10 luglio 2020

Africa, cresce con la pandemia la violenza sulle donne

 

Già ad aprile, UN Women, l’organismo delle Nazioni Unite istituito per favorire l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile, aveva lanciato un allarme globale. Nei 12 mesi precedenti, 243 milioni di ragazze e donne tra i 15 e i 49 anni nel mondo, avevano subìto violenze fisiche o sessuali a opera di partner. “Ci si attende quindi - continuava il documento – che la rapida diffusione del COVID-19 porti il numero a salire con effetti devastanti multipli sul benessere delle donne, la loro salute sessuale e riproduttiva, la sanità mentale e la loro capacità a partecipare e condurre la ripresa delle nostre società ed economie”. Non ci si aspettava, però, che il fenomeno da epidemico si tramutasse in Shadow Pandemic, un tipo di virus che nel chiuso delle mura della propria abitazione, agisce indisturbato e ignorato e fa molti più ‘contagi’ del Covid-19.

Il fenomeno delle violenze domestiche è universale quanto trasversale e non distingue particolarmente tra aree geografiche o contesti socioeconomici. In zone del mondo, però, già provate da tanti problemi e ora fiaccate dall’avvento del Coronavirus, rischia di divenire una patologia sociale dagli esiti drammatici.

L’Africa è il continente che riassume in sé molte contraddizioni. Ha infinite risorse, sta cominciando ad affrancarsi, sebbene con grande fatica, da regimi dittatoriali e liberticidi, imbocca finalmente la via dello sviluppo autonomo e raggiunge, in alcuni casi, eccellenze politiche ed economiche. Ma è qui che si consuma il numero più grande dei 70 conflitti in atto nel mondo. O dove sono in azione la maggior parte degli 850 circa tra eserciti irregolari, milizie, gruppi terroristici. I diritti delle donne, forse più qui che altrove, trovano ostacoli insormontabili per motivi socioculturali anche perché la violenza di genere va a innestarsi su questioni ataviche quali l’obbligo di sottostare a brutali pratiche ancestrali, i matrimoni forzati - a volte in età che non arrivano a due cifre o comunque molto tenere – lo sfruttamento, l’esclusione dalla scuola. Tutti questi fenomeni, già piaghe radicate nel continente, sono aumentati drasticamente a causa del lockdown e mettono a dura prova i tantissimi passi in avanti fatti sul piano dei diritti degli ultimi decenni. Secondo l’ONG Plan International, sarebbero 743 milioni le ragazze fuori da ogni percorso scolastico a causa del Coronavirus nel mondo. Molte di queste vivono in Africa e rischiano di non ritornare tra i banchi. “In tempi di crisi ‒ ha affermato Roger Yates, direttore regionale di Plan International per il Medio Oriente, l’Africa Orientale e Meridionale – sappiamo che sono le ragazze a pagare il prezzo più alto a causa di dannose norme sociali e una doppia discriminazione basata su genere ed età. Delle centinaia di milioni di bambine uscite dalla scuola a causa del virus, molte difficilmente ci rientreranno a causa di problemi quali gravidanze precoci, matrimoni forzati o altro, fattori in genere amplificati dalle emergenze”. 

Tra gli indicatori più preoccupanti di quanto gli effetti collaterali della pandemia stiano creando gravi problemi all’universo femminile africano, vi è senz’altro l’aumento registrato in alcuni Paesi delle mutilazioni genitali. In Stati in cui la pratica è radicata come la Somalia (si calcola che il 98% delle bambine tra 5 e 11 anni siano state mutilate), il rischio di venire ‘tagliate’ è addirittura aumentato rispetto al periodo pre-Covid-19, e alcune organizzazioni riportano di campagne porta a porta di mammane per convincere le famiglie più dubbiose. Ma anche in altri in cui si sono fatti giganteschi passi avanti come il Sudan, che recentemente ha bandito per legge la pratica, o i tanti che si sono dotati di strumenti legislativi adeguati, il confinamento ha risvegliato antiche brutalità. Secondo le stime di Avenir Health, Johns Hopkins University (USA) e Victoria University (Australia), il prolungato lockdown potrebbe causare ritardi significativi nei programmi per mettere fine alle mutilazioni genitali femminili e portare a circa 2 milioni di nuovi casi nel prossimo decennio che, invece, sarebbero stati risparmiati.

C’è poi la questione di come i servizi sanitari, tutti concentrati sul contenimento del virus, stiano dimenticando quegli aspetti vitali della salute femminile. “Stiamo osservando – dichiara Matshidiso Moeti, direttore regionale dell’OMS per l’Africa – quanto sia profondo l’impatto del COVID-19 su donne e ragazze. Esse sono sproporzionatamente colpite dal lockdown e ciò comporta un accesso ridotto ai centri per la salute”. Molti servizi, infatti, sono stati interrotti o non sono di fatto più raggiungibili. Si moltiplicano notizie di morti materne di parto, di gravidanze preadolescenziali o adolescenziali e di drammatico decremento di nascite assistite: in Burundi, per citare un esempio, si è passati dal 30.826 in aprile 2019 a 4.749 nell’aprile 2020. Secondo il Lancet Global Health, la possibile riduzione dei servizi di salute materna tra il 9,8-18,5% può comportare fino a 12.200 ulteriori morti al parto in sei mesi in Paesi con basso reddito.

Dal punto di vista del lavoro, poi, come riporta la World Bank, le limitazioni dovute al Coronavirus in Africa subsahariana hanno interessato in gran parte le donne, impiegate al 90% in lavori informali che, naturalmente, sono quelli più a rischio.

Sono tantissimi, poi, i Paesi i cui servizi di protezione della donna riportano di aumenti spropositati di chiamate per denunciare abusi di ogni tipo. In Zimbabwe la GBV Hotline denuncia un aumento del 70% delle richieste e si è trovata a dare ospitalità a 764 vittime di violenza tra l’inizio del lockdown il 30 marzo e il 9 aprile: in tempi normali ne accoglie tra 500 e 600 in un mese. Secondo lo Strategic Initiative for Women in the Horn of Africa (SIHA), nella regione del Darfur (Sudan) i casi di abusi sessuali o stupri sono aumentati del 50%. Come riporta la rivista Nigrizia, in Nigeria, l’unità Domestic and gender violence response di Lagos ha reso noto di essere stata letteralmente presa d’assalto da segnalazioni e richieste di presa in carico negli ultimi mesi. Secondo l’organizzazione sarebbero almeno 13 i casi giornalieri, mentre nel solo mese di marzo si è sfiorata la cifra di 400. I tanti Paesi afflitti da guerre, già abituati da anni a convivere con la violenza, vedono crescere il livello di frustrazioni e paure sfogate su donne e bambini. Tra tutti spiccano i casi di Sud Sudan (dove si era raggiunto di recente un buon accordo di pace, messo a dura prova dalle limitazioni e problematiche annesse al lockdown), Camerun o Congo.

La lotta africana al Covid-19, per essere davvero efficace dovrà essere “gender-responsive”, come dichiarato dall’Inviata speciale dell’Unione Africana per la pace e la sicurezza delle donne Bineta Diop.

 

Crediti immagine: Foto di erinbetzk da Pixabay

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