24 ottobre 2017

Andrej Babiš vince le elezioni nella Repubblica Ceca

Venerdì 20 e sabato 21 ottobre si sono svolte in Repubblica Ceca le elezioni politiche per il rinnovo della Camera dei Deputati. A trionfare è stato il 63enne miliardario Andrej Babiš che, con il suo partito ANO (Akce Nespokojených Občanů – Azione dei cittadini insoddisfatti), ha ottenuto il 29,7% dei consensi. Al secondo posto si è classificato il Partito democratico civico (ODS, Občanská Demokratická Strana), movimento di centrodestra fautore di idee liberali, conservatrici ed euroscettiche. Subito dietro, rispettivamente al 10,8% e al 10,7%, il Partito Pirata, che già nel 2012 era divenuto il primo al mondo tra i “pirati” a entrare in un Parlamento nazionale, e il Partito della libertà e della democrazia diretta, una formazione dalla marcata matrice xenofoba e antieuropea. Crisi profonda per il Partito socialdemocratico ceco (CSSD, Česká Strana Sociálně Demokratická): il più antico partito politico della Repubblica Ceca, crollato al 7,5%, una sconfitta senza precedenti.

Si è trattato dell’ultima competizione elettorale all’interno di un Paese appartenente all’Unione Europea nel 2017. La Camera dei Deputati, costituita da 200 membri, che rimangono in carica per quattro anni, è il ramo inferiore del Parlamento ma, al tempo stesso, prevalente nel sistema ceco di bicameralismo imperfetto. Infatti, il parere del Senato, che può inizialmente porre il veto sui provvedimenti approvati dalla Camera, può essere superato da un voto della Camera stessa. L’esecutivo uscente, presieduto dal socialdemocratico Bohuslav Sobotka, era una coalizione composta dal Partito socialdemocratico, dai centristi dell’Unione cristiana e democratica – Partito Popolare Cecoslovacco (KDU-CSL, Křesťanská a Demokratická Unie-Československá Strana Lidová) e dai populisti euroscettici di ANO. Lo scorso maggio Sobotka aveva rassegnato, a sorpresa, le dimissioni proprio a causa della posizione scomoda dell’ex ministro delle Finanze e leader di ANO Babiš, indagato per evasione fiscale nella Repubblica Ceca e per frode dall’Unione Europea. Babiš, da tanti paragonato al presidente americano Donald Trump, è il proprietario di una grande azienda chimica e agroalimentare chiamata Agrofert, che fornisce lavoro a più di 30.000 persone e il cui capitale ammonta a 4 miliardi di dollari. Il secondo uomo più ricco della Repubblica Ceca, inoltre, possiede famose catene di negozi, una rete televisiva e i principali quotidiani del Paese.

Il segreto dell’ascesa vertiginosa del suo partito, ANO, che in lingua ceca significa “Sì” ed è anche l’acronimo di “Azione dei Cittadini Insoddisfatti”, risiede nella ferrea contrapposizione ai partiti tradizionali, la cui credibilità è stata definitivamente minata dallo scandalo di corruzione che ha colpito nel 2013 il governo di Petr Nečas. Babiš, invece, ha sempre sostenuto che la sua ricchezza lo renda incorruttibile e ha promesso di gestire il governo come un’azienda. Il suo movimento è riuscito a intercettare i malumori provenienti sia da destra che da sinistra attraverso un programma elettorale fondato sull’opposizione all’euro (pur facendo parte dell’Unione Europea dal 2004, la Repubblica Ceca continua a utilizzare una sua valuta nazionale, la corona ceca), all’immigrazione illegale e all’ospitalità dei migranti sul territorio ceco. Tra gli obiettivi di Babiš figurano anche l’abolizione del Senato, la riduzione del numero dei componenti della Camera dei Deputati e un rafforzamento dei legami commerciali con la Russia, nei confronti della quale, secondo il movimento, dovrebbero essere rimosse le sanzioni. Nonostante in Europa ANO aderisca alla formazione centrista ed europeista dell’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ALDE, Alliance of Liberals and Democrats for Europe), lo spiccato carattere populista e nazionalista del suo movimento sembra avvicinarlo decisamente alla corrente euroscettica. Con la vittoria di Babiš, la Repubblica Ceca, dunque, si è aggiunta al solco tracciato nell’Europa orientale dalla Polonia e dall’Ungheria, in cui il risentimento nei confronti dell’Unione Europea e il problema dei migranti avevano spinto i partiti nazionalisti e populisti al potere.  


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