21 febbraio 2017

Approvato il CETA, trattato di libero scambio tra UE e Canada

Un confronto acceso, schieramenti contrapposti tra sostenitori e critici, manifestazioni di piazza per protestare contro l’intesa fino al voto finale dell’Assemblea: mercoledì 15 febbraio, con 408 voti favorevoli a fronte di 254 contrari e 33 astensioni, il Parlamento europeo ha dato il suo via libera all’Accordo economico e commerciale globale – meglio noto con il suo acronimo CETA (Comprehensive economic and trade agreement) –, il trattato internazionale di libero scambio tra l’Unione Europea e il Canada. Un’intesa importante, articolata in 30 dettagliati capitoli che coprono ambiti molto ampi, ma soprattutto un accordo che – oggi – lancia un messaggio politico il cui peso è cresciuto esponenzialmente negli ultimi mesi: per Bruxelles, chiudersi non è la soluzione all’avvitamento su sé stessa della globalizzazione.

Da inserirsi nel quadro dei grandi accordi di libero scambio promossi dall’UE, il CETA – che pure è stato decisamente meno sotto i riflettori rispetto all’accordo della Transatlantic trade and investment partnership (TTIP) in corso di negoziazione tra UE e USA – porta con sé numeri comunque interessanti: nel 2015, il Canada è stato infatti il dodicesimo partner commerciale dell’Unione Europea, pesando per l’1,8% del commercio estero del blocco continentale, mentre Bruxelles è stata il secondo partner di Ottawa dopo gli Stati Uniti. Il valore degli scambi di beni tra le parti si è attestato – sempre nel 2015 – sui 63,5 miliardi di euro, mentre nel 2014 il peso degli scambi di servizi ha toccato i 27,2 miliardi; in Canada poi, lo stock degli investimenti diretti europei ha raggiunto i 274,2 miliardi di euro a fronte di 166 miliardi di investimenti canadesi nei Paesi dell’Unione.

Il percorso dell’accordo è stato complesso e travagliato: il voto del Parlamento europeo è infatti arrivato a oltre 7 anni dall’inizio delle trattative, avviate nel maggio 2009. Il 18 ottobre 2013 veniva annunciato l’accordo politico sui punti chiave dell’intesa, mentre i negoziati si concludevano il primo agosto 2014. Nel luglio 2016 la Commissione formulava la sua posizione e proponeva il CETA come accordo ‘misto’, che non poteva cioè prescindere dal consenso dei singoli Stati membri in quanto riguardante ambiti in cui sussistevano competenze condivise. E proprio per tale natura mista, l’intesa rischiava di fatto di fallire: nel mese di ottobre, a bloccare tutto era infatti il Parlamento della Vallonia, il cui parere favorevole era indispensabile per consentire al Belgio – cui la regione appartiene – di esprimere il suo assenso. Un’impasse di particolare rilevanza, che metteva una volta di più a nudo alcune debolezze strutturali dell’UE e rischiava di segnare in profondità la stessa credibilità ‘negoziale’ dell’Unione, un grande blocco continentale di fatto frenato nella firma di un accordo con un Paese terzo dal ‘veto’ posto da una sua piccola realtà regionale. Vinte le resistenze della Vallonia, la firma arrivava lo scorso 30 ottobre.

La frattura tra sostenitori e critici del CETA si sviluppa attorno ai tradizionali argomenti di divisione che hanno recentemente animato il dibattito sui grandi accordi di libero scambio. Le voci favorevoli all’intesa sottolineano come essa porterà all’eliminazione del 98% delle barriere tariffarie tra l’UE e il Canada, consentendo un risparmio immediato di 400 milioni di euro – che diventeranno poi 500 una volta terminato il periodo transitorio – sui dazi per i beni europei. Ancora, la maggiore apertura permetterebbe alle imprese UE di partecipare agli appalti pubblici e di accedere ai mercati dei servizi e degli investimenti in Canada, si genererebbero crescita economica e maggiore occupazione, effetti positivi scaturirebbero dalla più accentuata cooperazione delle autorità della normazione europee e canadesi e anche i consumatori godrebbero di benefici non trascurabili, in forza di una più ampia possibilità di scelta e potenzialmente anche di una diminuzione dei prezzi.

A questi argomenti si contrappongono tuttavia quelli dei detrattori dell’accordo, secondo cui tra i vizi d’origine ci sarebbe innanzitutto una scarsa trasparenza del processo negoziale. Inoltre, secondo i critici, il CETA produrrebbe indebite pressioni sull’Europa per modificare le sue regole nel campo delle biotecnologie e degli organismi geneticamente modificati, per quanto il testo dell’accordo non incida sulle restrizioni previste nell’Unione sulle carni bovine contenenti ormoni della crescita o OGM. Accanto poi ai temi relativi alla tutela dei diritti dei lavoratori e alla protezione dell’ambiente che non sarebbero adeguatamente garantiti, si colloca uno degli argomenti più spinosi, quello relativo alla soluzione di possibili controversie sugli investimenti: secondo i detrattori infatti, il meccanismo predisposto – pur rimodulato rispetto alle tradizionali formule di arbitrato – continuerebbe a essere troppo sbilanciato a favore dei privati, agevolando così ad esempio le multinazionali.

La commissaria europea al Commercio Cecilia Malmström ha tuttavia affermato con forza che l’accordo non minerà in alcun modo le prerogative degli Stati di regolare a tutela dell’interesse pubblico, né di continuare a erogare servizi pubblici o di ripristinare la pubblica erogazione di un servizio precedentemente privatizzato.

Ora che il Parlamento europeo si è espresso, il CETA potrà essere applicato in via provvisoria dopo il voto del Parlamento canadese. A fronte dell’affermazione delle istanze a vario titolo protezioniste – ulteriormente consolidatesi con l’elezione di Donald Trump – l’UE prova a rilanciare, in controtendenza, la carta del libero scambio. Perché l’accordo divenga pienamente effettivo, occorrerà tuttavia attendere la pronuncia dei singoli Stati membri dell’Unione, e i tempi potrebbero essere particolarmente lunghi.

 


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