13 dicembre 2018

Brexit, May supera la mozione di sfiducia

di Domenico Cerabona

Nella serata di ieri si è tenuto il voto all’interno del gruppo parlamentare del Partito conservatore. Il voto era stato richiesto, come da regolamento interno dei Tories, da almeno quarantotto MP (Member of Parliament). A mandare la lettera di sfiducia al Capogruppo (Chief Whip) era stata la corrente dei Brexiteers, capitanati in questa fase da Jacob Rees-Mogg. Il tentativo di spallata è arrivato in seguito al rifiuto da parte del primo ministro di sottoporre al voto del Parlamento il testo dell’accordo trattato con l’Unione Europea che si sarebbe dovuto tenere l’11 dicembre.

Theresa May, ancora una volta, lottando con le unghie e con i denti, è riuscita a sopravvivere e – sempre secondo il regolamento dei Tories – per un intero anno non potrà vedere la sua leadership contestata dal suo gruppo parlamentare. Tuttavia, il risultato del voto segreto tenutosi ieri sera è tutt’altro che confortante per il premier britannico. Su 317 parlamentari, infatti, ben 117 hanno votato per sfiduciarla. Quasi un terzo del suo gruppo parlamentare. Per rendere l’idea della drammaticità della spaccatura all’interno dei Tories vale la pena di ricordare che Margaret Thatcher quando si dimise dalla leadership del Partito conservatore ottenne la fiducia di 204 parlamentari, una cifra non ritenuta sufficiente dalla Lady di ferro per mantenere la guida del partito e del governo. Theresa May si è fermata a 200 voti a favore. Un numero molto esiguo se si tiene inoltre conto che la May, per ottenerlo, ha dovuto promettere di rinunciare a guidare il partito alle prossime elezioni, previste nel 2022. Sostanzialmente, la May avrebbe chiesto un mandato limitato al conseguimento della chiusura della Brexit, ma nonostante questo ha subito una ribellione molto più ampia del previsto e – numeri alla mano - non limitata all’ala più oltranzista del suo partito.

Insomma, una vittoria che per la May rischia di essere di Pirro, perché – a meno di clamorosi colpi di scena – testimone di come non ci siano assolutamente i numeri in Parlamento per approvare il suo accordo sull’uscita dall’Unione, poiché ai ribelli Tories vanno aggiunti i voti contrari di tutte le opposizioni e dell’alleato di governo della May, il DUP (Democratic Unionist Party).

Un voto che, a questo punto, non si sa neanche esattamente quando avrà luogo. Sappiamo solo che, obbligatoriamente, si dovrà tenere entro il 21 gennaio, a poco più di due mesi dalla data in cui – secondo l’articolo 50 del Trattato di Lisbona – la Brexit entrerà in vigore, anche in caso non si sia raggiunto un accordo.

Il primo ministro sta continuando a trattare con l’Unione Europea, ricevendo però risposte molto secche da parte di tutti. Merkel, Juncker e Tusk hanno infatti tenuto la stessa posizione: “non ci sono margini di trattativa, l’accordo non può più essere cambiato”. La speranza di ottenere ulteriori concessioni circa la complicata situazione del “backstop” per quanto riguarda il confine tra Nord Irlanda e Irlanda del Nord pare dunque molto vana. Nelle giornate di oggi e domani si terrà un Consiglio europeo in cui è stata inserita in agenda una ulteriore discussione sulla Brexit, ma difficilmente la May riuscirà a riportare in Parlamento qualcosa che possa cambiare la situazione che – al momento – pare per lei disperata. Ancora una volta appare troppo debole per andare avanti ma, allo stesso tempo, si fa forte della mancanza di valide alternative all’interno di un Partito conservatore, sempre più spaccato e sempre più timoroso all’idea di nuove elezioni anticipate. Una eventualità che, invece, è richiesta a gran voce dal Partito laburista guidato da Jeremy Corbyn che, da settembre, chiede di tornare al voto.

La crisi politica che attanaglia ormai da anni il Regno Unito è dunque molto lontana dall’essere risolta, nonostante la scadenza per la Brexit si avvicini a grandi falcate ricca di incognite e incertezze.

 

Crediti immagine: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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