15 marzo 2019

Brexit, la settimana più difficile

di Domenico Cerabona

Prima di parlare dei tre giorni di intense votazioni nella Camera dei Comuni, con oggetto ovviamente la Brexit, è necessario fare una premessa: sono stati tra i più rocamboleschi della storia parlamentare britannica. Abbiamo visto succedere letteralmente di tutto, a partire dalla violazione di una serie di prassi parlamentari che, in qualunque altro momento, avrebbero avuto delle precise e scottanti conseguenze. Nel commentare quello che è accaduto e, soprattutto, per provare a capire cosa accadrà nel prossimo futuro è quindi necessario tenere conto che viviamo tempi assolutamente imprevedibili.

Ma andiamo con ordine: fino alla più tarda notte di lunedì 11 marzo e nelle prime ore di martedì 12, Theresa May ha cercato di strappare dall’Unione Europea un impegno legalmente vincolante sul backstop. Un qualche scritto anche solo vagamente riconoscibile dal punto di vista legale in cui si dicesse che l’Unione Europea non può tenere imprigionata la Gran Bretagna nel limbo di cui abbiamo parlato l’altra settimana. Nelle conferenze stampa e in tutte le dichiarazioni pubbliche a poche ore dal secondo “meaningful vote” e cioè il voto vincolante con cui il Parlamento di Westminster avrebbe dovuto approvare il piano concordato dalla May, si è tentato di dare rassicurazioni circa le nuove concessioni ottenute. Le speranze della leader conservatrice di vedere approvato il suo accordo si sono infrante quando il suo stesso ministro della giustizia Geoffrey Cox ha dovuto esporre al Parlamento il suo parere legale sugli impegni presi dall’Unione circa il backstop: Cox infatti ha messo nero su bianco che non erano sopraggiunte modifiche significative rispetto al precedente accordo e che dunque era obbligato a sottolineare che i rischi di rimanere intrappolati nel backstop continuavano a sussistere. Di conseguenza il voto sull’accordo è stato netto quasi quanto quello di gennaio, con una maggioranza di no di 150 voti, la quarta peggiore sconfitta governativa della storia britannica. Non un bel record, per la May, essere al primo e al quarto posto di quella triste classifica.

Tenendo fede a quanto promesso il governo ha dunque immediatamente presentato una mozione per chiedere al Parlamento di escludere o meno l’eventualità di un’uscita dall’Unione senza accordo il 29 marzo 2019. La mozione doveva essere discussa, eventualmente emendata e votata nella giornata di mercoledì 13 marzo. Quella di mercoledì è stata la giornata più turbolenta e imprevedibile di tutte. In primis perché la May, provata da giornate estenuanti di trattative su tutti i fronti si è presentata al dispatch box senza voce e visibilmente stanca.

È apparso evidente quanto la sua leadership fosse ormai logora e al contempo quanto il suo partito e il suo governo stessero implodendo alle sue spalle. E infatti, durante la discussione e la votazione sugli emendamenti, sono successe cose assolutamente irrituali e che hanno visto, di fatto, consumare un “congresso lampo” per la successione di Theresa May. Tutto è accaduto molto velocemente durante la votazione dell’emendamento proposto dalla conservatrice Caroline Spelman. L’emendamento cambiava radicalmente la mozione del governo trasformandola non più in una mozione che evitasse il No Deal il 29 marzo senza però escluderlo del tutto, ma in un impegno a rifiutare il No Deal in qualunque circostanza. La mozione non ha valore vincolante secondo il regolamento parlamentare, ma è certamente una indicazione importante della volontà della Camera dei Comuni. L’emendamento viene un po’ a sorpresa selezionato dallo speaker John Bercow, tanto a sorpresa che la prima firmataria – capendo che si sarebbe trasformato in una trappola per il suo partito – ha tentato immediatamente di ritirarlo. Bercow però ha comunque messo ai voti l’emendamento che è passato a sorpresa per soli 4 voti.

A questo punto il Partito conservatore ha cominciato la sua lotta interna. Se infatti inizialmente il governo aveva concesso ai suoi parlamentari la libertà di coscienza sul voto di questa mozione, a seguito dell’emendamento che legava in maniera sostanziale l’operato dell’esecutivo, la May ha chiesto al suo gruppo di bocciare la mozione da lei stessa presentata. E proprio su questa votazione si è consumata la rottura fratricida, con moltissimi esponenti del governo che si sono astenuti senza rispettare le indicazioni del capogruppo il quale, per quanto paradossale possa sembrare, dopo aver imposto una “three-line whip”e cioè l’indicazione più vincolante di tutte per il gruppo, si è lui stesso astenuto dal voto. Il risultato è stata una cocente sconfitta del governo che ha subito, ancora una volta paradossalmente, l’approvazione di una mozione da lui stesso presentata.

Per sottolineare la gravità di quanto accaduto occorre tenere conto che in qualunque altro momento dell’attività parlamentare, un membro del governo che si ribellasse all’indicazione del primo ministro si dovrebbe dimettere spontaneamente dal suo gabinetto o quantomeno subire il licenziamento immediato da parte del leader. Così come per prassi un parlamentare che si dovesse ribellare alla three-line whip verrebbe espulso dal proprio gruppo. Invece niente di tutto questo è successo, ognuno è rimasto al suo posto, tra lo sgomento degli azzimatissimi commentatori politici britannici che su Twitter sottolineavano l’assurdità di quanto accaduto.

La ribellione dei Tories è stata guidata dalla parte più oltranzista del partito che evidentemente ha deciso di dare la spallata definitiva a Theresa May. Pare infatti che dopo la sconfitta di mercoledì i brexiteers capitanati da Rees-Mogg, Boris Johnson e al momento soprattutto da Michael Gove e Sajid Javid, abbiano proposto alla May un baratto: l’approvazione del suo deal in cambio delle sue immediate dimissioni una volta che lo stesso venga definitivamente siglato.

Potrebbero sembrare rumors di palazzo, certo. Pettegolezzi che però hanno trovato un risconto nella giornata di giovedì 14 marzo, ieri, quando improvvisamente il Partito conservatore ha trovato una insperata compattezza ed è riuscito a respingere, seppur di poco, tutti gli attacchi al governo.

Dopo aver subito l’approvazione della mozione che escludeva il No Deal, infatti, il governo ha portato in Parlamento una mozione che proponeva un breve rinvio della Brexit. La formulazione era estremamente vaga e prevedeva, di fatto, l’evenienza della richiesta di estensione all’Unione solo al fine di sottoporre al Parlamento – per la terza volta – l’accordo trattato dalla May. Anche questa volta le opposizioni hanno tentato di presentare emendamenti che stravolgessero il contenuto della mozione. Una prevedeva il rinvio al fine di effettuare un secondo referendum, respinta non solo per l’astensione del Partito laburista, ma soprattutto perché 334 parlamentari, e cioè la maggioranza assoluta, hanno votato contro. L’emendamento più importante era però quello presentato dal laburista Hilary Benn (figlio del leggendario Tony e storico esponente – al contrario dell’ultra radicale padre – dell’ala più moderata del Labour). L’emendamento Benn aveva lo scopo di consegnare il controllo della Brexit al Parlamento in caso di una ulteriore bocciatura dell’accordo May. L’emendamento, appoggiato da tutte le opposizioni, è stato bocciato per solo 4 voti, grazie appunto ad una ritrovata compattezza del Partito conservatore. La mozione del governo è arrivata al voto senza nessun emendamento ed è stata approvata a larghissima maggioranza, con un’ultima immancabile stranezza: 188 parlamentari conservatori hanno votato contro la mozione del governo e solo 112 hanno votato a favore dell’estensione dell’art. 50 per un breve periodo tecnico. Tra i voti contrari c’è stato quello di Steve Barclay, il ministro per la Brexit che pochi minuti prima, dai banchi del governo, aveva presentato al Parlamento la mozione…

Ora cosa succederà? Difficile prevederlo. L’unica cosa certa è che entro il 20 marzo la May sottoporrà nuovamente il suo accordo al Parlamento per poi chiedere, se dovesse passare, una breve estensione tecnica – si dice per il mese di giugno ‒ dell’art. 50.

Pur con mille incertezze è parere di chi scrive che questa volta Theresa May riuscirà a farsi approvare l’accordo. In parte perché ormai è evidente che anche se dovesse farcela non è più in grado di controllare il suo partito e dunque non uscirebbe vittoriosa da questa partita. Inoltre perché l’unica altra alternativa sarebbe una estensione lunga dell’art. 50, una estensione però che difficilmente verrebbe concessa dall’Unione senza la promessa di azioni concrete quali nuove elezioni o nuovo referendum, evenienze che nessuno all’interno del Partito conservatore vuole affrontare.

È possibile dunque che per inerzia e contro le previsioni di quasi tutti la May finisca per ottenere quello per cui sta lottando da mesi: la Brexit da lei trattata.

 

Immagine: Theresa May (8 dicembre 2017). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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