15 giugno 2018

Brexit, burrasca in Parlamento per Theresa May

di Domenico Cerabona

Poche decisioni della storia politica recente britannica hanno un carattere divisivo come quelle relative alla Brexit.

Non solo il Paese si è – punto percentuale più, punto percentuale meno – spaccato su un argomento così delicato, ma addirittura lo stesso partito di governo, i conservatori guidati da Theresa May, non trovano accordo su quale debba essere l’approccio del Regno Unito alle trattative con l’Unione Europea. Per la verità anche il principale partito di opposizione, il Labour capeggiato da Jeremy Corbyn, ha una pluralità di opinioni al suo interno circa questo argomento. Ma per i laburisti raggiungere una linea comune è più facile: innanzitutto perché essendo all’opposizione hanno l’occasione di riunirsi in un voto contro il governo senza dover essere per forza obbligati a proporre una soluzione alternativa, e in secondo luogo perché – al momento – la leadership e la popolarità di Jeremy Corbyn non sono affatto in discussione, anzi.

Al contrario, invece, Theresa May è una leader estremamente debole, che deve affrontare attacchi da fronti opposti: da un lato gli intransigenti del “leave” che vogliono uscire dall’Unione Europea costi quel che costi, anche senza un accordo con l’Unione, dall’altro i sostenitori del “remain” che vogliono assicurarsi la Brexit più morbida e concordata possibile.

A causa di questa situazione burrascosa all’interno del proprio partito, il primo ministro è costretto a reagire giorno per giorno agli eventi. La scorsa settimana, stando alle indiscrezioni giornalistiche, la May è stata obbligata sotto minaccia di dimissioni del proprio ministro con delega alla Brexit, David Davis, a pubblicare un documento ufficiale che annuncia che il governo britannico è disposto a prolungare il periodo di transizione – cioè il periodo in cui di fatto le relazioni tra Unione e Regno Unito, soprattutto in termini di circolazione di beni e persone, non cambieranno rispetto alla situazione attuale – sino al dicembre 2021, oltre due anni dopo la data prevista per la conclusione delle trattative, nel marzo del prossimo anno. Un documento tuttavia molto generico perché descrive solo i desiderata del governo che è però consapevole del fatto che tali richieste potrebbero essere, in tutto o in parte, disattese dalla controparte.

Particolarmente difficile poi si è rivelata la due giorni di votazioni tenutasi questa settimana in Parlamento sul Brexit Bill: il gigantesco contenitore legislativo con cui il governo si propone di affrontare l’uscita dall’Unione. Il testo, approvato in prima lettura dalla Camera dei Comuni, è stato sottoposto alla Camera dei Lord che lo ha stravolto con tantissimi emendamenti contrari alla hard Brexit ed in particolare contrari a lasciare “mani libere” al governo in sede di trattative. È forse opportuno ricordare che i membri della Camera alta, seppure abbiano perso il privilegio di consegnare in eredità la propria carica, sono nominati a vita e – di conseguenza – votano secondo coscienza e convinzione, senza nessun obbligo particolare nei confronti dell’elettorato né, tantomeno, del governo.

Non è dunque un caso se gli emendamenti proposti dai Lords al Brexit Bill siano, in generale, in favore di una soft Brexit e – soprattutto – in favore di un grande diritto di veto da parte del Parlamento su quello che sarà l’accordo finale proposto dal governo. Le decisioni e gli emendamenti della Camera dei Lord sono di natura solo consultiva se non ratificate dalla Camera dei Comuni, la quale però non può esimersi dal discuterli e votarli.

Ed è proprio sul voto ad alcuni emendamenti più “controversi” che si è consumata una grande spaccatura all’interno dei Tories nelle ore immediatamente precedenti al voto previsto nella giornata di martedì 12 giugno. In particolare la frattura si stava per consumare sull’emendamento numero 19 che avrebbe tolto al governo l’opzione del “no deal”. In pratica i sostenitori più accesi del “leave” sostengono che se l’accordo finale dovesse essere troppo punitivo nei confronti del Regno Unito, quest’ultimo possa decidere di non firmare nessun accordo e uscire unilateralmente dall’Unione, senza nessun tipo di rapporto concordato su dogane, circolazione di beni e servizi, circolazione di persone: insomma, diventare da un giorno all’altro un Paese “straniero” per l’Unione. La possibilità di non chiudere nessun tipo di accordo però potrebbe essere anche usata come minaccia nei confronti del Parlamento per obbligarlo a votare l’accordo contrattato: insomma il governo vuole lasciarsi l’opportunità di dire al Parlamento “o questo accordo o nessun accordo, prendere o lasciare”.

Con l’emendamento 19 i Lords hanno tentato di dare al Parlamento una terza opzione e cioè quella di non votare l’accordo contrattato e proporre un accordo alternativo.

Questo emendamento, oltre ad essere appoggiato da tutte le opposizioni in maniera sostanzialmente compatta, era visto con estremo favore dall’ala più moderata del Partito conservatore che si preparava a votarlo, infliggendo in questo modo una pesante sconfitta alla leadership conservatrice: una sconfitta che avrebbe quasi sicuramente portato alle dimissioni di Theresa May.

Addirittura un ministro della May, Phillip Lee, si è dimesso martedì 12 giugno, poche ore prima del voto, per poter aver mani libere sulle scelte da fare in aula.

Dopo ore di intensissime trattative interne tenutesi il 12 giugno sino a pochi minuti prima della votazione, i Tories sono riusciti ad evitare la spaccatura votando compatti contro l’emendamento 19 che è stato così bocciato. Tuttavia, subito dopo il voto, sono partite due interpretazioni diverse sull’accaduto. L’ala moderata ha dichiarato di aver avuto la promessa da parte del primo ministro che, nel successivo passaggio alla Camera dei Lord previsto la prossima settimana, il governo avrebbe introdotto un emendamento che concedeva al Parlamento un voto “significativo” (e cioè con diritto di emendamento) sull’accordo finale. L’ala invece più intransigente ha negato l’esistenza di una simile promessa.

Indiscrezioni e smentite che però confermano le acque burrascose in cui è costretta a navigare la May a causa del risultato abbastanza disastroso delle elezioni che si sono tenute un anno fa: elezioni che le hanno tolto la maggioranza in Parlamento e consegnato un partito che aspetta solo il momento adatto per disarcionarla. Tutto questo mentre è impegnata in una trattativa tra le più complicate della storia britannica e che rischia di avere conseguenze disastrose sullo stile di vita del popolo britannico e sulle relazioni internazionali di Londra con tutta Europa.

 

Crediti immagine: da EU2017EE Estonian Presidency (Theresa May) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], attraverso Wikimedia Commons

 


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