28 febbraio 2019

Brexit, la grande confusione

di Domenico Cerabona

Più si avvicina la data prevista per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (EU) e più, paradossalmente, aumenta la confusione su quale sarà il risultato finale di queste lunghe ed estenuanti trattive.

Di ritorno dal vertice tenutosi in Egitto nella giornata di lunedì, Theresa May ha per la prima volta prospettato al Parlamento la possibilità di un rinvio della Brexit attraverso l’estensione dell’ormai famoso articolo 50. Nella giornata di martedì ha infatti annunciato al Parlamento la decisione del governo di tenere entro il 12 marzo (cioè a poco più di due settimane dalla data prevista per l’uscita) un altro “meaningful vote” dell’Aula. Un voto, cioè, che abbia il potere di porre il veto sulla chiusura dell’accordo, “gemello” di quello tenutosi il 15 gennaio con il quale la Camera dei Comuni ha bocciato il piano del primo ministro infliggendole la più pesante sconfitta – per un governo in carica – della storia parlamentare britannica. Se, come largamente pronosticato, anche questa volta il piano del governo dovesse essere bocciato, la May ha preso l’impegno di invocare un nuovo voto del Parlamento per il 13 marzo. Questa volta i parlamentari dovrebbero esprimersi sulla volontà di procedere con una Brexit “No Deal”, portando dunque avanti un’uscita unilaterale dall’Unione. Se il Parlamento dovesse esprimersi contro quest’ipotesi, il 14 marzo il governo chiederà al Parlamento di votare una “breve” estensione dell’articolo 50 al fine di poter svolgere ulteriori trattative.  

Lo scenario che prevede l’estensione dell’articolo 50 si fa dunque sempre più concreto perché la May non ha ottenuto alcuna nuova garanzia circa il backstop sul confine tra Irlanda del Nord e Repubblica di Irlanda, uno dei punti più cruciali, e che rende l’accordo della May inviso alla maggioranza dei suoi stessi parlamentari. Allo stesso tempo, in più occasioni la Camera dei Comuni ha espresso la sua contrarietà all’opzione del No Deal. Tuttavia, il rinvio della Brexit esprime a sua volta tantissime incognite. La prima, ovviamente, è che non è chiaro il suo scopo ultimo: se il primo ministro non è disposto a cedere sulle richieste dell’Unione e viceversa, il rinvio non avrebbe nessun senso.

E d’altronde il rinvio dell’uscita dall’Unione avrebbe come clamorosa conseguenza quella di obbligare il Regno Unito a partecipare alle elezioni del Parlamento europeo che si terranno il 26 maggio 2019. A quasi tre anni dal referendum sulla Brexit sarebbe un risultato incredibilmente imbarazzante per il governo e allo stesso tempo metterebbe in difficoltà l’Unione che, nel frattempo, ha già provveduto a redistribuire i seggi al momento occupati a Strasburgo da parlamentari europei britannici.

La confusione nella politica britannica è resa ancora più grande, se possibile, dalle turbolenze in atto all’interno del Partito laburista guidato da Jeremy Corbyn. Il Labour ha subito una, seppur piccola, scissione, con otto parlamentari “moderati” che hanno abbandonato il partito di Corbyn e fondato un nuovo gruppo per il momento denominato Indipendent Group. Gli “scissionisti”, capitanati da Chuka Umunna, sono da sempre oppositori di Corbyn e della sua linea politica e hanno dichiarato di abbandonare il Labour per la sua posizione poco chiara circa la Brexit e per aver fatto troppo poco per contrastare l’antisemitismo all’interno del partito. Gli otto laburisti sono stati raggiunti anche da tre parlamentari dimessisi dal gruppo dei Tories, anche loro per la volontà di opporsi apertamente alla Brexit.

Sotto pressione all’interno e all’esterno, la leadership laburista ha annunciato la propria decisione di porsi a favore di un nuovo referendum sulla Brexit. Un annuncio che ha avuto molto risalto e che è stato presentato come una grossa novità, anche se in realtà tale posizione era stata espressa chiaramente durante la Conference laburista di settembre.

Corbyn infatti ha annunciato che il Labour proporrà un secondo referendum come extrema ratio, tanto è vero che proprio ieri ha presentato una mozione che presenta il piano per la Brexit del proprio partito: un piano che prevede, come punto centrale, l’istituzione di una unione doganale con l’UE e – sostanzialmente – la partecipazione britannica al mercato unico. Se il Parlamento dovesse bocciare questo emendamento laburista e invece approvare l’accordo proposto dalla May, allora il Labour chiederà un nuovo referendum per scegliere tra l’opzione di lasciare l’Unione con l’accordo della May (o addirittura con il No Deal) e quella di annullare la Brexit.

Come detto all’inizio e come si è cercato di spiegare, al momento gli interrogativi sono tantissimi e le risposte scarseggiano. E ora anche l’unica certezza, quella della scadenza del 29 marzo 2019, pare sfumare.

 

Immagine: Manifestazione di Brexit supporters e brexiteers. Londra, Regno Unito (15 gennaio 2019). Crediti: Ink Drop / Shutterstock.com

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