11 luglio 2018

Brexit, il governo May perde Davis e Johnson

di Domenico Cerabona

Venerdì scorso Theresa May ha riunito tutto il suo governo a Chequers, la residenza “di campagna” del primo ministro britannico. Prima della riunione tutti i membri del governo dovevano lasciare fuori dalla sala smartphone e smartwatch, niente doveva trapelare. Obiettivo della giornata: approvare il piano del governo per la Brexit. Un piano che, una volta varato, vincolasse tutti i membri del governo, che fossero “brexiteers” ovvero sostenitori della Brexit (in particolare David Davis, ministro della Brexit e Boris Johnson, ministro degli Esteri) o “remainers” dunque contrari alla Brexit e che adesso premono per una “soft Brexit”, cioè un’uscita meno dolorosa possibile. Venerdì sera l’accordo pareva trovato, la May si era detta soddisfatta dell’incontro. Il nuovo piano del governo era, di fatto, una soft Brexit. Cosa prevede il nuovo piano della May? Innanzitutto, per quanto riguarda tutti i prodotti, compresi quelli agricoli, si vuole mantenere in piedi l’impianto di regole comuni tra Regno Unito e Unione Europea; questo per impedire che la legislazione europea blocchi l’accesso al mercato unico. Quindi il nuovo trattato dovrà prevedere un sistema di armonizzazione della legislazione per evitare problemi doganali. Il Parlamento britannico avrà voce in capitolo su tale armonizzazione ma nella consapevolezza delle conseguenze e cioè del possibile blocco dell’accesso al mercato unico. Tale accordo esclude il mercato dei servizi, cosa che renderà i rapporti con l’Unione più complicati per questo settore. In tema di giurisdizione c’è uno degli aspetti più controversi. Proprio per quanto riguarda le regole comuni che rimarranno in piedi per quanto scritto sopra, di fatto, il piano prevede che gli organi europei di giustizia, in particolare la Corte europea di giustizia, siano garanti dell’interpretazione delle regole. Questo era uno dei temi principali della campagna referendaria, infatti i sostenitori del Leave affermavano che fosse inaccettabile l’esistenza di organi giudiziari di ultima istanza “stranieri”. Il piano della May da un lato elimina la giurisdizione europea sulla legislazione “ordinaria”, dall’altro la mantiene su alcuni aspetti cruciali dell’economia britannica, pena l’esclusione dal mercato unico. Particolarmente complicato è l’approccio al tema degli accordi doganali. Il piano prevede un accordo doganale “combinato”. Per quanto riguarda i beni destinati esclusivamente al mercato britannico si applicheranno tariffe e accordi commerciali “domestici”, mentre per i prodotti destinati al mercato europeo si applicheranno le corrispondenti regole e tariffe europee. Questo, nell’intenzione del governo di Theresa May, dovrebbe evitare i cosiddetti “hard borders” e cioè l’istituzione di nuovi confini “fisici” tra il Regno Unito e l’Unione e, soprattutto, tra Irlanda e Irlanda del Nord. Il piano sarà a breve formalizzato in un “Quaderno bianco” e cioè in una vera e propria proposta legislativa del governo da sottoporre al Parlamento e, soprattutto, all’Unione. Nella volontà del governo si tratta di un accordo preciso e responsabile, che da un lato manterrà aperti i rapporti commerciali con l’Unione e dall’altro porrà fine alla libera circolazione, soprattutto delle persone, con – tuttavia – la possibilità di fare accordi specifici che rendano agevole lo spostamento per casi di lavoro o di studio. Occorre però ricordare che questo piano è semplicemente ciò che la May si propone di offrire al tavolo delle trattative con l’Unione. Bisognerà vedere come reagiranno i 27. È facile prevedere, infatti, che l’Unione avrà da eccepire su alcuni aspetti, in particolare sulla proposta di accordo doganale combinato. Andando però ad analizzare politicamente e non tecnicamente l’accordo, questo della May era un estremo tentativo di portare a compimento la trattativa più difficile, che non è tanto quella con l’Unione ma quella interna del suo partito. A meno di un anno dalla data in cui il governo ha promesso di portare a termine le trattative, i Tories sono lontanissimi da raggiungere un accordo tra di loro su quale sarà il punto di caduta accettabile alla fine del processo. Se, infatti, i remainers non possono accettare l’idea di un “no deal” e cioè di un’uscita unilaterale dall’Unione senza alcun tipo di accordo, dall’altra i brexiteers non possono accettare l’idea di una Brexit che lasci alcuni aspetti cruciali (immigrazione, commercio e giurisdizione) invariati rispetto alla situazione attuale. E considerando i numeri in parlamento, la May non può permettersi un partito diviso se vuole approvare un accordo con l’Unione o evitare la caduta del governo in caso di “no deal”. Queste sono le ragioni che hanno portato alla prova di forza del primo ministro che venerdì ha imposto una specie di ultimatum a tutti i suoi ministri. Un ultimatum che non ha avuto gli effetti sperati. Infatti, a neanche 48 ore da quello che sembrava un grande successo per Theresa May, il governo ha subito due pesantissimi colpi da due dei suoi principali ministri, particolarmente simbolici, peraltro, in tema di Brexit. Prima David Davis, il ministro della Brexit e – fino a lunedì – capo negoziatorie per il Regno Unito e interlocutore dell’Unione e poi Boris Johnson, ministro degli Esteri, hanno lasciato il governo in polemica con la May per il piano proposto. Davis e Johnson fanno parte dell’ala più dura dei Tories, grandi sostenitori della Brexit. Entrambi considerano il piano della May troppo debole e pieno di concessioni all’Unione e credono che, partendo da questo progetto, il Regno Unito non potrà che ritrovarsi in una situazione negoziale pessima che lo obbligherà a fare ancora più concessioni. Nonostante questi due terribili colpi il primo ministro ha mantenuto un aplomb notevole: riferendo in Parlamento non ha mostrato segni di imbarazzo per un inizio settimana che potrebbe portare alla fine della sua carriera da capo del governo. Considerando, infatti, le posizioni di Davis e Johnson e i parlamentari che sono in grado di controllare in quanto sostenitori di una hard Brexit, è difficile pensare che la May possa superare indenne questo passaggio senza fare qualche concessione ai brexiteers (e dunque innervosire i remainers) o senza subire quantomeno un “voto di fiducia” all’interno del proprio gruppo parlamentare su richiesta proprio di Boris Johnson che, dopotutto, sin dai tempi di David Cameron punta alla leadership dei Tories. Vedremo nelle prossime ore quali saranno gli sviluppi di quella che appare come una delle settimane più turbolente per la storia della politica britannica se si considera che era dal 1979 che non si vedevano due ministri di peso dimettersi nell’arco di 48 ore.

 

Crediti immagine: da Jim Mattis (170511-D-GY869-0152) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons

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