24 luglio 2013

Architettura di sorveglianza e terrorismo

di Barbara Maria Vaccani

L’evoluzione della guerra nel ventunesimo secolo ha portato le città ad essere un nuovo campo di battaglia e la sorveglianza ad essere un’arma importante. La necessità di controllare per proteggere ha trasformato l’architettura in una scienza funzionale all’esercizio del potere di controllo dello Stato. È così che nasce l’architettura di sorveglianza, che sfrutta la struttura urbana delle città e la tecnologia per assicurare una sorveglianza capillare sul territorio e sui cittadini per intercettare le minacce e sventarle per tempo. Ma fino a che punto il controllo è lecito?

L’architettura di sorveglianza e di sicurezza si applica soprattutto a edifici che sono potenzialmente esposti ad una minaccia. Si tratta di strutture come scuole, centri commerciali, aeroporti e stazioni: luoghi aperti ed affollati, pubblici o semi-pubblici. Nella progettazione dell’edificio viene tenuto conto non solo delle necessità che la costruzione avrà a seconda della sua funzione, ma anche delle esigenze di sicurezza. L’obiettivo è quello di costruire un edificio che scoraggi il criminale dall’entrare in azione. Barriere che rendano difficile l’avvicinamento, un buon sistema di illuminazione, un uso misurato delle aperture, piante concentriche in cui ogni livello possa essere separato dagli altri. I centri commerciali israeliani sono un esempio di spazi costruiti a livelli concentrici, con controlli di sicurezza ad ogni accesso e barriere fra un livello e l’altro. La sede della National Security Agency, l’agenzia governativa degli Stati Uniti che si occupa della sicurezza nazionale, è un edificio con una copertura a specchio, poche finestre e ampi e scarni corridoi, spazi che sono facilmente sorvegliabili e in cui ogni modifica dello spazio è facilmente individuabile.

Ma è soprattutto nella città nel suo complesso più che nel singolo edificio che l’architettura di sorveglianza è necessaria e trova possibilità di applicazione. Le città sono spazi grandi, articolati, in cui vivono tante persone: tenere sotto controllo tutto quello che succede diventa difficile. Ecco perché chiedere l’ausilio di architettura e tecnologia. Quello che è cambiato, con il fenomeno della globalizzazione e l’emergere della guerra al terrorismo, soprattutto dopo gli attacchi alle torri gemelle dell’11 settembre 2001, è l’emergere delle città di paesi che non sono in guerra come territori a rischio e parte del terreno di battaglia della guerra al terrorismo. La guerra al terrorismo si combatte a livello globale e le città sono dei bersagli ottimali per la quantità di danni concreti e di immagine che un attacco in città può causare: nei centri urbani si concentrano le risorse finanziarie, gli snodi infrastrutturali di un paese e le rappresentanze delle sue istituzioni.

Le città sono così diventate parte integrante delle strategie di counter-terrorism e da qui la necessità, per gli Stati coinvolti nella guerra al terrorismo, di aumentare sorveglianza e controllo, in modo da poter sempre prevenire le minacce. La “securizzazione” delle città, ovvero la loro messa in sicurezza, il potenziamento di tutti gli strumenti a disposizione funzionali a tenere tutto sotto controllo, ha man mano avvicinato il lavoro di polizia ed esercito a quello degli architetti e degli urbanisti.

L’architettura di sorveglianza sfrutta lo spazio della città sia in maniera verticale che in maniera orizzontale e questo gli è possibile anche grazie all’avanzamento tecnologico. Verticalmente lo skyline delle città si presta bene ad una logica di sorveglianza. I punti di osservazione sono tanti e su livelli diversi. Edifici alti offrono l’opportunità di controllare da prospettive diverse ma sempre privilegiate e senza essere visti. Dal punto di vista orizzontale non solo c’è la sorveglianza più classica, quella del controllo del territorio tramite pattuglie e posti di blocco, ma anche quella attraverso telecamere a circuito chiuso, che hanno il vantaggio di osservare senza essere osservati e di decentralizzare l’osservatore dall’osservato, o mediante l’utilizzo di apparecchiature che permettono di osservare uno spazio dall’esterno, attraverso le mura. Secondo il Guardian, nel 2011 in Gran Bretagna si contavano quasi due milioni di telecamere a circuito chiuso, una ogni 32 abitanti.

Lo sviluppo dell’architettura di sorveglianza, però, comporta l’integrazione di tecniche di controllo del territorio e di sorveglianza che di solito erano limitate al terreno di battaglia. È un po’ come se, senza accorgercene, vivessimo tutti i giorni in una città sotto assedio. La giustificazione che viene fornita per questo controllo capillare ed onnipresente sulla vita quotidiana dei cittadini è quella della sicurezza: sorvegliare è necessario per poter vedere sempre quello che succede e stare tranquilli. Ma è sempre necessario vedere quello che succede?

 

Pubblicato in collaborazione con Meridiani Relazioni Internazionali


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