17 gennaio 2020

Accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina

La firma della pace commerciale con la Cina rappresenta indubbiamente un successo per Donald Trump che ne ha infatti enfatizzato la portata, in singolare concomitanza con l’apertura al Senato del processo di impeachment. Mercoledì 15 gennaio Nancy Pelosi, ha annunciato i nomi dei sette membri del Congresso che rappresenteranno l’accusa nel procedimento contro il presidente; nelle stesse ore in cui i prescelti si recavano al Senato per presentare i capi di imputazione, il presidente ratificava in modo solenne l’accordo raggiunto con la Cina e firmato dai due capi negoziatori, il responsabile al commercio statunitense Robert Lighthizer e il vicepremier cinese Liu He, uno dei collaboratori più stretti del presidente Xi Jinping. Durante la cerimonia della firma, nella East room della Casa Bianca, Trump ha preso la parola davanti a una platea di duecento invitati importanti, tra cui l’ex segretario di Stato Henry Kissinger, il consigliere economico Larry Kudlow, il segretario al Commercio Wilbur Ross. Il presidente cinese Xi Jinping con un messaggio ha sottolineato l’importanza dell’accordo non solo per i contraenti, ma per il mondo intero. La contemporaneità non è stata perfetta perché il pool di manager dell’impeachment è stato invitato a ripresentarsi al Senato giovedì mattina, ma Trump stesso non ha evitato di sottolineare davanti all’impassibile Liu He che il procedimento contro di lui è una farsa. Dietro l’enfasi, c’è però anche della sostanza, anche se i termini esatti dell’accordo non sono stati divulgati, sembra su richiesta cinese. I tratti generali della transazione sono però stati presentati alla stampa e all’opinione pubblica: in cambio di un incremento notevole degli scambi in entrata Pechino ottiene una revoca sia pur parziale dei dazi.

La Cina si impegna infatti ad acquistare ulteriori 200 miliardi di dollari di merci e servizi made in USA: 80 miliardi in prodotti manifatturieri, 50 miliardi in forniture energetiche, 32 miliardi in prodotti agroalimentari, 40 miliardi in spese legate ai servizi. Se tutto questo verrà effettivamente rispettato, la diminuzione del saldo commerciale con gli USA sarà veramente notevole. Inoltre, Pechino si impegna a non svalutare la propria moneta e a rispettare la tutela della proprietà intellettuale. Dal canto loro, gli Stati Uniti rinunciano ai nuovi dazi al 15% che dovevano entrare in vigore il 15 dicembre 2019 e poi erano stati congelati in vista dell’accordo. Rimangono in vigore i dazi al 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi, mentre saranno ridotte al 7,5% le tariffe su alcune categorie di prodotti, per un totale stimato di 120 miliardi di dollari. Si prevede, in futuro, ma senza una precisa scadenza, una fase due dell’accordo per una riduzione ulteriore dei dazi e per risolvere altri punti in sospeso, che non sono pochi, tra cui la questione 5G e l’aiuto di Stato alle imprese cinesi.

L’annuncio di mercoledì 15 gennaio sull’avvio della fase uno ha avuto comunque un effetto positivo su Wall Street e ha causato una rivalutazione dello yuan. Molti osservatori ritengono però molto difficile per la Cina attuare un incremento degli acquisti così ampio e in così tanti settori e rilevano una certa vaghezza delle procedure di verifica dell’attuazione dell’accordo. Trump intanto incassa l’effetto mediatico positivo della tregua commerciale e rincuora i suoi elettori con le prospettive di buoni affari, in campo energetico, industriale, agricolo e dei servizi. Le elezioni sono vicine, alla fase due dell’accordo ci si penserà forse dopo novembre 2020. 

 

Immagine: Da sinistra, Donald Trump e Xi Jinping prima della riunione bilaterale al vertice del G20, Osaka, Giappone (29 giugno 2019). Crediti: Official White House Photo by Shealah Craighead The White House [Public Domain Mark 1.0], attraverso www.flickr.com

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