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19 giugno 2017

Ancora Londra sotto attacco

Nel giorno in cui il principale impegno per le autorità inglesi avrebbe dovuto essere l’avvio dei colloqui tra il ministro per la Brexit, David Davis, e i rappresentati delle istituzioni europee per l’avvio dei negoziati per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, Londra si scopre nuovamente vittima di quello che sembra un ennesimo atto di terrorismo.

Subito dopo la mezzanotte della notte scorsa, l’una ora italiana, un furgone ha travolto alcune persone in Seven Sisters road, nella zona di Finsbury Park, a nord della capitale britannica, nei pressi della locale moschea.

Il conducente del mezzo, un uomo di 48 anni, è stato immediatamente bloccato dalla folla e successivamente consegnato alla polizia. Al momento si contano un morto e otto feriti, in quello che, inizialmente definito dalle stesse autorità inglesi come un «terribile incidente», sembra assumere progressivamente i contorni di un atto terroristico. Un atto che, nella dinamica, ripercorre quanto avvenuto il 3 giugno scorso nei pressi di Borough Market e, nel marzo precedente, nei pressi del ponte di Westminster. Questa volta, però, le vittime designate non sono turisti in visita ai monumenti della capitale inglese o avventori dei locali notturni della città ma, secondo alcune prime ricostruzioni, i frequentatori della moschea di Finsbury. Si prefigura, quindi, un attacco di matrice terroristica diretto contro la comunità musulmana londinese. Di «orribile attentato terroristico» parla infatti esplicitamente il sindaco di Londra, il musulmano Sadiq Khan, che prosegue: «Londinesi innocenti sono stati colpiti, molti dei quali stavano terminando le preghiere del mese sacro di Ramadan». «Se (l’accaduto) appare come un attacco contro una particolare comunità, esattamente come i terribili attentati di Manchester, Westminster e London Bridge, altresì si tratta di un attacco contro tutti i nostri valori condivisi di tolleranza, libertà e rispetto».

 

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23 maggio 2017

L’attentato di Manchester. La sfida di governare la paura

Nel momento in cui si scrive l’attentato di Manchester è ancora in penombra. Ammesso che su atti del genere possa davvero gettarsi chiara luce, ora nulla è propriamente visibile tranne il sangue versato delle vittime e lo stato traumatico di chi è sopravvissuto. La rivendicazione attribuita al Daesh, ammessa e non concessa la sua attendibilità, non dimostra nulla se non il fatto che questa organizzazione terroristica possiede la possibilità, inconfutabile a priori, d’attribuirsi la capacità di colpire altrove rispetto al territorio nel quale ha tentato d’istituire un preteso «stato islamico». Di certo sappiamo che oggi questo tentativo sembra destinato all’epilogo, a cedere sotto i colpi della campagna militare che ha liberato Mosul e cinge ormai d’assedio la «capitale» Raqqa. Sappiamo anche che chi combatte a Raqqa fronteggia sistematicamente attacchi suicidi come quello di Manchester e, con essi, il suo effetto deliberato e supremo: la paura di morire. Il pericolo fa parte degli attriti della guerra, ha scritto Clausewitz: è necessario possederne una esatta nozione per averne un giusto concetto. Così, oggi, a prescindere dall’attendibilità delle rivendicazioni, Manchester riporta giocoforza a Raqqa. Conduce allo sforzo di confrontarsi con l’amara realtà – il giusto concetto – che riassume il confronto letale con il terrorismo: governare la paura.

Questa frase non è affatto una metafora, oggi. È difatti significativo che, a sedici giorni dal giorno in cui i britannici sceglieranno da chi farsi governare, debbano prima confrontarsi con una sfida moralmente superiore e strategicamente imperativa: governare sé stessi di fronte alla paura, le proprie emozioni, i propri atteggiamenti. È questa, certamente, la principale e imprevista posta politica messa in palio dall’attentato di Manchester per le ormai prossime elezioni britanniche. Una prova suprema di democrazia, se s’intende questa parola come «governo del popolo» senza altri orpelli. Lo è perché a tutti e a ciascuno si riconduce lo sforzo di fronteggiare il pericolo latente del terrorismo col giusto concetto: la sua inevitabile sconfitta. Questa sconfitta si staglia con presumibile evidenza sui fronti di guerra come quello mediorientale, a Raqqa, dove i combattenti appunto si fronteggiano. Laddove il fronte non esiste materialmente, come a Manchester, la sconfitta del nemico assume anzitutto la forma di un concetto – il giusto concetto. Naturalmente, sono tante le sfumature plausibili e le interpretazioni possibili di tale concetto. Ciò detto, preme osservare un fatto politico.

Il terrorismo in Europa s’esprime da tempo con una mortifera litania d’attentati a cadenza irregolare che però, d’un tratto, mostra una regolarità: gli attentati avvengono a ridosso delle elezioni politiche. È stato il caso della Francia, è oggi il caso del Regno Unito nel quale la campagna elettorale è stata temporaneamente sospesa. Così, nell’incertezza generale delle dinamiche reali di un episodio terroristico talmente efferato, emerge tuttavia chiaramente un dato di fatto: nel momento in cui si decide di contare le persone, c’è chi decide d’ucciderle. Questo è il sintomo sicuro di un’aumentata intensità del pericolo in Europa. Chi colpisce l’Europa colpisce oggi, in questo senso, il concetto supremo dell’Europa democratica, il giusto concetto: governare la paura dell’antagonismo umano, sempre latente, con la scelta pacifica e condivisa di chi deve governare. Le esplosioni delle bombe a Manchester hanno, dunque, un potenziale superiore alla loro devastante azione: pretendono d’introdurre nella vita sociale non solo un rischio grave per la vita individuale ma anche una minaccia all’ordinato dispiegarsi delle dinamiche della vita politica democratica.

 

Per l’immagine © Copyright ANSA/EPA

 

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23 marzo 2017

Londra 2017, continua la scia del terrore

È accaduto ancora, a un anno dall’attacco alla metropolitana e all’aeroporto di Bruxelles, un nuovo attentato, altro sangue, altre vittime. Sono già tante le capitali europee entrate nelle cronache del terrore. Teatro della lunga scia di attentati dell’integralismo islamico. L’azione terroristica di ieri sembra riproporre la dinamica degli attentati più recenti, quello di Berlino dello scorso 19 dicembre e quello di Nizza del 14 luglio: un singolo attentatore che, utilizzando il proprio autoveicolo come ariete, si lancia contro passanti e turisti in contesti dal forte valore evocativo: il Parlamento inglese nel caso di ieri, il mercatino di Natale a Berlino, le celebrazioni per la festa del 14 luglio in Francia. Si tratta della declinazione più attuale del modus operandi del terrorismo kamikaze, della manifestazione più recente della risposta a quella ‘chiamata’ all’uccisione degli infedeli con ogni mezzo che risale al 2014: “schiacciate loro la testa con un sasso, uccideteli con un coltello, o investiteli con la vostra macchina”. I fatti. Ieri pomeriggio alle 14.40 ora locale (15.40 ora italiana) un SUV travolge diversi passanti sul ponte di Westminster a pochi metri dalla Torre dell’Orologio e poi si schianta contro la cancellata che cinge il palazzo del Parlamento. Dalla vettura scende un uomo armato di coltello che, nel tentativo di fare irruzione all’interno dell’edificio, si avventa contro gli agenti in servizio all’esterno della Camera dei Comuni, uccidendone uno prima di venire neutralizzato. Le fonti di Scotland Yard parlano di quattro morti, se si considera anche l’assalitore e di decine di feriti, alcuni in gravi condizioni. Resta ancora il mistero sull’identità del killer. Nella notte le forze dell’ordine sono intervenute in una casa di Birmingham dove hanno condotto un blitz dopo aver isolato un intero quartiere. Otto uomini sarebbero stati fermati. Fino a qui la stringente attualità, la cronaca di quanto ormai siamo abituati a vivere. La triste periodicità di questi avvenimenti ci porta a pensare che il terrorismo diffuso sia espressione di una guerra civile latente. Diversi sono gli elementi che ci spingono a fare questa considerazione. Dall’assalto alla redazione del giornale satirico Charlie Hebdo alla strage di Berlino dello scorso dicembre, il Vecchio continente è stato colpito da persone che vi sono nate o che ci hanno vissuto per decenni. Che siano lupi solitari o gruppi organizzati, i media non hanno mai mancato di evidenziare la loro infermità mentale o il loro disagio sociale (alcolismo, droga), spesso sottovalutando ogni interpretazione sociale, economica, politica. La verità è che nel ventre malato dell’Occidente cova il germe di un conflitto, di cui questi attacchi sono un indicatore. I “soldati” della parte avversa, i terroristi, sono il popolo ghettizzato per il quale la religione è un pretesto, una via di fuga dall’emarginazione. Il Daesh rappresenta un detonatore, un catalizzatore, che a volte progetta gli attacchi e a volte mette il suo marchio come se fosse un franchising, ma il combustile che alimenta l’incendio è autoctono, le cause vanno cercate all’interno della nostra società, le soluzioni anche. Alzare muri o rinchiuderci all’interno di una fortezza, non servirebbe a nulla. Per usare le parole di Lucio Caracciolo «Il loro scopo non è di invaderci ma di minarci dall’interno. Trasformando i nostri paesi in territori-groviera, segnati da ghetti e buchi neri in cui, esasperate popolazioni locali e immigrati si sfideranno non solo a parole. (…) Il round finale avverrebbe fra razzisti che si esibiscono difensori della nostra ‘purezza’ e gruppi di islamici radicalizzati».

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