4 dicembre 2018

COP24 di Katowice, in scena la geopolitica del cambiamento climatico

di Giuseppe Surdi

Aprire con un semplice, ma potente «We are in trouble. We are in deep trouble with climate change» come ha fatto il segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, la 24a Conference Of Parties (COP24) ha il pregio di richiamare l’attenzione sulla riunione annuale dei firmatari la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), in corso a Katowice, partita un po’ in sordina.

La Conferenza che dovrebbe quantomeno individuare le regole del gioco, il cosiddetto “rulebook”, per tradurre l’Accordo di Parigi nel 2015 in una serie di procedure e meccanismi che consentano l’effettivo perseguimento dell’obiettivo di contenimento dell’incremento della temperatura globale al di sotto dei 2 °C, rispetto al periodo preindustriale, con la volontà dichiarata di non superare 1,5 °C, è stata in parte oscurata dal ravvicinato G20 in Argentina, dominato dal bilaterale “G2” tra USA e Cina sui temi del commercio internazionale.

A Buenos Aires non si può dire che vi sia stato un particolare slancio ambientale in vista della COP24, dato che l’amministrazione Trump, in tema di cambiamenti climatici, ha fatto mettere nero su bianco al punto 21 della dichiarazione finale che gli Stati Uniti “reiterano” la propria decisione di recedere dagli accordi parigini, subito dopo il punto 20 in cui i firmatari di Parigi ribadiscono l’irreversibilità di tali accordi e i loro pieno impegno. Peraltro, Trump non sembra più solo sul tema della messa in discussione del cambiamento climatico: nuovi leader di Paesi come il Brasile e l’Australia, infatti, sembrano muoversi in direzioni analoghe.

Questo non significa che gli Stati Uniti si disinteressano del tema e nemmeno della Conferenza di Katowice, visto che come dichiara il Dipartimento di Stato americano hanno inviato una propria delegazione a partecipare alle negoziazioni per assicurare un “level playing field”, condizioni paritarie in questo caso di regolazione ambientale rispetto alle altre realtà statuali, che beneficino e proteggano gli interessi statunitensi.

La cosa è particolarmente interessante se si pensa che tra le regole da stabilire in Polonia per far funzionare gli Accordi di Parigi vi sono quegli strumenti di monitoraggio delle azioni effettivamente intraprese dai singoli governi e di contabilizzazione dei risultati conseguiti in termini di riduzione dei gas climalteranti. Tali strumenti sono cruciali per la piena trasparenza del funzionamento di un sistema che risulta basato sul rispetto degli impegni nazionali volontari assunti da ogni Stato, che al momento, tra l’altro, non sembrano esattamente in linea con l’obiettivo globale e che proprio attraverso la COP24 dovrebbero essere progressivamente rafforzati in vista del 2020, anno della piena entrata in vigore degli Accordi di Parigi.

Un monitoraggio efficace e trasparente di politiche, strumenti e risultati significa anche poter osservare con maggiore accuratezza le mosse di chi come la Cina si propone quale leader della lotta al cambiamento climatico, ma richiede una transizione progressiva e non è chiaro se ne assume pienamente gli oneri, puntando al picco delle emissioni rapidamente per poi vederle declinare, o diversamente persegue obiettivi nazionali che in qualità di più grande emettitore globale sono insufficienti a garantire la soglia dei 2 °C.

Questo non significa che la Cina non stia investendo risorse significative nell’energia verde e nella transizione energetica, nel solo 2017 ha messo in campo 132 miliardi di dollari, più che doppiando lo sforzo statunitense secondo Bloomberg New Energy Finance, all’interno di una competizione per la leadership tecnologica e strategica che sembra sempre più accesa.

Gli sforzi attuali della Cina, come degli altri Paesi, analizzati dall’Agenzia Internazionale dell’Energia nel World Energy Outlook 2018, non sembrano però in grado di rispondere alle esigenze di un cambio di traiettoria per vincere la battaglia per il cambiamento climatico: la trasformazione in termini di incremento di energie rinnovabili, efficienza energetica, tecnologie per la cattura delle emissioni dovrebbe comportare una crescita degli investimenti in questi ambiti doppia rispetto alle attuali traiettorie.

Non è un caso infatti che uno dei temi maggiormente sottolineati in vista della Conferenza di Katowice riguardi proprio il ruolo della finanza nel perseguire gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Uno dei principali obiettivi è quello di mobilizzare risorse per 100 miliardi di dollari per azioni di mitigazione e adattamento al cambiamento climatico in particolare nei Paesi in via di sviluppo, sebbene uno degli strumenti più significativi, il Green Climate Fund, faccia fatica a decollare: Trump, ad esempio, ha dichiarato che non darà seguito all’impegno di Obama di finanziare tale fondo con 3 miliardi di dollari, limitandosi al miliardo già stanziato.

D’altra parte la Banca mondiale proprio in contemporanea con l’inizio della COP24 ha annunciato l’attivazione di investimenti per 200 miliardi di dollari sull’arco di 5 anni, dal 2021 al 2025, a supporto dei Paesi che adotteranno politiche climatiche virtuose, con un mix di risorse proprie e private.

Anche singoli Stati industrializzati si stanno attivando per attrarre investimenti privati in progetti sostenibili in particolare nei Paesi africani: è il caso, ad esempio, della Germania che pare pronta a sostenere queste iniziative con l’impegno di attivare 1,5 miliardi di euro.

Sono iniziative queste che devono ovviamente essere lette anche alla luce della volontà di affermare sfere di influenza e della competizione internazionale, anche di tipo infrastrutturale, come la Belt and Road Intiative cinese e la recente costituzione da parte dell’amministrazione Trump della United States International Development Finance Corporation (USIDFC), una nuova agenzia per il finanziamento di attività nei Paesi emergenti che contrasti in particolare la crescente influenza geopolitica cinese.

Fondamentale che queste attività rivolte all’esterno dei propri confini non comportino né il tentativo di scaricare fuori il peso inquinante dello sviluppo, ad esempio, con la creazione di nuove centrali a carbone lungo la Nuova Via della Seta, ma non sotto il cielo cinese, né costituiscano una sorta di compensazione per l’eventuale decisione di rallentare la decarbonizzazione della propria economia, come nel caso tedesco, che ancora non sembra aver individuato una data per la fine dell’utilizzo del carbone.

In questo contesto l’Europa potrebbe fornire un modello istituzionale di riferimento, come nei casi migliori della sua storia, una sorta di funzionamento dell’Accordo di Parigi su scala più piccola, se sarà in grado di accompagnare il possibile nuovo duplice obiettivo al 2050 di riduzione delle emissioni dell’80% rispetto ai valori del 1990 e di emissioni nette pari a zero, con una transizione ecologica sostenibile ed equa per l’economia, le industrie e la società, declinata da ciascun Paese membro secondo le proprie caratteristiche e sulla base di percorsi autonomi, attraverso forme specifiche di regolazione e di politiche industriali, che consentano di trarre il meglio da un cambiamento potenzialmente radicale.

Sebbene la paura sia quella di star andando nella direzione sbagliata, come affermato sempre a Katowice da António Guterres, e neanche tanto lentamente visto l’incremento di emissioni globali registrato nel 2017 e atteso anche per il 2018, dopo alcuni anni di stasi, non si può non registrare il fermento crescente di cittadini, comunità e istituzioni oltre che del business per i temi della lotta al cambiamento climatico e della decarbonizzazione dell’economia e del nostro modo di vivere.

Se saremo in grado di allineare gli obiettivi collettivi e le aspirazioni dei più per un mondo più pulito e sano, agli interessi anche economici degli operatori pubblici e privati, attraverso scelte strategiche e politiche adeguate, la corsa contro il tempo per la salute del pianeta potrebbe non risultare così impervia, come oggi appare.

I prossimi giorni di negoziazioni in Polonia potranno già dare qualche riscontro a queste speranze.   

 

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