6 marzo 2020

Capire cosa accade al confine tra Turchia e UE

Per comprendere quello che sta succedendo in queste ore al confine tra Turchia e Unione Europea (UE), sarebbe parziale guardare solo alla disperazione dei migranti brutalmente respinti dalle forze di Atene. Sarebbe però altrettanto fuorviante puntare il dito solo contro Erdoğan che, aprendo i confini ai migranti verso l’Europa, utilizza la tragedia dei profughi come arma per cercare di ottenere qualcosa dall’Unione. In questo preciso momento Ankara e Atene, quest’ultima con le spalle coperte da Bruxelles, stanno insieme schiacciando, letteralmente, qualche migliaia di disperati tra filo spinato, proiettili di gomma, esercito e forze speciali per tentare di consolidare le loro posizioni e ottenere il massimo a discapito l’una dell’altra. Queste posizioni sono platealmente opposte, ma in realtà si completano specularmente e, per ora, feriscono principalmente i migranti, i più vulnerabili. Il livello di scontro si sta però alzando a un tale livello che i cocci di questa rottura potrebbero, in un futuro prossimo, aprire ferite da ambo le parti.

Facendo leva anche sulle radici storiche delle tensioni tra Grecia e Turchia, questa situazione dà al nuovo governo di destra guidato da Mitsotakis ad Atene l’opportunità di mostrarsi determinato, e vincente, nel fermare “l’invasione” dei migranti, come promesso in campagna elettorale. La solidarietà incassata dai leader dell’UE, accorsi al confine greco-turco l’altro ieri, lo mostra come l’unico leader greco che è, per ora, riuscito, dopo un oltre decennio di scontri tra Atene e Bruxelles, ad avere un posto in Europa. Erdoğan punta l’indice esclusivamente contro la violenza dei respingimenti di migranti da parte delle forze greche al confine: dal suo punto di vista, in questo modo può finalmente mostrare a reti unificate, nonostante scarsa attenzione da parte dei media europei, come Bruxelles discuta a parole di diritti umani e accoglienza, ma, nella realtà dei fatti, permetta che ai propri confini si usi violenza brutale verso migliaia di migranti. Il presidente turco sferra una tattica studiata, e minacciata, da molto tempo, che sembra comunque l’ultima carta rimasta nel mazzo, e ha ritenuto che questo sia il momento migliore per giocarla. Si fa scudo del fatto che Bruxelles non starebbe rispettando i patti stabiliti nel 2016 con Ankara, accordi che prevedevano la chiusura delle frontiere turche ai migranti in cambio di fondi da parte dell’Europa per aiutare la Turchia a gestire quasi 4 milioni di profughi sul suo territorio. Nessun altro Stato al mondo ospita un numero così alto di rifugiati. Erdoğan giustifica la sua scelta di stracciare l’accordo del 2016 e aprire le frontiere ai migranti, sostenendo che l’Unione Europea non sia stata ai patti e abbia dato alla Turchia meno della metà dei fondi promessi, e i numeri, facilmente reperibili sui siti ufficiali dell’UE, gli danno ragione. Dei 6 miliardi promessi dall’UE per la gestione dei rifugiati, solo 2,7 miliardi sono stati effettivamente erogati fino ad ora, mentre il resto della somma è contrattualizzata, ma i soldi non sono stati stanziati.

La tattica di Erdoğan si appoggia quindi a dati reali, ma la strategia del presidente turco pare comunque poco lungimirante. Per capire quello che succede al confine tra Turchia e Grecia, bisogna infatti guardare al dramma in corso su un’altra frontiera, distante oltre mille chilometri, quella tra Siria e Turchia a ridosso della regione di Idlib dove il conflitto tra milizie siriane anti-Assad, sostenute da Ankara, e le forze del presidente siriano, appoggiate da Mosca, ha provocato un esodo di sfollati, ammassati sul confine turco, che secondo l’ONU si aggira sul milione di persone. La confusione mediatica di questi giorni ha suggerito che, in seguito all’apertura delle frontiere turche per i migranti verso l’UE, i profughi di Idlib starebbero per arrivare, a centinaia di migliaia, in Europa. Non c’è nulla di più falso e questa non è nemmeno la situazione auspicata dalla Turchia. Ankara non ha aperto il confine per gli sfollati di Idlib, chi riesce ad entrare in Turchia da quelle zone lo fa a proprio rischio pagando profumatamente – cifre che possono arrivare anche fino a 3.000 dollari ‒ trafficanti di esseri umani che li portano in Turchia sapendo come evitare i controlli al confine, che resta comunque ufficialmente chiuso. Chi parte in questo momento da varie zone del territorio turco per cercare di arrivare in Europa è la parte più vulnerabile dei milioni di profughi che già si trovano in Turchia da anni: spesso si tratta di persone che sono entrate illegalmente in Turchia e che spesso non provengono nemmeno dalla Siria. Ci sono pakistani, afghani e anche persone che provengono dal Corno d’Africa. In questa nuova ondata migratoria, che per ora si infrange sul muro militare innalzato dalla Grecia senza dilagare molto oltre confine, ci sono addirittura cittadini turchi. Alcuni sono disoccupati che, nel contesto di una situazione molto difficile per l’economia turca, tentano di lasciare il Paese con la speranza di poter mandare soldi alla famiglia in Turchia lavorando in Europa. Tra i turchi che partono ci sono anche dissidenti ricercati, come dimostrato da alcune persone che tentavano di raggiungere le isole greche ma sono state arrestate dalle forze di sicurezza turche con l’accusa di fare parte della rete di Fethullah Gülen, il predicatore islamico turco residente negli USA considerato da Ankara la ‘mente’ del tentato colpo di Stato in Turchia del 2016. 

Per ora, la scelta di Erdoğan di aprire le frontiere non ha portato ad alcuna sintonia sulla questione tra la Turchia e l’Unione Europea, i cui rapporti sono già devastati da molto tempo, se escludiamo quelli commerciali che comunque hanno subito dei rallentamenti a partire dal tentato colpo di Stato in Turchia del 2016, come ad esempio il crollo devastante dei prestiti ad Ankara da parte della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Aprire le frontiere ai profughi è qualcosa che Erdoğan aveva minacciato in moltissime occasioni negli ultimi anni, ora che la decisione è stata presa concretamente, l’effetto non è stato però quello sperato. Ha causato una rottura con Bruxelles che si sta consumando rapidamente in queste ore. La decisione del presidente turco non ha pagato nemmeno in termini strettamente economici, visto che nuova Commissione UE ha promesso di dare 700 milioni di euro alla Grecia per gestire questa situazione e, nel frattempo, Atene ha anche deciso di non accettare più richieste di asilo. L’unico interlocutore di Erdoğan in Europa è in questo momento la cancelliera tedesca Angela Merkel. Già a fine 2019 la Germania aveva promesso 25 milioni di euro alla Turchia per gestire l’emergenza umanitaria al confine con Idlib. Dopo che Erdoğan ha stracciato l’accordo del 2016 con Bruxelles aprendo le frontiere ai migranti, Angela Merkel è andata ancora una volta nella direzione del presidente turco affermando pubblicamente che «c’è una necessità di costituire una zona di sicurezza dove ci sono centinaia di migliaia di migranti». Merkel si riferiva al confine tra Turchia e Siria, a ridosso della regione di Idlib.

La rottura tra Erdoğan e l’Europa non sembra fare gioco ad Ankara, dal momento che, senza aver ottenuto nulla da Bruxelles, il presidente turco fatica anche trovare altri appoggi: in un decisivo incontro ieri a Mosca con Putin, Erdoğan non è riuscito a ottenere quello che voleva, e dopo l’uccisione di 60 soldati turchi in un mese in Siria, Putin ha costretto Erdoğan ad un accordo che mette la Turchia fuori gioco a Idlib. Da quelle parti, l’unica speranza per il presidente turco potrebbe essere un aiuto americano o della NATO che, se anche arrivasse, non sarebbe comunque gratis, considerate anche le tensioni accumulate con Washington e l’Alleanza atlantica negli ultimi anni. In questo momento Russia e UE si trovano quindi in una posizione di forza nei confronti del presidente turco. Se Erdoğan vorrà mantenere la sua posizione dovrà sottostare alle loro richieste in un contesto molto difficile, con l’economia turca sempre più debole mentre si trova osteggiato anche dall’interno del suo partito: domenica il suo ex ministro delle Finanze dell’epoca d’oro della crescita economica turca, Ali Babacan, fonderà infatti una nuova formazione politica con l’obiettivo di contrastarlo. E, dopo aver aperto le frontiere, la questione dei rifugiati sta sfuggendo di mano sempre di più.

 

Immagine: I migranti si radunano nella zona cuscinetto del confine Turchia-Grecia, a Pazarkule, nel distretto di Edirne, Turchia (29 febbraio 2020). Crediti: deepspace / Shutterstock.com

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