20 luglio 2020

Bulgaria, divampa lo scontro tra establishment e società civile

 

Da giorni ormai la Bulgaria è preda di uno scontro epocale tra le forze politiche oligarchiche che hanno dominato la scena politica dal crollo del muro di Berlino e la società civile. Pacifiche proteste hanno occupato per giorni il centro della capitale Sofia e delle altre principali città dello Stato balcanico del Mar Nero, periferia estremorientale dell’Unione Europea, al grido di “Mutra van!”, gangster via.

La personificazione dell’oligarchia è la trimurti composta dal primo ministro Boyko Borisov, fondatore del partito di centro-destra GERB (Grazhdani za Evropeysko Razvitie na Balgariya, Cittadini per uno sviluppo europeo della Bulgaria), il tycoon e parlamentare del Movimento dei diritti e delle libertà (DPS, Dvizhenie za Prava i Svobodi), Delyan Peevski, che controlla la maggior parte dei media del Paese, e Ahmed Dogan, ex segretario del DPS e rappresentante della minoranza etnica turca.

Proprio quest’ultimo è stato al centro degli eventi che hanno scatenato, con un effetto domino, la crisi politico-sociale in atto. Pare infatti che Dogan, che formalmente non riveste alcun ruolo istituzionale né di partito, venga protetto da un servizio d’ordine di agenti segreti pagati dallo Stato. Uno di questi agenti, per liberare la villa di Dogan dalla presenza dei protestanti, ha tolto dalle mani di uno di questi ultimi una bandiera bulgara e l’ha scaraventata per terra. Questo gesto compiuto, da un body guard dell’esponente storico delle istanze dei turchi, ha creato una forte indignazione, subito sfociata in un movimento civico spontaneo che invoca il cambiamento dello status quo e l’instaurazione di una solida rule of law all’interno del Paese.

L’escalation è subito stata cavalcata dal “filorusso” presidente della Repubblica Radev e dall’ambasciata americana. Un ensemble sui generis che nell’area non si vedeva dai tempi della deposizione di Ceaușescu in Romania, ma che proprio partendo dalla Bulgaria potrebbe iniziare a manifestarsi sempre più spesso in un’ondata di regime change che potrebbe coinvolgere tutti i Paesi del Trimarium in chiave anti sino-germanica. Infatti, quella in atto, più che una semplice ondata di proteste pare il prodromo di vero e proprio cambio di regime, perché Dogan, personaggio ormai formalmente ritiratosi dalla scena politica bulgara, è invece presenza fondamentale nei gangli dello Stato e artefice della sua permanenza nella sfera atlantica.

Terrorista filooccidentale durante il comunismo, diventa un politico liberale durante l’odierno periodo democratico e con il suo 15% fisso di voti dei cittadini bulgari di origine turca è l’ago della bilancia della scena politica. Ma al di là delle possibili e probabili ricadute geopolitiche dei movimenti di protesta in Bulgaria, sicuramente il popolo bulgaro, il più povero dell’eurozona, si sente asfissiato da una corruzione tentacolare. La mazzetta, la cosiddetta “bakshish”, è ormai diventata una consuetudine istituzionalizzata delle pratiche commerciali dei coutumes politici nel Paese. La regola del “pro domo sua” detta i tempi dell’accesso ai fondi di sviluppo europei che cadono a pioggia sul piccolo Stato dei Balcani. Analisi autorevoli fanno ammontare la distrazione annua dei fondi a 11 miliardi di euro ed è pratica comune che politici di rilevo entrino tramite teste di legno nelle compagini societarie delle aziende che ricevono i finanziamenti.

Questo dà un’idea di come la finanza e la politica in Bulgaria siano interconnesse e si sviluppino solo ed esclusivamente tramite l’utilizzo scellerato dei fondi pubblici. Il perno di questa prassi illecita è da ricercarsi in primis nel mondo bancario, dove determinate banche vicine alla politica ricevono fondi da aziende di Stato che poi indirizzano per finanziare media e attività in mano ai politici o a loro uomini di riferimento in una sorta di uroboro della corruzione.

L’Europa e la società civile più aperta, che fino ad ora hanno nicchiato e dimostrato poco interesse per la Bulgaria, difficilmente possono continuare a ignorare questa realtà senza agire energicamente per aiutare chi lotta per una nazione più moderna e rispettosa del rule of law.

 

Immagine: Manifestazione per chiedere le dimissioni del primo ministro, Sofia, Bulgaria (14 luglio 2020). Crediti:  Circlephoto / Shutterstock.com  

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