16 ottobre 2019

Calcio e guerra nella Turchia di Erdoğan

di Lorenzo Longhi

Da un lato l’offensiva turca nel Nord della Siria, nota come operazione Fonte di pace, dall’altro il potenziale di visibilità offerto dallo sport più amato in Turchia, il calcio, a sostegno dell’intervento pianificato e deciso dal presidente Recep Tayyip Erdoğan: ancora una volta, la pretesa neutralità dell’ambito sportivo e dei suoi attori si è trovata indifesa a fronte di una situazione che muove da un forte elemento di tensione internazionale.

In uno scenario nel quale ogni mossa obbedisce a una logica e sortisce una conseguenza, la terza incursione dell’esercito di Ankara in Siria si è intersecata cronologicamente con la parentesi dedicata alle gare di qualificazione per Euro 2020, segnata dal reiterato ed entusiasta saluto militare con il quale i calciatori della Nazionale turca – al cospetto del mondo intero, data la risonanza del gesto – hanno salutato i propri tifosi a margine delle partite contro Albania e Francia. Un appoggio apparentemente incondizionato, preceduto peraltro già nel giorno dell’offensiva dalle prese di posizione individuali di diversi giocatori a pieno supporto della medesima causa. In Italia hanno fatto scalpore quelle del difensore della Juventus Merih Demiral e dell’attaccante della Roma Cengiz Ünder, rese note attraverso i social network, meno quelle dell’ex romanista Salih Uçan e di Cenk Şahin, quest’ultimo allontanato dal St. Pauli, club tedesco che, con una fermezza esemplare nella difesa dei propri valori (ma altrettanto contraddittoria, se la si valuta nell’iniziale contesto di neutralità dello sport), lo ha licenziato dopo un post apertamente a favore dell’esercito.

Un sostegno, quello dei calciatori, talmente netto da sembrare artificioso, in considerazione delle persecuzioni cui vanno incontro in Turchia gli oppositori del regime. Tuttavia, parlare di strumentalizzazione degli atleti è fuorviante, visto l’ampio supporto garantito in patria all’operazione da tutti i partiti, opposizione compresa, fatto salvo l’HDP (Halkların Demokratik Partisi, ‘Partito democratico dei popoli’), il partito della sinistra libertaria filocurda, già accusato di propaganda a favore del terrorismo. L’allineamento dei calciatori, a fronte delle specificità del regime turco, appare anzi genuino sia per questioni generazionali (buona parte di loro ha vissuto dalla prima giovinezza durante l’era Erdoğan e non conosce altra Turchia), sia analizzando la strategia di Ankara in una prospettiva storica nella quale la questione curda – dove tutto viene ricondotto al PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan), il Partito dei lavoratori curdi che Ankara considera organizzazione terroristica – è stata vissuta quale questione principe di interesse nazionale, un collante spesso pretestuoso utilizzato da diversi presidenti a giustificazione di attacchi militari nei confronti del Kurdistan siriano e di quello iracheno. Il cosiddetto “caso Öcalan”, leader del PKK la cui permanenza in Italia nell’autunno 1998 creò due mesi di rilevanti tensioni tra Roma e la Turchia – il cui presidente allora era Süleyman Demirel – aiuta in qualche modo a leggere l’attuale supporto trasversale all’operazione. Peraltro, anche allora lo sport non fu indenne da conseguenze e polemiche, allorché la campagna mediatica anti-italiana orchestrata dai media turchi portò ai timori per la sicurezza di una partita di Champions League (quella fra Galatasaray e Juventus) programmata originariamente proprio nei giorni più caldi del caso, quindi posticipata di una settimana e infine giocata in un clima surreale, con il club bianconero costretto ad organizzare una trasferta lampo, peraltro blindatissima, a seguito della quale rimase sul suolo turco per meno di ventiquattr’ore.

In tutto questo, la UEFA ha aperto un fascicolo di inchiesta sul saluto dei calciatori turchi e sembra orientata a punirne la federcalcio, verosimilmente più con un’ammenda che per mezzo di squalifiche, anche perché poi queste farebbero giurisprudenza creando un precedente di difficile gestione. Una mano sostanzialmente morbida: non va dimenticato che la Turchia è un membro effettivo – e non ininfluente – della confederazione. Non così del Kurdistan, né soprattutto l’entità nota come Rojava, bersaglio dell’offensiva di guerra; non si tratta certo di un dettaglio.

Al di là di quanto accaduto con la Nazionale e delle conseguenze che ne deriveranno, il vero motivo di imbarazzo della UEFA risiede oggi nell’avere assegnato alla Turchia l’organizzazione della finale di Champions League del prossimo 30 maggio 2020, programmata allo stadio Ataturk di Istanbul. Ospitare un grande evento sportivo, e la finale di Champions League rientra senza dubbio nel novero tanto per il prestigio quanto per i benefici economici e di immagine, è indiscutibilmente un segno di forza diplomatica per il Paese che ne ottiene l’assegnazione e, di fatto, rappresenta una patente di legittimità internazionale da rivendicare. Istanbul peraltro è stata sede della Supercoppa europea in agosto (sebbene Fonte di pace non fosse nell’orizzonte più immediato, si parla del medesimo regime sotto osservazione in tema di diritti civili), ma ora è in atto una campagna per chiedere alla confederazione di togliere alla Turchia una vetrina così rilevante: esiste una petizione on-line su Change.org, ma nel merito si è espresso anche il ministro dello Sport italiano Spadafora definendo «inopportuna» la finale sul Bosforo.

Michele Uva, vicepresidente della UEFA, non ha nascosto il disagio a precisa domanda, limitandosi a confermare che la confederazione valuterà la situazione ma, in ogni caso, si tratta di un discorso prematuro. Uno sgarbo alla Turchia, per quanto altamente simbolico, è altrettanto improbabile dal punto di vista della politica sportiva, ed è altresì verosimile che con le settimane il tema sparisca sostanzialmente dall’immaginario collettivo – purtroppo l’attenzione sulle guerre che non sono in casa nostra, per quanto vicinissime, dura lo spazio di qualche giorno di indignazione, nonostante i bombardamenti non si fermino e il sangue dei civili continui a scorrere – consentendo alla “road to Istanbul” della Champions League di proseguire senza intoppi.

Del resto, lo sdegno a targhe alterne oggi punta su Istanbul, magari tra qualche settimana tornerà a virare su Riyad, dove fra dicembre e gennaio si giocherà di nuovo la gara di Supercoppa italiana, ormai consueta vetrina che la Lega di Serie A concede – a fronte di lauto pagamento, s’intende – all’Arabia Saudita. E, se è vero che competizione e contesto non sono paragonabili a quelli della Champions League, è anche vero che una guerra è sempre una guerra e l’intervento saudita in Yemen non merita di essere derubricato solo perché, ora, l’eco mediatica preponderante è quella di un diverso conflitto.

 

Immagine: La Nazionale turca a Trabzon, Turchia (7 settembre 2018). Crediti: Alizada Studios / Shutterstock.com

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