4 settembre 2019

Brexit, la sconfitta di Johnson che riapre i giochi

di Domenico Cerabona

Se pensate che il vostro rientro dalle vacanze sia stato difficile, consolatevi pensando a quello di Boris Johnson. Il neo primo ministro del Regno Unito, infatti, al suo rientro in Parlamento ha vissuto una giornata molto difficile e, suo malgrado, storica.

Ieri sono state ore di passione a Westminster, cominciate nel pomeriggio con la relazione del primo ministro sul G7 di Biarritz. Proprio mentre parlava Boris Johnson ha visto fisicamente la sua maggioranza parlamentare collassare quando il parlamentare conservatore Phillip Lee è andato a sedersi non nei banchi della maggioranza, ma in quelli dell’opposizione, avendo deciso di lasciare i Tories per unirsi al gruppo parlamentare dei Liberal Democrats. La maggioranza di governo si reggeva con un solo voto e dunque ora, almeno matematicamente, Johnson non ha più i voti per far passare nessuna legge.

In seguito il presidente della Camera John Bercow ha dato spazio ad una mozione d’emergenza che proponeva di riprendere in mano l’agenda parlamentare e dare spazio alla presentazione di una legge che vietasse al governo di uscire dall’Unione Europea senza un accordo.

Si tratta di una procedura intricata che si può riassumere così: il Parlamento aveva in precedenza approvato una legge che stabilisce l’uscita dall’Unione Europea entro il 31 ottobre 2019 con o senza accordo. Scopo delle opposizioni era dunque quello di ottenere il tempo di approvare una legge che emendasse questo principio e che invece obbligasse il governo a chiedere un rinvio nel caso non si fosse raggiunto un accordo. Ovviamente Boris Johnson, che ha basato tutta la sua campagna per diventare leader dei conservatori e primo ministro proprio sulla promessa di non chiedere nessun rinvio, ha cercato in tutti i modi di opporsi a questa eventualità, addirittura sospendendo per cinque settimane i lavori parlamentari e minacciando di espulsione dal partito tutti quei parlamentari che avessero votato a favore di questa mozione.

Ciononostante, ieri sera una maggioranza di 328 voti contro 301 ha approvato la mozione e dunque oggi il Parlamento voterà una legge frutto di un accordo tra tutte le opposizioni che vieterà espressamente di uscire dall’Unione Europea senza un accordo, obbligando il governo ad agire di conseguenza. È la prima volta dalla fine del 1700 che un primo ministro viene sconfitto alla prima votazione tenutasi sotto la sua premiership: un ennesimo record fatto segnare dai Tories grazie alla Brexit… La minaccia di espulsione è stata rispettata già nella nottata di ieri: i Tories hanno espulso i 21 parlamentari conservatori che hanno votato contro l’indicazione del governo, inclusi Philip Hammond, ex cancelliere dello scacchiere di Theresa May, Ken Clarke, il più anziano del Parlamento, il cosiddetto Father of the House, nonché Nicholas Soames, pronipote di Winston Churchill, idolo di Johnson.

Boris Johnson, sia in un discorso tenuto lunedì davanti al n. 10 di Downing Street “assediato” dalle proteste contro la sospensione del Parlamento, sia durante il dibattito parlamentare di ieri, ha annunciato che in nessuna circostanza avrebbe chiesto un ulteriore rinvio e che dunque, se il Parlamento dovesse votare questa legge, non ci sarebbe alternativa a nuove elezioni.

Di par loro le opposizioni, con il laburista Corbyn in testa, hanno annunciato che non voteranno a favore di nuove elezioni sino a che la legge contro il No Deal non diventerà effettiva (e cioè dopo l’approvazione anche nella House of Lords e la successiva firma della regina).

Questo perché secondo il Fixed Term Parliament Act, una riforma costituzionale voluta dal governo di coalizione di David Cameron, il primo ministro non può sciogliere la House of Commons e indire nuove elezioni a meno che non ottenga il voto favorevole di due terzi della stessa.

Se dunque oggi, come è ampiamente previsto, la legge contro il No Deal dovesse passare, Boris Johnson sarebbe preso tra l’incudine e il martello, non essendo più in grado di dettare l’agenda né parlamentare né politica.

 

Immagine: Boris Johnson (24 luglio 2019). Crediti: Michael Tubi / Shutterstock.com

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