11 settembre 2019

Brexit, cronaca dell’ultimo giorno prima della sospensione del Parlamento

di Domenico Cerabona

Si è svolta lunedì l’ultima seduta del Parlamento di Westminster prima della lunga (e contestatissima) sospensione che terrà l’Aula della House of Commons chiusa sino al 14 ottobre, quando riaprirà per ascoltare e votare il Queen’s Speech, il discorso scritto dal governo in cui la regina annuncia l’agenda del suo esecutivo. La riapertura avverrà a ridosso del Consiglio europeo del 17 ottobre che avrà come oggetto proprio la Brexit.

L’ultimo giorno di lavori parlamentari è stato ricco di emozioni e controversie.

L’evento più eclatante è stato certamente l’annuncio delle dimissioni del presidente della Camera John Bercow. L’eccentrico speaker, ormai famoso per le sue cravatte e per il suo già proverbiale richiamo “order”, in un discorso commosso ha dichiarato di voler fare fede alla promessa fatta alla sua famiglia di non prendere parte ad un’altra elezione, annunciando dunque all’Aula che se avesse votato per nuove elezioni in tarda serata, quella sarebbe stata la fine del suo mandato da presidente.

Il ruolo di speaker non ha una scadenza formale e nell’era moderna quella di Bercow è stata una delle presidenze più lunghe. L’annuncio arriva al termine di un lungo scontro tra lo speaker e quello che era il suo partito, i Tories, che gli ha contestato il modo di condurre i lavori parlamentari in occasione della Brexit. Bercow, infatti, applicando la discrezione che è propria del suo ruolo, ha favorito e anzi incoraggiato il Parlamento a vigilare e se necessario bloccare il percorso di trattative intrapreso dall’esecutivo per quanto concerneva l’uscita dall’Unione Europea. La May prima e Johnson dopo, attraverso i propri rappresentanti in Parlamento, hanno spesso contestato l’operato dello speaker e il conflitto è arrivato al punto che i conservatori, violando una consuetudine consolidata e antica, avevano nei giorni scorsi annunciato che in caso di elezioni avrebbero espresso un candidato nel collegio elettorale di Bercow. Per convenzione quando un parlamentare viene eletto Speaker of the House, rinuncia all’affiliazione politica per diventare un garante imparziale e, fino a quando non annunci le sue dimissioni, alle quali – sempre per consuetudine – segue la nomina a vita nella House of Lords, in caso di elezioni si ricandida nel proprio collegio senza che i principali partiti del Paese (Tories, Labour e LibDem) esprimano un candidato che gli contesti il collegio. L’annuncio dei Tories è stato dunque un attacco frontale a Bercow che certamente ha influito sulla sua decisione.

Tuttavia lo speaker dalle cravatte iridescenti non se ne va certo senza un colpo di teatro: prevedendo infatti che – come diremo in seguito – il Parlamento non avrebbe optato per elezioni anticipate, Bercow ha dichiarato nel suo discorso di commiato che si sarebbe dimesso il 31 ottobre. In questo modo non solo sarà lui stesso a gestire le delicate fasi di riapertura del Parlamento e del discorso della regina, ma soprattutto gestirà la confusa fase che sicuramente si aprirà con l’arrivo della scadenza per l’uscita dall’Unione prevista proprio per il 31 ottobre.

Infine, Bercow ha sostenuto di ritenere opportuno che ad eleggere il nuovo speaker sia questo Parlamento e non quello frutto di nuove elezioni, per evitare che nuovi parlamentari non esperti eleggano il nuovo presidente sotto una forte pressione del proprio capogruppo: e nel pronunciare questo auspicio Bercow guardava teatralmente verso i banchi di quello che fino a dieci anni fa era il suo partito.

Questa piccola rivoluzione parlamentare ha quasi fatto passare in secondo piano le ben tre sconfitte subite da Johnson in quello che per qualunque altro governo sarebbe stato considerato un lunedì nero. L’esecutivo è stato prima battuto su una mozione che gli chiedeva di pubblicare un documento governativo riservato nominato “yellowhammer” in cui sono descritte le conseguenze a breve termine di una Brexit senza accordo. La mozione, proposta da Dominic Grieve (conservatore e già protagonista con emendamenti anti-Brexit in passato), chiedeva anche alla regina di obbligare il governo a pubblicare le comunicazioni private in cui, ben prima di quando formalmente annunciato al Parlamento, l’esecutivo aveva optato per la sospensione dello stesso. Un voto non vincolante legalmente per il governo che ha però marcato la quinta sconfitta in altrettanti voti tenutisi alla House of Commons.

In seguito il leader del Labour Jeremy Corbyn ha proposto una mozione che ribadisse l’obbligo del primo ministro a rispettare le leggi. Una mozione che faceva riferimento alle dichiarazioni dei giorni scorsi di Boris Johnson secondo le quali affermava di non voler, in nessuna circostanza, chiedere un rinvio della Brexit. Questo è in aperto contrasto con la legge votata la scorsa settimana ed entrata in vigore formalmente proprio lunedì che sancisce, in caso di mancato accordo in occasione del Consiglio europeo del 17 ottobre, l’obbligo per il governo di chiedere una ulteriore estensione. La mozione di Corbyn è passata per acclamazione, senza che il governo chiedesse la “division”, il conteggio dei Parlamentari, proprio per evitare di valutare la portata di una nuova, la sesta, sconfitta del governo.

Sconfitta che tuttavia è arrivata nella notte quando il Parlamento ha votato sulla mozione del primo ministro in cui venivano nuovamente chieste elezioni anticipate. Ancora una volta Johnson ha ribadito di non voler in alcun caso chiedere un rinvio della Brexit e ha accusato il Parlamento di volerlo obbligare a condurre le trattative con le mani legate. Ha dunque chiesto di poter indire elezioni il 15 ottobre, in modo da essere in grado di dare al primo ministro un mandato pieno con cui andare a trattare al Consiglio europeo del 17. Le opposizioni, di par loro, hanno dichiarato di non voler cadere nella trappola del primo ministro il quale, a loro dire, indicendo elezioni in questo momento non lascerebbe al Paese alternative all’uscita dall’Unione Europea senza un accordo. Pertanto, non prendendo parte al voto, la mozione non ha ottenuto i due terzi di voti favorevoli necessari allo scioglimento della House of Commons.

I lavori di Westminster riprenderanno dunque il 14 ottobre, a sole due settimane dalla scadenza della Brexit e con uno scenario politico quanto più possibile diviso e infuocato, un Paese sempre più polarizzato e con istituzioni indebolite dagli attacchi e dalle accuse reciproche.

 

Immagine: John Bercow (14 febbraio 2018). Crediti: Gints Ivuskans / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0