo giardino di casa ma, per una volta, non si è fatta cogliere del tutto impreparata: Macedonia, Serbia, Albania, Montenegro sono, seppur con diversi percorsi, tutti sulla via dell’adesione alla UE, mentre Bosnia e Kosovo godono di una serie di accordi commerciali, di sviluppo e di cooperazione privilegiati.

L’obiettivo dell’Unione è di normalizzare l’area entro il 2025, un progetto abbastanza ambizioso che, almeno per ora, si scontra con alcuni ostacoli. Il primo e più cogente è il rispetto dello Stato di diritto: i sistemi giudiziari, di polizia e istituzionali balcanici sono ancora abbastanza deboli, con corruzione dilagante e pesantissime infiltrazioni criminali. In Kosovo, addirittura, non è del tutto completa la transizione dal regime militare a quello civile, senza contare che alcuni Paesi importanti (come la Spagna) rifiutano di riconoscerne la sovranità statale per non dar fiato ai movimenti indipendentisti europei.

Come se non bastasse, in ossequio al vecchio Winston, ci sono pure alcune scorie del passato resistenti a ogni tentativo di pulizia: formalmente Albania e Grecia non hanno mai firmato alcun trattato di pace dopo la fine della Seconda guerra mondiale e, sempre Atene, non riconosce alla FYROM il diritto di usare il toponimo Macedonia. La grande Storia e le piccole storie locali finiscono così per intrecciarsi in un nodo di Gordio (per citare forse il più grande abitatore di quelle zone) difficilissimo da districare. Immaginando, per un attimo, di fare come Alessandro – che tagliò l’intreccio con un colpo deciso di spada – i problemi non sarebbero però finiti: la maggioranza dell’opinione pubblica europea non vede di buon occhio ulteriori allargamenti dell’Unione. Lo spirito del 2004, se mai è esistito, ha ceduto sotto i colpi della crisi e del sovranismo.

Difficilmente i leader continentali proveranno a imbarcarsi in un’impresa tanto difficile e, al tempo stesso, così poco gratificante sul fronte del consenso. Con ogni probabilità il processo di adesione dei Balcani occidentali all’Unione Europea sarà, almeno ancora per qualche anno, molto simile alla tela di Penelope, le cui trame finiscono sfaldate ogni notte. La vera questione, semmai, è se gli zuccherini bruxellesi (commercio privilegiato, forse addirittura la possibilità di usare ufficialmente l’euro, magari un allentamento della morsa sui visti) basteranno a contenere le influenze cinesi, russe e turche, mantenendo la regione nella sfera d’influenza della UE e, dunque, degli Stati Uniti.

Almeno per il momento un fragile equilibrio sembra resistere, ma se la burrascosa storia scritta fra Trieste e Atene ci ha insegnato qualcosa, è che, su quelle montagne, è meglio non dar nulla per scontato.

 

Crediti immagine: da Pudelek (Marcin Szala) [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons


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