11 febbraio 2020

Breve storia delle primarie americane/2

Seconda puntata di una storia lunga più di un secolo (la prima puntata la trovate qui). Una seconda puntata che ci porta dritti ai problemi di oggi, quelli che abbiamo appena osservato in Iowa: se è vero che le primarie sono lo strumento indiscusso di selezione dei candidati alle presidenziali (e più in generale a tutte le cariche monocratiche), è altrettanto vero che le loro regole di ingaggio sono ‒ da sempre ‒ un campo di battaglia politico.

 

Le primarie del 1968 (quando ancora si moriva di politica)

Una vera battaglia la si ebbe nelle strade di Chicago, alla fine dell’agosto del 1968. Segnò la fine di un’epoca, in uno degli anni politicamente più tormentati della storia degli Stati Uniti. Sullo sfondo non c’erano solo la rivolta studentesca e l’opposizione alla guerra in Vietnam, ma anche un’ondata di violenza politica: l’uccisione di Martin Luther King in aprile (dopo la quale si ebbero violenti scontri in oltre 100 città) e quella di Robert Kennedy in giugno. Kennedy era in corsa per la nomination del Partito democratico, dalla quale si era ritirato il presidente in carica Lyndon Johnson, incapace di ottenere la riconferma in un partito spaccato ‒ grosso modo ‒ in quattro fazioni: i “presidenziali”, gli oppositori alla guerra in Vietnam (che sostenevano il senatore Eugene McCarthy); il candidato della coalizione fra cattolici, afroamericani e ispanici (il già citato Kennedy, il cui consenso si diresse parzialmente verso George McGovern); i segregazionisti del Sud di George Wallace, che si opponevano a Johnson e alla legislazione sui diritti civili approvata nel 1964. Per essere precisi, Wallace era un governatore del Sud che cercò di dividere il suo partito, presentandosi con una lista indipendente; rientrò nelle fila democratiche nel 1972, quando ‒ partecipando alle primarie di allora, sempre sulla base di una piattaforma segregazionista ‒ rimase paralizzato per un colpo di pistola (l’autore del tentato omicidio, Arthur Bremer, ha lasciato la prigione 13 anni fa). Insomma, se quelli di oggi vi paiono conflitti epocali, pensate meglio al 1968.

Cosa accadde a Chicago, in quell’anno? Semplicemente, si ebbe l’ultima Convention di partito nella quale i capi delle political machine imposero la loro volontà in opposizione all’esito del voto delle primarie. Humphrey si assicurò i voti degli Stati che selezionavano i delegati senza ricorrere alle primarie, al contrario dei suoi oppositori. La sua vittoria apparve come una manovra politica del presidente Johnson e del potente sindaco di Chicago Richard Daley (una figura quasi mitologica della storia politica americana). I giorni della Convention passarono alla storia per i conflitti fra delegati, per le proteste contro la guerra fuori dal “palazzo” (le autorità fecero ricorso alla polizia e alla guardia nazionale) e per la ribalta mediatica di entrambi i fatti, che resero visibile la gestione autoritaria di quegli eventi. La vecchia guardia del Partito democratico mal si adattava al recente primato della TV: alcuni giornalisti vennero aggrediti dalla polizia di Daley fin dentro la Convention; il sindaco venne ripreso mentre apostrofava un suo oppositore di partito ‒ Abraham Ribicoff ‒ con la frase: «Fuck you, you Jew son of a bitch, you lousy motherfucker go home». La TV irrompeva nelle stanze fumose degli ultimi boss di partito, costretti dalla piazza, da nuove domande di rappresentanza e dalle nuove regole del broadcasting a cedere il passo, definitivamente, al metodo delle primarie.

 

Le primarie in movimento: dalla Commissione McGovern-Fraser ai litigi dell’Iowa

Il caos del 1968 determinò una riorganizzazione del processo di selezione del candidato alle presidenziali, che venne applicata per la prima volta nel 1972, dopo l’approvazione della relazione della cosiddetta Commissione McGovern-Fraser. Vennero implementate regole che ridimensionarono il ruolo delle organizzazioni statali di partito, resero molto più trasparente il processo e aprirono a soggetti poco rappresentati nella vita del partito (giovani, donne e afroamericani), con specifiche procedure di “discriminazione positiva”. La successiva adozione delle primarie nella maggior parte degli Stati fu un effetto non intenzionale provocato da questa riforma, che non prevedeva in modo esplicito tale opzione (che apparve, però, la più solida e la più testata per rispondere alla domanda di più democrazia). Da quel giorno si aprì una lunga discussione sugli effetti delle primarie sulla vita di partito, sulla effettiva rappresentatività dei partecipanti rispetto al corpo elettorale, sul ruolo dei gruppi d’interesse, del potere del denaro e dei gruppi organizzati (specie quelli più ideologici) nella selezione dei candidati. Va ricordata anche la lapidaria battuta di George McGovern, padre della riforma che venne però sonoramente sconfitto da Richard Nixon nelle prime elezioni successive a questa innovazione, nel 1972: «Ho aperto le porte del Partito democratico, e sono uscite 20 milioni di persone».

Le primarie democratiche hanno continuato a conoscere ritocchi e piccole riforme nel corso della loro storia recente. La più importante è stata proprio l’ultima, approvata nel 2018 grazie a un accordo fra le varie anime del partito. La stampa l’ha presentata come un compromesso fra Bernie Sanders ‒ che aveva criticato il funzionamento delle primarie nel 2016 ‒ e il presidente della macchina organizzativa nazionale del partito, Tom Perez (considerato vicino a Hillary Clinton, oggi nell’occhio del ciclone per il caos dell’Iowa). Ironia della sorte, il Democratic National Commitee (DNC) che ha approvato l’ultima riforma si è tenuto proprio a Chicago: un processo durato 2 anni e approvato a larghissima maggioranza. L’obiettivo raggiunto da Bernie Sanders è stato quello di ottenere che i “superdelegati” ‒ le 775 personalità dell’establishment del Partito democratico che possono partecipare alla Convention di diritto ‒ non possano partecipare al primo voto di una brokered convention (quella, cioè, nella quale nessun candidato possiede già la maggioranza assoluta dei voti), ma solo al secondo turno, nel caso nessun candidato la abbia ancora ottenuta. Si tratta di un fatto ormai molto raro, che restituisce all’assemblea piena sovranità e che apre allo scambio e al compromesso (ed ecco che, appunto, entrano in gioco i broker del partito).

La riforma del 2018 ha aperto le assemblee dei caucus al voto “in assenza” (votare senza partecipare alle assemblee rende i caucus un po’ più simili a primarie), a una registrazione più semplice e last minute alle liste elettorali e a una maggiore apertura agli elettori indipendenti (spesso giovani e radicali, tendenzialmente pro-Bernie). Alcune regole dipendono esclusivamente dagli Stati, ma il DNC ha un suo potere di persuasione. Un esempio di critica a queste riforme è venuto dai superdelegati del DNC che appartengono a minoranze, che sono sovra-rappresentate in questo gruppo di 775 persone.

L’accordo Perez-Sanders non è bastato a tenere lontane dalle primarie del 2020 le accuse di sabotaggio e brogli, facendo subito emergere teorie della cospirazione (anche se appare evidente che Sanders venga spesso osteggiato malamente): primarie combattute e con molti candidati in campo ‒ per di più così diversi ‒ portano tensioni inevitabili e giochi di ogni tipo attorno ai regolamenti. Persino ora la vicenda non è ancora conclusa: se le primarie continueranno a essere così tese, siate pronti a studiare un metodo di votazione che potrebbe essere selezionato per i caucus di Alaska, Kansas, Hawaii e Wyoming, ovvero il ranked choice voting. Ci sarà tempo per spiegarlo, e soprattutto, che ci crediate o meno, c’è ancora spazio per un ulteriore articolo sulla storia delle primarie, che racconterà la logica politica che sta dietro la costruzione dei calendari. (CONTINUA)

 

Crediti immagine: Victor Moussa /Shutterstock.com

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