23 ottobre 2019

Brexit, come si è arrivati a un nuovo rinvio

di Domenico Cerabona

Ieri a Westminster abbiamo assistito all’ennesima giornata cruciale per la vicenda Brexit. Il Parlamento britannico, come ormai d’abitudine, ci ha consegnato un risultato per certi versi paradossale e che vale la pena di provare a decifrare.

I voti di ieri sera avvenivano a poche ore da un’altra giornata storica, quella della seduta di sabato 19 ottobre. La House of Commons infatti non si riuniva di sabato dai tempi della guerra delle Falkland e, nel secondo dopoguerra, solo un’altra volta era stata convocata nel fine settimana. Sabato scorso i parlamentari votando un emendamento a prima firma Letwin (parlamentare Tory) e sostenuto da mp (member of Parliament) di tutti i partiti, aveva di fatto deciso di non esprimersi sul nuovo accordo trattato da Boris Johnson fino a quando il governo non avesse sottoposto al Parlamento un pacchetto legislativo completo. Johnson si opponeva a questa eventualità perché rendeva improbabile, se non impossibile, approvare una legislazione così complessa in tempo per mantenere la promessa di far uscire il Regno Unito dall’Unione Europea entro il 31 ottobre. Infatti, una volta approvato l’emendamento Letwin, Johnson è stato costretto a inviare una lettera all’Unione Europea, in ottemperanza alla legge Benn approvata un mese fa, in cui si faceva richiesta di una estensione alla scadenza prevista al momento del 31 ottobre. Tale lettera (non firmata) era però accompagnata da una seconda lettera (questa volta firmata) in cui il primo ministro spiegava di essere contrario all’eventualità di un nuovo rinvio e che sperava di riuscire a convincere il Parlamento a votare per l’accordo.

Per questa ragione lunedì, alla riapertura del Parlamento, Jacob Rees-Mogg, Leader of the House e cioè colui che ha il compito di annunciare all’Aula l’agenda con cui il governo intende procedere alla discussione dei propri provvedimenti, ha provato a riproporre la votazione dell’accordo “a scatola chiusa” con una mozione identica a quella di sabato. Il presidente della Camera John Bercow (che il 31 ottobre si dimetterà) ha negato al governo la possibilità di riproporre al Parlamento una mozione identica a quella appena discussa, cosa che aveva già fatto con Theresa May all’inizio di quest’anno.

A questo punto il governo, come già annunciato da Johnson sabato, ha deciso di procedere a tappe serrate con la discussione del pacchetto legislativo, il cosiddetto Withdrawal Agreement Bill (in seguito WAB) pubblicato nella tarda serata di lunedì. L’intenzione di Johnson era quella di procedere alle varie letture e approvazioni in Parlamento entro giovedì (cioè domani) sempre con l’idea di far entrare la legge in vigore prima del 31 ottobre, certo, ma in realtà anche per togliere ai parlamentari il tempo e il modo di proporre e votare emendamenti alla legge proposta dal governo.

Come ogni legge, infatti, il WAB è completamente emendabile e alla fine di tutti i passaggi parlamentari potrebbe diventare qualcosa di totalmente diverso da quanto proposto inizialmente dal governo, soprattutto considerando che Johnson è ormai un primo ministro di minoranza, in particolare ora che il DUP (Democratic Unionist Party, il partito degli unionisti nordirlandesi che fa – o forse faceva – parte della maggioranza di governo) si è schierato contro il WAB.

Tuttavia, il calendario dei lavori parlamentari su un disegno di legge (programme motion) è proposto dal governo, ma deve essere votato dal Parlamento che, bocciandolo, assume in capo a sé il calendario dei lavori. Pertanto per Johnson era cruciale una vittoria su questa mozione per poter mantenere il controllo dei tempi parlamentari per riuscire a disinnescare la richiesta di rinvio della Brexit da lui stesso inviata.

Questa lunga introduzione serve per illustrare meglio l’importanza dei due voti di ieri sera.

La prima votazione era sulla seconda lettura del WAB. Per quanto sia una procedura controintuitiva, la seconda lettura è la prima occasione per il Parlamento di esprimersi su di una legge, essendo la prima lettura una formalità in cui viene semplicemente letto il nome della legge e la stessa viene pubblicata. Nella seconda lettura (second reading) la legge viene dibattuta dal Parlamento – cosa avvenuta ieri – e viene votata per la prima volta: solo in seguito ad una eventuale approvazione si può poi procedere alla discussione nelle commissioni, alla discussione e votazione di emendamenti e, infine, a due altre votazioni (third and fourth reading). Occorre tenere a mente questi passaggi per comprendere dunque che l’approvazione del second reading è il primo di una serie di lunghissimi passaggi parlamentari propedeutici all’entrata in vigore di una legge. La votazione circa il second reading del WAB è stata vinta dal governo con una maggioranza di 329 voti contro 299. Come si è detto un primo passaggio non cruciale, ma che ha comunque segnato una piccola vittoria storica per Johnson che, a differenza della May, è riuscito ad ottenere un voto favorevole della House of Commons sul suo accordo.

Tuttavia, la votazione più importante della serata era quella sulla già citata Programme Motion: Johnson nel presentare il WAB nel pomeriggio aveva avvisato il Parlamento che se non avesse approvato i tempi da lui proposti per la discussione del provvedimento, sarebbe stato costretto ad accelerare i preparativi dall’uscita senza accordo e al contempo a ritirare l’accordo stesso dalla discussione. Questo perché, ha spiegato in più occasioni il primo ministro, non ha intenzione di essere trascinato in settimane – se non mesi – di dibattito parlamentare che renderà inevitabile un rinvio a tempi medio-lunghi dalla Brexit.

Le opposizioni, più compattamente di quanto non avvenuto in occasione del second reading, erano schierate contro la Programme Motion, potendo questa volta contare anche su alcuni dissidenti conservatori che invece avevano votato poco prima per il WAB. E così il governo è stato sconfitto con 322 voti contrari e solo 309 a favore della mozione.

Un buon numero di parlamentari, compresi alcuni laburisti, avevano infatti votato per il second reading perché in linea di principio favorevoli all’idea di procedere con la Brexit, ma erano contrari alla sostanza del provvedimento e volevano avere il tempo e il modo di emendarlo con proposte che sono già sul campo, come quella di introdurre un’unione doganale o l’eventualità di un referendum conservativo.

Jeremy Corbyn immediatamente dopo il voto ha offerto al primo ministro la disponibilità a lavorare insieme per stabilire l’agenda dei lavori e trovare un sentiero per procedere alla discussione dell’accordo.

La riposta di Johnson non si è fatta attendere: ha annunciato la volontà del governo di “mettere in pausa” la discussione sul WAB e attendere la decisione del Consiglio europeo sulla richiesta di rinvio fatta nella tarda serata di sabato.

Anche la riposta europea non si è fatta attendere: il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha dichiarato che in seguito alla pausa annunciata da Johnson avrebbe consigliato ai leader dei ventisette Paesi membri di accettare la richiesta di rinvio, per evitare una Brexit senza accordo.

Ancora una volta, dunque, non ci resta che aspettare. Se i ventisette accetteranno la proposta di rinvio, verosimilmente al 31 gennaio 2020, allora quasi certamente Boris Johnson chiederà nuovamente le elezioni anticipate e, con il rinvio approvato dall’Unione, le opposizioni difficilmente questa volta si opporranno.

Si avvicina dunque la terza elezione politica nell’arco di quattro anni, uno scenario decisamente insolito per quello che una volta era considerato lo stabile sistema di Westminster; la data più probabile parrebbe essere quella del 12 dicembre.

 

Immagine: Boris Johnson (21 agosto 2019). Crediti: photocosmos1 / Shutterstock.com

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