15 gennaio 2019

Brexit, il giorno del voto in Parlamento

di Domenico Cerabona

Questa settimana potrebbe essere decisiva per il futuro della Brexit. Non si può fare a meno del condizionale perché di questi tempi la politica di Westminster è quasi totalmente imprevedibile.

Siamo però pressoché certi che oggi, martedì 15 gennaio, la House of Commons voterà sull’accordo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea negoziato dal primo ministro conservatore con la Commissione ed il Consiglio europeo.

Sulla carta Theresa May non ha speranze di ottenere un successo considerando che tutte le opposizioni (Labour, Scottish National Party e LibDem) hanno annunciato il voto contrario insieme al Democratic Unionist Party (l’alleato di governo dei Tories necessario alla May per avere una maggioranza) e a decine di parlamentari del Partito conservatore, oltre cento dei quali hanno a dicembre espresso un voto di sfiducia verso la leader del proprio partito.

Le premesse per una bocciatura ci sono tutte; e infatti il 2019 è cominciato per la May come era finito il 2018, con un susseguirsi di pesanti sconfitte parlamentari che ne hanno minato la strategia.

La prima sconfitta è avvenuta martedì scorso, quando il Parlamento ha approvato un emendamento alla legge di bilancio della laburista Yvette Cooper che impedirà al governo di avere autonomia finanziaria in caso di No Deal. In sostanza l’emendamento – che in realtà ha un valore più politico che strettamente giuridico – obbliga il governo a chiedere il parere del Parlamento prima di prendere qualunque decisione sulle finanze statali in caso di uscita unilaterale dall’Unione, legando di fatto le mani dell’esecutivo. L’obiettivo però era soprattutto quello di mostrare al governo che i parlamentari non sono assolutamente favorevoli all’eventualità di un No Deal e che dunque il governo non può pensare di usare quella eventualità come ricatto nei confronti della Camera bassa.

La seconda sconfitta, ancora più importante, è avvenuta su una proposta di Dominc Grieve, parlamentare conservatore e già ministro della Giustizia del governo Cameron. Grieve – che già prima della pausa natalizia aveva proposto e fatto approvare un emendamento che dà al Parlamento la possibilità di emendare completamente l’accordo trattato dal governo in seguito ad un eventuale voto contrario sullo stresso – ha questa volta proposto un ordine del giorno che, in caso di sconfitta del governo nel voto di oggi, obbliga la May a presentare un piano alternativo entro tre giorni (e non i previsti ventuno come si aspettava Downing Street).

L’ordine del giorno è stato sostenuto da tutte le opposizioni e da molti “ribelli” conservatori che hanno inflitto una cocente sconfitta al governo. Sconfitta che è stata preceduta da furiose polemiche nei confronti del presidente della Camera John Bercow che – a sorpresa – aveva deciso di mettere ai voti la proposta di Grieve. Pare infatti che gli stessi funzionari della Camera responsabili dell’interpretazione dell’esoterico regolamento parlamentare (ricordiamo infatti che nel sistema britannico non vi sono che tracce procedurali, in generale regna il rispetto di consuetudini a volte secolari ma del tutto informali) si fossero espressi contro la messa in votazione del dispositivo. Quella di oggi potrebbe essere dunque la terza sconfitta parlamentare in una settimana per Theresa May, peraltro sull’accordo sul quale ha speso tutto il suo capitale politico (e forse anche umano).

Dall’altro lato del Parlamento, Jeremy Corbyn e il Partito laburista sono di fatto già in campagna elettorale. In un discorso tenuto a Wakefield, roccaforte laburista nello Yorkshire, ex zona mineraria che ha votato in massa per il leave, il leader laburista ha chiesto al governo di indire nuove elezioni in caso sconfitta nel voto parlamentare. Non ci sono, secondo Corbyn, soluzioni che siano altrettanto pratiche e, allo stesso tempo, democratiche.

Corbyn, in un discorso che sembra ormai dare per scontata la sconfitta, parla già all’elettorato – in particolare laburista – spiegando che le divisioni nel Paese non sono tra coloro che hanno votato leave o remain, ma tra coloro che fanno fatica ad arrivare a fine mese, lottano con un sistema di welfare sempre più vittima dei tagli, con salari stagnanti e una crescente disuguaglianza e coloro che invece negli ultimi dieci anni hanno visto aumentare a dismisura la propria ricchezza.

Così come nel 2017, il Labour sta cercando dunque di non farsi schiacciare dalla polarizzazione sulla Brexit, che spaccherebbe a metà il proprio elettorato (e ancora di più il Paese, probabilmente), per presentare una visione più ampia in cui la Brexit sarebbe solo uno dei vari elementi chiave. Dal punto di vista pratico il Labour chiede nuove elezioni politiche in seguito alle quali riprendere le trattative con l’Unione per ottenere innanzitutto una unione doganale che agevoli gli scambi commerciali con l’Europa. Per fare questo Keir Starmer, ministro ombra per la Brexit, ha evidenziato che molto probabilmente – visti i tempi – sarà necessario estendere le procedure previste dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona e posticipare la data di uscita fissata per il 29 marzo 2019.

Tuttavia, se l’ultimo anno e mezzo ci ha insegnato qualcosa è proprio che Theresa May, anche quando è data per spacciata, trova sempre un modo per sopravvivere. Non è infatti totalmente da escludere che, anche questa volta, il primo ministro possa farsi forza della mancanza di alternative per i suoi avversari interni. Ricordiamo infatti che, a seguito del voto tenutosi all’interno del gruppo conservatore nel mese di dicembre, secondo le regole interne dei Tories fino alla fine del 2019 nessuno può contestare la leadership alla May. Dunque, in caso di sconfitta, l’unico modo che avrebbero i ribelli conservatori per sbarazzarsi del primo ministro sarebbe quello di votare una mozione di sfiducia proposta dal Partito laburista, eventualità che renderebbe del tutto scontata la necessità di nuove elezioni. Ma visti i sondaggi, che danno il Labour in testa – seppure di poco – avranno i Tories il coraggio di votare contro il loro governo obbligando il partito a scegliere in fretta e furia un nuovo leader per affrontare una campagna elettorale breve e dominata da una sconfitta storica per il Partito conservatore?

Ancora una volta, dunque, conviene non sottovalutare le capacità di sopravvivenza di Theresa May e lo spirito di conservazione dei Tories, un partito che è abituato a gestire il potere – e le relative crisi annesse - da diversi secoli.

 

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