04 luglio 2017

Brasile, le accuse contro il presidente Temer

«Vogliono bloccare il Paese, fermare il Congresso con accuse fragili. Attaccano la presidenza della Repubblica. Non permetterò che mi accusino di un crimine che non ho commesso. Non mi manca il coraggio per proseguire la ricostruzione del Paese e difendere la mia dignità personale».

Si mostra tenace e combattivo il capo dello Stato brasiliano Michel Temer, formalmente accusato di corruzione passiva lunedì 26 giugno davanti al Tribunale supremo. Dichiara di nutrire il massimo rispetto per le autorità giudiziarie ma di fatto attacca il potere giudiziario, assicura di sentirsi tranquillo sotto il profilo giuridico ma precisa che la sua preoccupazione è tutta politica, a causa di un attacco «indegno e infamante» contro la sua persona. Corruzione passiva, vale a dire – secondo il Codice penale brasiliano – «chiedere o ricevere, per se stessi o per altri, direttamente o indirettamente, anche al di fuori delle proprie funzioni o prima di assumerle, un vantaggio improprio, o accettare la promessa di riceverlo». La pena prevista va dai 2 ai 12 anni di carcere. Sotto la lente d’ingrandimento, i rapporti tra Temer e uno dei vertici del colosso della trasformazione delle carni JBS, Joesley Batista: è da lui che il presidente – tramite l’ex deputato Rodrigo Rocha Loures – avrebbe dovuto ricevere le somme di denaro pattuite, in cambio del sostegno del governo affinché il Consiglio amministrativo di difesa economica abbassasse il prezzo del gas fornito da Petrobras a una centrale elettrica della JBS.

Per Rocha Loures sono già scattati gli arresti, dopo che l’uomo – nello scorso mese di aprile – è stato ripreso mentre usciva da un ristorante di San Paolo con in mano una valigetta contenente 500.000 reais, oltre 150.000 dollari. Il quadro però è ancora più complesso: su Temer non pendono, infatti, soltanto le accuse di corruzione passiva, ma anche le indagini per ostruzione alla giustizia e partecipazione a un’organizzazione criminale, rispetto a cui, tuttavia, il procuratore generale Rodrigo Janot non ha ancora formalizzato alcuna accusa.

Tutta la tela si sviluppa attorno alle conversazioni tra Temer e Batista, che ha consegnato lo scottante materiale agli inquirenti in cambio di uno sconto di pena per le vicende giudiziarie che lo vedono coinvolto assieme al fratello Wesley. Negli audio si parla di Rocha Loures, persona che il presidente definisce «di sua stretta fiducia», ma dalle registrazioni del colloquio del 7 marzo, quando il facoltoso imprenditore incontrò il capo dello Stato al Palácio do Jaburu a Brasilia, emerge anche il nome di Eduardo Cunha, ex presidente della Camera dei deputati e tra i principali artefici della destituzione nel 2016 della presidente Dilma Rousseff, di cui Temer era vice. Attualmente, Cunha sta scontando una condanna a 15 anni e 4 mesi di reclusione per il suo coinvolgimento nell’inchiesta Lava Jato, che ha scoperchiato il maxi scandalo di tangenti e corruzione attorno a colossi brasiliani come Petrobras e scosso violentemente dalle fondamenta la classe politica del Paese. Batista – secondo quanto riportato prima dal quotidiano O globo e poi diffuso da altre testate – avrebbe fatto presente a Temer di aver pagato Cunha perché questi rimanesse in silenzio; con il presidente che, per parte sua, lo avrebbe sollecitato a continuare.

Naturalmente, il capo dello Stato ha negato qualsiasi addebito, non ha mancato di attaccare Joesley Batista e non ha neppure disdegnato qualche stoccata nei confronti del procuratore generale, ricordando come Marcelo Miller – stretto collaboratore di Janot – abbia lasciato il suo posto per unirsi allo studio legale Trench, Rossi e Watanabe, incaricato proprio dalla conglomerata facente capo ai fratelli Batista di negoziare un accordo di patteggiamento con la procura. Sul punto però, le autorità giudiziarie sono state perentorie: al negoziato per l’intesa, Miller non ha partecipato. Intanto, il presidente ha auspicato che la giustizia faccia celermente il suo corso, ovviamente escludendo l’ipotesi di dimissioni: i «Fora Temer!» , ossia ‘Temer vattene!’, gridati in piazza dai manifestanti, per ora non sortiscono effetti.

Dal punto di vista politico, i prossimi mesi saranno particolarmente intensi: una volta trasmessi gli atti, è la Camera dei deputati a doversi pronunciare sulla questione, autorizzando che si proceda nei confronti del presidente a maggioranza dei 2/3. Se il voto dovesse essere positivo, il presidente sarebbe sospeso per sei mesi dal suo incarico, prima del definitivo responso del Supremo tribunale federale. In questo aspetto risiede una grande differenza rispetto al caso di Dilma Rousseff: Temer è, infatti, il primo presidente a essere incriminato per un reato comune, e l’art. 86 della Costituzione brasiliana prevede che – dopo l’autorizzazione della Camera – il giudizio sia affidato, appunto, al Supremo tribunale. La destituzione della Rousseff avvenne invece per la violazione della legge sulla responsabilità fiscale, dunque uno di quei crimini definiti ‘di responsabilità’ per i quali l’ultima parola spetta al Senato federale.

Per ora, sembra che Temer possa fare affidamento sul numero minimo di deputati – 172 – necessario a resistere, anche perché sono molti i parlamentari brasiliani su cui pendono accuse di corruzione. La decisione di avanzare soltanto un’accusa – hanno osservato gli analisti – potrebbe tuttavia rientrare in una precisa strategia della procura: è, infatti, possibile che nuove accuse siano formulate nei confronti del presidente, ma presentandole singolarmente la Camera è tenuta di volta in volta a pronunciarsi, e allora le posizioni dei deputati – nel caso in cui la situazione di Temer dovesse ulteriormente aggravarsi – potrebbero cambiare con il tempo.

Dopo essere stato assolto nel mese di giugno dall’accusa di reati elettorali, per il presidente si profila dunque un periodo difficile, reso ulteriormente complicato dallo scarsissimo consenso di cui gode – solo il 7% dei brasiliani approva il suo operato –, dal fatto che otto ministri del suo governo siano sotto indagine per corruzione e dalla difficoltà di portare avanti riforme impopolari come quella sul lavoro e sulle pensioni, contro cui è scattata la mobilitazione.

Dall’altra parte, le cose non vanno meglio per il Partito dei lavoratori dell’ex presidente Lula, anch’egli sotto processo: il 26 giugno Antonio Palocci, ministro con Lula e con la Rousseff, è stato condannato a 12 anni di reclusione per corruzione e riciclaggio di denaro.

 


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