24 luglio 2019

Boris Johnson a Downing Street

di Domenico Cerabona

Quando nel 2007, a sorpresa, Boris Johnson annunciò la sua intenzione di candidarsi a sindaco di Londra, si auto definì un «one man melting pot», facendo riferimento alle sue tortuose origini familiari. Johnson infatti ha avuto bisnonni musulmani, cristiani ed ebrei.

Boris addirittura nasce negli Stati Uniti, a New York, dove i genitori vivevano per una borsa di studio del padre, e seguendo i trasferimenti dei genitori vive (oltre che ovviamente in Gran Bretagna) anche a Washington e a Bruxelles, dove studia e impara il francese mentre il padre lavora (ironicamente) per la Commissione europea.

Dopo questa infanzia “raminga” Boris Johnson però affronta il college e l’università nella maniera più “classica” ed elitaria immaginabile in Gran Bretagna: viene infatti ammesso all’Eton College, il liceo dove hanno studiato i principi William e Harry e dove si sono diplomati ben diciannove primi ministri del Regno Unito (da oggi pomeriggio venti…). Nei suoi anni a Eton, Boris conosce David Cameron – uno dei diciannove – e altre future figure di primo piano dei Tories, tra cui il suo grande (ex) alleato Michael Gove, suo sodale brexiteer e ministro dell’Ambiente del governo May.

Dopo Eton tappa obbligata è Oxford, dove hanno studiato praticamente tutti i primi ministri di Sua Maestà dal dopoguerra oggi se si escludono Winston Churchill, John Major e Gordon Brown.

Si concentra negli studi classici (nel 2006 ha scritto anche un saggio sulla caduta dell’impero romano paragonandolo alla crisi europea) e, pur facendo politica universitaria, non è molto attivo nel Partito conservatore a differenza di altri suoi coetanei come il recente avversario Jeremy Hunt o lo stesso David Cameron.

Dopo Oxford il futuro leader dei Tories decide di intraprendere la carriera di giornalista: prova con il Times, ma viene licenziato per aver inventato una citazione; approda allora al Daily Telegraph, giornale conservatore in cui fa presto carriera diventandone il corrispondente da Bruxelles.

Nel 1997, tornato a Londra, prova per la prima volta a entrare a Westminster, ma in un collegio gallese impossibile per i Tories, dove infatti viene sconfitto. Nel 1999 diviene direttore di un altro giornale storicamente conservatore, The Spectator, che rilancia con una linea sempre più radicalmente conservatrice, diventando con il tempo un personaggio di punta della destra britannica. Nel 2001 infatti Johnson riesce a entrare in Parlamento, eletto questa volta nel sicuro seggio conservatore di Henley nell’Oxfordshire.

Negli anni da giornalista e nei primi da parlamentare Boris Johnson si fa sempre più la fama del personaggio imprevedibile ed eccentrico, usando sia sulla carta stampata che nelle apparizioni pubbliche un misto tra ironia, linguaggio desueto e battute tipiche di un vecchio aristocratico dell’Ottocento. È per questo che quando nel 2007 lancia la sua candidatura a sindaco di Londra non viene preso sul serio, accusato di essere troppo bigotto e fuori dal mondo reale per guidare una città dinamica e multiculturale come Londra. È qui che Johnson “sfrutta” la sua storia familiare tortuosa e la sua formazione cosmopolita. E grazie anche ad una grande abilità oratoria e un carisma innato riesce nell’impresa considerata quasi impossibile di battere il laburista Ken Livingstone diventando sindaco di una delle principali città del mondo e, soprattutto per merito delle Olimpiadi del 2012, uno dei politici più popolari del Paese.

L’ambizione del nostro però è nota a tutti, il suo obiettivo è seguire le orme del suo idolo: sir Winston Churchill, di cui ha scritto anche una biografia. Johnson punta al numero 10 di Downing Street ed è così che, sfruttando anche la tradizione euroscettica dei suoi editoriali giovanili, decide di puntare tutto sull’euroscetticismo. Nel 2014, a seguito del disastroso risultato elettorale dei Tories alle elezioni europee e al successo dell’UKIP (Uk Independence Party) di Nigel Farage, David Cameron decide di cedere alle spinte euroscettiche della destra del suo partito e promette, in vista delle elezioni del 2015, che se verrà eletto indirà un referendum per l’uscita dall’Unione Europea.

Quando il vittorioso Cameron nel 2015 conferma la volontà di indire il referendum nel giugno 2016, Johnson, nel frattempo rientrato in Parlamento eletto nel collegio di Uxbridge, si mette alla testa della campagna per il “Leave” con il suo alleato e sodale Michael Gove. I due sono convinti di perdere, ma di misura, acquisendo però un importante capitale politico da sfruttare per cercare di scalzare Cameron e il suo alleato George Osborne.

Il risultato del referendum però sorprende tutti, il Leave vince e i Tories si trovano impreparati: Cameron si dimette immediatamente, lanciando la corsa per la sua successione, Johnson è considerato a questo punto il favorito, ma Michael Gove lo tradisce, gli toglie il sostegno dei suoi parlamentari e Boris rimane senza i voti necessari a proseguire la corsa. È però molto scaltro: mette tutto il suo peso su Theresa May, con cui stringe un’alleanza che lo porterà nel Governo con un ruolo di primo piano, quello di ministro degli Esteri.

Punta ad una Brexit quanto più “hard” possibile e Theresa May inizialmente lo asseconda, fino a quando nel 2017 non perde la maggioranza in Parlamento ed è costretta a numerose concessioni che portano alle dimissioni di Boris Johnson, che la accusa di aver tradito il suo afflato iniziale per un’uscita vantaggiosa dall’Unione.

Da parlamentare semplice, grazie ai suoi alleati dell’ERG (European Research Group), la corrente degli euroscettici, compie un lavoro scientifico di logoramento della premier che, dopo numerose sconfitte parlamentari ed elettorali, si dimette a maggio. Questa volta l’ex sindaco di Londra non ha avversari; la sua vittoria è netta sia all’interno del gruppo parlamentare che tra i centosessantamila iscritti al partito conservatore.

Oggi vedrà la regina e verrà incaricato di formare il governo: non avrà tanto tempo per imparare come si guida il Paese, la scadenza del 31 ottobre (data prevista per la Brexit) si avvicina e lui ha promesso che, in un modo o nell’altro, la Gran Bretagna uscirà dall’Unione in quella data. Anche a costo di chiudere per qualche settimana il Parlamento. Una cosa certo difficile da immaginare, ma che Johnson non ha voluto escludere. Vedremo se aver raggiunto il sogno di eguagliare Churchill lo renderà un politico più moderato e cauto o se continuerà ad essere l’imprevedibile e istrionico leader capace di tutto.

 

Immagine: Boris Johnson (28 luglio 2016). Crediti: Frederic Legrand - COMEO / Shutterstock.com

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