31 gennaio 2020

Breve storia delle primarie americane/1

La macchina delle primarie si è messa in moto, con il più “esotico” dei riti democratici americani, ovvero il bizzarro caucus dell’Iowa. Le primarie sono uno strumento antico, che nasce per democratizzare il sistema, ma che allo stesso tempo può permettere ai miliardari di conquistarsi una candidatura a presidente. Sono, insomma, uno strumento con luci e ombre, inserito in una cornice, quella americana, che non genera da decenni un coinvolgimento elettorale di massa: nelle presidenziali, le elezioni in assoluto più partecipate degli Stati Uniti, si supera a fatica il 60% della partecipazione elettorale (restano a casa, in sostanza, circa 100 milioni di persone). Ma da dove vengono, le primarie americane?

La Oregon presidential primaries bill del 1910 è la prima legge statale a incorporare le primarie come strumento di selezione dei candidati alle elezioni presidenziali. Primarie “chiuse” (riservate ai soli membri del partito) attraverso le quali nominare i delegati dello Stato alle convention nazionali e garantire il pagamento delle spese di viaggio (per un massimo di 200 dollari).

In verità fu il North Dakota a implementare per primo il processo, nel 1912, ma poco importa. Il metodo delle primarie, nato per selezionare i candidati alle cariche monocratiche, ha più di un secolo di storia e continua a subire riforme incrementali: per esempio, è sempre tema di discussione come allocare i delegati dei singoli Stati; quanto potere debba avere la quota di delegati di partito non eletti, i cosiddetti “superdelegati”; se mantenerle aperte o chiuse; in che sequenza tenerle, visto che il calendario influisce sulla competizione elettorale e sul ruolo del singolo Stato nel processo generale.

 

L’antefatto: quando in America comandavano i partiti

Le primarie nascono con l’obiettivo di democratizzare il processo di selezione dei candidati. Non solo le presidenziali, ma anche la competizione per le cariche di governatore, sindaco, deputato, senatore… fino allo sceriffo di contea. Si trattava di un’idea dirompente, nata per mettere in discussione il primato dei partiti nella democrazia americana. Il politologo americano Richard McCormick descrisse il periodo che va dal 1824 al 1894 come «l’era americana dei partiti», nella quale essi erano «il motore e il dominus del sistema politico, forti del fatto di aver compiuto la democratizzazione dello stato». La citazione è di Enrico Melchionda (Alle origini delle primarie, Ediesse, un bel libro del 2005): altri importanti autori italiani ‒ Arnaldo Testi e Mauro Calise, per esempio ‒ si sono occupati della storia dell’era americana dei partiti, e del suo tramonto.

Spesso tendiamo a dimenticare che gli USA introdussero il suffragio universale maschile con quasi un secolo di anticipo rispetto all’Europa, eliminando gradualmente la discriminazione censitaria per l’accesso al voto introdotta nel 1776. Se nel 1824 il presidente venne eletto dal 26,5% dei maschi adulti, già nel 1840 si era arrivati al 78%. Il risultato fu l’avvento anticipato ‒ rispetto all’Europa ‒ della politica di massa (priva delle connotazioni ideologiche del nostro continente), che generò il coinvolgimento popolare nella arena democratica, la contendibilità di molte cariche pubbliche, la formazione di partiti di massa. Una politica popolare basata su partiti organizzati e di professionisti, nella quale però si presentava anche un rovescio della medaglia: la corruzione, il clientelismo, l’uso particolaristico delle risorse pubbliche, l’emersione di boss politici che controllavano elettori, candidature, partiti, istituzioni (un fantastico manuale di storia elettorale americana è il film Gangs of New York di Martin Scorsese).

Se i partiti aprirono «spazi di partecipazione e rappresentanza a gruppi sociali e interessi economici che fino ad allora ne erano rimasti privi» (Arnaldo Testi), si presentò anche il conto della degenerazione partitica. E a presentarlo fu un movimento, quello progressista, che prese a bersaglio i partiti (e non solo) a partire dalla fine dell’Ottocento.

 

Le primarie: una riforma contro i “boss” di partito

Il movimento progressista fu un movimento politico e culturale composito. La politica corrotta e la sua relazione con le grandi corporation furono il suo bersaglio principale, ma dentro vi era molto di più: il protagonismo di una nuova élite borghese e urbana, l’attenzione di una opinione pubblica più esigente, la modernizzazione del Paese, l’espansione dei diritti, la battaglia contro trust e monopoli, la richiesta di efficienza istituzionale e burocratica (più competenza tecnica, più managerialità, meno politica). L’America cresceva e cambiava, e il movimento progressista era spia e agente del cambiamento.

Sulla politica aveva idee chiare: per esempio quella che i boss dei caucus (le assemblee di partito) spossessassero i cittadini del loro diritto fondamentale di indirizzare l’azione di governo. «Questo provvedimento per l’elezione primaria è una maniera concreta per correggere i mali del governo municipale. Il suo effetto sarà di indurre uomini alla partecipazione attiva negli affari partitici perché esso avrà una forte tendenza a correggere i mali partitici che derivano dalla selezione di uomini disonesti e incompetenti per la carica» (Henry Adams, 1901). Il movimento progressista, portando con sé una forte dose di moralismo e fede in un’azione di governo “spoliticizzata” e più competente, sostenne riforme ad ampio raggio, tutte volte a ridimensionare il potere dei partiti (i critici sottolineano l’elemento “di classe” di questa opzione: ad essere allontanati dalle stanze dei bottoni erano, spesso, i rappresentanti delle classi popolari, ospitate dai partiti a più livelli). Non solo le primarie, ma anche, ad esempio, l’elezione diretta dei senatori (che prima era appannaggio delle Camere statali), il potenziamento dello strumento referendario, la creazione di meccanismi di revoca popolare degli eletti in carica, la riduzione dei giorni di apertura dei seggi, l’introduzione della registrazione preventiva per poter votare (che nasce con l’idea di limitare il ricorso al voto clientelare dell’ultimo minuto, mentre oggi è considerato un ostacolo alla piena partecipazione)… e via proseguendo.

L’obiettivo, raggiunto, fu quello di allontanare dai partiti la capacità di selezionare il personale politico elettivo. I partiti accettarono, sulla spinta di trasformazioni interne, ma anche con l’idea (spesso suffragata dai fatti) di riuscire comunque a controllarne il processo: se da un lato si ottenne una relativa popolarizzazione del processo (oggi partecipa alle primarie più del 30% degli elettori), dall’altro si avviò la stagione della politica “candidate centered” e dell’investitura plebiscitaria delle leadership. (CONTINUA)

 

Immagine: Manifesto elettorale democratico per il caucus del 3 febbraio 2020, Iowa City (Iowa), Stati Uniti (15 gennaio 2020). Crediti: Kevin McGovern / Shutterstock.com

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