Questo sito contribuisce all'audience di
15 settembre 2017

Bloccati sulle coste

di Dimitri Bettoni

Continuano gli sbarchi di gente in fuga sulle coste delle isole della Grecia che si affacciano verso la Turchia. Nell’agosto appena concluso 3700 gli arrivi, secondo gli ultimi dati dell’ufficio dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite. È il numero più alto dall’entrata in vigore dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, siglato in gran fretta nel marzo del 2016, quando con l’approssimarsi della bella stagione alle porte cresceva nelle istituzioni europee il timore di un nuovo assalto alle coste, quello a cui si era assistito tra i mesi di settembre e novembre del 2015, prima che il maltempo invernale e le frontiere sigillate causassero migliaia di morti, spingendo molti ad attendere la primavera o tentare altre vie. Nel frattempo il Vecchio continente guardava senza saper né voler porre rimedio, intimorito dalla marea montante di populismi e xenofobia nostrani.

Questi nuovi migranti si aggiungono alle migliaia già presenti a Lesbo, Chio e molte altre, dove sono bloccati proprio a causa delle nuove regole introdotte da un anno e mezzo. Anche perché i rifugiati, in arrivo non solo da Siria e Iraq, ma anche da Pakistan, Afghanistan, Iran e molte altre zone afflitte da conflitti e povertà, giungono più velocemente di quanto gli arzigogolati meccanismi di registrazione e valutazione delle domande d’asilo riescano a trasferire sul continente. Nel frattempo, la continua precarietà della situazione e i vincoli imposti dallo status di richiedente asilo impediscono di cercare lavoro, iscriversi a scuola o fare altro che non sia aspettare. E con l’affollamento aumenta anche il rischio per la salute, a causa della carenza di acqua e delle precarie condizioni igieniche, come hanno sottolineato molte alcune ONG che operano sulle isole, da tempo considerate di fatto “prigioni a cielo aperto”.

Dal 31 luglio scorso l’Unione Europea ha chiuso i cordoni della borsa dei fondi ECHO, strumento finanziario utilizzato per dare sostegno a queste ONG. L’idea di fondo è che sia d’ora in poi responsabilità del governo greco, coadiuvato dall’UNHCR, dirigere i lavori, scegliere quali organizzazioni sostenere, a chi affidare appalti e mandati.

La fase di transizione si è rivelata però malamente pianificata: lo Stato non era preparato per prendere in mano la situazione, con il rischio di un deficit umanitario che avrebbe colpito proprio chi sulle isole attende, per lo più invano, ormai da mesi. Alcune ONG, pur private dei fondi, hanno optato per prolungare di almeno qualche settimana la loro permanenza, per non abbandonare a sé stessi i migranti. Altre hanno trovato finanziamenti alternativi, come la Refugee Education Chios, una scuola informale, sostenuta dalla ONG svizzera Be Aware and Share, che fornisce educazione e formazione a centinaia di ragazzi; ha lanciato con successo una campagna di finanziamento online capace di raccogliere 52.000 euro, abbastanza per tenere aperte aule e attività per altri sei mesi.

Questa inadeguatezza nel mettere in pratica le disposizioni calate dall’alto da Bruxelles si era già manifestata nei primi tempi dell’accordo UE-Turchia, quando le isole non erano assolutamente pronte ad affrontare il blocco del flusso migratorio. Dimitris Karalis, vice sindaco di Chio con delega allo sviluppo economico, lo racconta chiaramente: «Con l’accordo il flusso si è ridotto, ma sono anche cambiate le esigenze dei rifugiati. Prima si fermavano due o tre giorni e poi ripartivano. L’impatto sulla vita della comunità locale era minimo ed i cittadini avevano mostrato un grande senso di umanità ed ospitalità nell’accogliere i rifugiati. Oggi invece queste persone devono fermarsi per mesi e le isole sono sprovviste delle strutture e delle risorse necessarie per ospitarli. Le restrizioni imposte alla Grecia a causa della crisi economica e finanziaria si traducono con budget molto limitati per le amministrazioni e pochi trasferimenti dal governo centrale». Di fatto i comuni delle isole dipendevano nella gestione delle migrazioni dall’UNHCR e dalle ONG che operavano sul territorio, oggi allontanate.

Oggi gli isolani si sentono abbandonati dall’Europa, che impone un modello di gestione delle migrazioni che da un lato ignora le esigenze umanitarie e dall’altro danneggia le economie locali attraverso la trasformazione delle isole in hotspot per la gestione dei flussi migratori. Il rischio paradossale è quello di alimentare, anche dove prima non c’era, quel sentimento di xenofobia diffuso e alla base di molte discutibili decisioni dell’Unione.

Nelle isole gli operatori alberghieri raccontano che il 2016 è stato un annus horribilis per il settore turistico locale: l’afflusso è crollato drasticamente e molti dei progetti di sviluppo, anche sponsorizzati dalle amministrazioni locali, sono stati abbandonati per timore di investimenti destinati a cadere nel vuoto. Il 2017 è invece cominciato con previsioni e dati assai confortanti, tanto che le associazioni del settore cominciavano a sperare in una risalita.

Questo aveva spinto molti albergatori a rifiutare le richieste dei gruppi umanitari di affittare le strutture ai migranti per, invece, attirare di nuovo migliaia di vacanzieri e dare una svolta all’immagine delle isole: non più caotico punto di sbarco di disperati, ma ridente località di sole e mare. Il settore turistico è intrinsecamente stagionale e si cerca, nei mesi di lavoro, di portare a casa il massimo in vista di un inverno inerte ed economicamente stagnante. «Non si tratta di razzismo  ̶  ha dichiarato alla stampa George Misetzis, presidente dell’associazione alberghiera di Chio  ̶  semplicemente dobbiamo rivitalizzare il nostro miglior prodotto: il turismo».

Eppure è vero che l’afflusso di rifugiati aveva creato nelle isole una “economia permanente” grazie anche alle strutture affittate con i soldi della solidarietà internazionale, in quella che era stata una prima risposta alle disastrate condizioni dei campi di accoglienza sulle isole, specialmente durante il periodo invernale. L’emergenza ha avuto anche il suo risvolto positivo in termini di lavoro e opportunità per gli abitanti del luogo proprio grazie all’arrivo delle ONG e degli operatori legati, ad esempio attraverso il programma voucher che permetteva ai rifugiati di acquistare prodotti locali. I migranti stessi spesso portavano con sé un proprio gruzzolo di viaggio: parte di quei soldi finiva nelle tasche degli isolani. Specialmente nel periodo preaccordo UE-Turchia, quando i giorni di permanenza sull’isola erano pochi, chi poteva permetterselo era ben felice di affittare una camera e concedere alla famiglia un pasto, dopo giorni di duro viaggio, prima di rimettersi in marcia. Il blocco sulle isole ha invece prosciugato i risparmi che i migranti avevano con sé, portandoli a dipendere sempre di più dal sostegno esterno e a non poter più ripagare gli isolani per la loro ospitalità.

La sfida di organizzare e gestire l’arrivo di migliaia di rifugiati aveva avuto un impatto economico positivo anche a livello macroeconomico, con un afflusso di capitali europei e non-governativi vicini a sfiorare il miliardo di euro, come ammesso da Tassos Anastasatos, economista alla Eurobank: «Quei soldi generano in modo significativo richiesta di beni e servizi e alimentano perciò l’economia».

La politica di delocalizzazione della gestione migratoria verso la periferia europea, come le isole greche ma anche il Sud Italia, rischia quindi di rivelarsi un clamoroso autogol sia nei confronti delle comunità locali, sia verso rifugiati e migranti, peraltro senza saper nel frattempo attenuare i problemi interni all’Europa, come dimostrato dall’intransigenza di alcuni Paesi nel non voler accettare quote di trasferimenti e condividere diritti e doveri dell’Unione.


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata