18 ottobre 2019

Caso Bija, il mistero dei rapporti con i trafficanti libici

di Luca Attanasio

Dici migranti e immediatamente si innesca in tanti - nell’uomo della strada così come nel più potente dei decision maker – un meccanismo indotto che porta a pensare, progettare e compiere atti inconsulti privi di visione, senza prospettive reali di efficacia, prima ancora che disumani. Una specie di riflesso di Pavlov che fa scattare atteggiamenti di difesa piuttosto che di gestione, di chiusura più che di riflessione, di arroccamento pronto anche ad alleanze con il diavolo, piuttosto che di studio. Nel caso in questione, il diavolo è Abd al-Rahman al-Milad, più noto come Bija, uno spietato trafficante di uomini suffragato dall’uniforme ufficiale della guardia costiera libica che, incredibilmente, nel maggio 2017 siede al tavolo delle negoziazioni tra il nostro Paese e quello magrebino, per la gestione dei flussi migratori.

Tutto ha origine tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 quando l’allora governo Gentiloni, con l’avallo dell’Unione Europea (UE), avvia trattative con gli uomini del governo di unità nazionale di Fayez al-Sarraj, per coordinare il contenimento dell’immigrazione irregolare verso l’Italia e affida al ministro dell’Interno Marco Minniti l’incarico di predisporre la road map che conduca a un accordo. Le perplessità e la pioggia di critiche che giungono al nostro esecutivo per la scelta di pianificare un sostanziale appalto della questione migratoria a un Paese con più di un governo operante, teatro di un conflitto permanente dal 2011 e, soprattutto, noto in tutto il mondo per occupare il primo posto nella penosa classifica dei trattamenti inumani riservati ai migranti forzati, non portano a molto:  il 2 febbraio 2017, Paolo Gentiloni siede a Roma accanto ad al-Sarraj e sigla un protocollo per il “Contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e al contrabbando, per il rafforzamento della sicurezza alle frontiere e la cooperazione nel campo dello sviluppo”.

Il modello ricalca, in scala più piccola, un altro accordo siglato un anno prima, sull’onda del principio imperante in Occidente “Occhio non vede (i migranti) cuore non duole”, tra UE e Turchia. Senza uno straccio di strategia geopolitica, neanche economica, men che meno umanitaria, l’entità transazionale più ricca, democratica, evoluta, con la più solida tradizione di rispetto di diritti al mondo,  pur di non occuparsi di  potenziali disperati in fuga dalla Siria in fiamme, preferiva elargire ad Ankara 6 miliardi di euro e scendere a patti con uno dei regimi più ‘chiacchierati’ dell’era contemporanea ben sapendo, come dimostra ampiamente l’attualità, che il contratto si sarebbe trasformato in facile minaccia di ‘sganciamento’ profughi verso l’Europa, neanche fossero bombe al napalm.

Quando Bija, l’11 maggio 2017, siede al CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Mineo, ha già maturato un curriculum che farebbe impallidire i più grandi criminali della storia: è uno (come alcuni mesi dopo certificherà l’ONU stessa) dei più efferati human trafficker ritenuto a capo di una cupola mafiosa con ramificazioni in varie aree geografiche e politiche della Libia, è stato riconosciuto da centinaia di persone come tiranno e torturatore in alcuni dei campi di prigionia ed è responsabile di sparatorie ed esecuzioni in mare aperto di decine di individui. Nelle foto di cui il quotidiano Avvenire è venuto in possesso grazie a una fonte certa, e che hanno fatto luce sulla vicenda, lo si vede nei suoi completi impeccabili e con l’inconfondibile mano destra mutilata di due falangi, accanto a rappresentanti italiani, esponenti dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, collegata all’ONU), di alcune agenzie nordafricane e ad altri 13 suoi connazionali di cui a tutt’oggi – particolare preoccupante ‒ non si conosce l’identità.

Ad accendere un angosciante faro su uno dei capitoli più inquietanti di una politica migratoria del nostro Paese, già pesantemente sotto accusa sul piano strategico prima che umanitario, è il minuzioso lavoro di inchiesta di Avvenire e di una delle sue firme più prestigiose, Nello Scavo. Le sue inchieste, riprese da testate come New York TimesLe Monde,  BBC o CNN, frutto di incursioni in prigioni gestite da scafisti libici o interi periodi trascorsi a bordo di navi di salvataggio nel Mediterraneo, documentano dall’interno il fenomeno delle migrazioni forzate verso l’Europa.

«Seguo da vari anni Bija ‒ spiega ‒ ho raccolto molto materiale su di lui. È l’esponente di spicco della tribù Abu Hamyra guidata dai cugini Kushkaf, un tempo alleati della potentissima fazione di al-Dabbashi. Si può dire che fosse il volto più presentabile della sua tribù, unico ammesso alle scuole militari. Si guadagna una fama nella guerra contro Gheddafi e arriva ad occupare il posto di capo della Guardia Costiera di Zawyah, oltre che la guida di un esercito di circa 2000 uomini. Negli ultimi anni ha aumentato il suo potere proprio grazie al traffico dei migranti».

Nel 2018 l’ONU lo ha ufficialmente inserito nella lista dei «più brutali aggressori di migranti» e ha bloccato i suoi beni proibendogli di lasciare il Paese, mentre l’Aia sta indagando su di lui da tempo e presenterà entro il 10 novembre prossimo un nuovo rapporto. Per nulla scosso, ‘Bija’ continua imperterrito la sua attività di criminale e, ancor peggio, quella di ufficiale tuttora incaricato di espletare gli accordi con l’Italia.

«Due giorni fa (il 15 ottobre) ‒ riprende Scavo ‒ Abd al-Rahman al-Milad mi ha contattato su Messenger. Era scandalizzato, tra le mille cose, del fatto che il nostro attuale ministero degli Interni abbia dichiarato che fosse entrato sotto false identità (fonti anonime del Viminale, dopo la pubblicazione dell’inchiesta, hanno detto all’Ansa che era arrivato «probabilmente con documenti falsi», ndr). Effettivamente il nome riportato nella lista è lo stesso che ben prima del 2017, viene riferito a lui solo, anche da autorevoli testate europee. Ha poi aggiunto che sta tuttora svolgendo un’opera da patriota per il suo Paese in continuità con l’accordo del 2008 (firmato dall’allora ministro dell’Interno Roberto Maroni con il governo di Muammar Gheddafi, ha portato l’Italia nel 2012 a essere condannata all’unanimità dalla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo per gravi crimini perpetrati nei casi di respingimenti in mare aperto nel 2009, ndr) e quello del 2017».

I misteri attorno a questa inquietante figura, quindi, si moltiplicano. Come è stato possibile che un uomo di tale fama potesse fare parte di una delegazione ufficiale giunta in Italia per implementare un accordo? Chi sono gli altri 13 libici che fanno parte della delegazione? E soprattutto, perché continua a ricoprire un ruolo chiave pur essendo stato universalmente riconosciuto come un pericolosissimo criminale?

«In questa storia, molti re sono nudi. Non è assolutamente plausibile che i servizi segreti e gli organizzatori del vertice ignorassero chi fosse Bija, è più probabile che si sia optato per una sorta di acquiescenza da sfruttare in sede di negoziati. Ma l’aspetto forse ancora più allarmante è che fino a oggi, dopo la pesantissima denuncia dell’ONU del 2018, l’inchiesta aperta dell’Aia, sia ancora lui a essere una figura chiave nella politica di gestione dei flussi, visto che guida una Guardia Costiera che noi paghiamo profumatamente (285 milioni di euro solo per i guardiacoste, oltre 800 milioni in totale, ndr)».

Se quindi è scontata la chiamata in causa di Marco Minniti ‒ fino a oggi limitatosi a far filtrare irritazione senza rilasciare dichiarazioni ‒,  ancora di più dovrebbe esserla quella dei governi e ministri degli Interni che a lui sono succeduti: dal 2018, infatti, pende su Bija la condanna dell’ONU e la procedura dell’Aia. È grave averci ancora a che fare.  

Da questa pasticciata storia, per usare un eufemismo, sono in molti a uscirne male.

L’ONU, che con una mano condanna Bija e con l’altra suffraga il governo di al-Sarraj che di lui si serve in tranquilla continuità. L’OIM, che, dopo una nota ufficiale in cui ribadisce che l’incontro fu richiesto dal Viminale, si è trincerata in un riserbo che lascia qualche perplessità (possibile che i suoi emissari non sapessero chi fosse Bija?). E soprattutto i nostri tre ultimi governi. Hanno intavolato negoziazioni con un Paese governato da due esecutivi e 60 tribù per gestire il fenomeno migratorio ben sapendo che è lì che si consuma il più grande disprezzo di diritti umani al mondo. Hanno permesso che a partecipare a questi negoziati ci fossero i peggiori protagonisti del traffico di esseri umani. Hanno ospitato tali trattative al CARA di Mineo, finito nel mirino degli inquirenti nel filone siciliano di Mafia Capitale e commissariato dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) dopo varie commissioni d’inchiesta, a febbraio 2015. Hanno continuato a collaborare con guardia costiera e governo libici fino a oggi, sbandierando a turno come un grande risultato politico l’aver ridotto l’afflusso di migranti sulle nostre coste (16.000 tra giugno 2018 e agosto 2019, il numero più basso di sempre, ndr) che non è altro che frutto dell’intercettazione e riconsegna ai campi di detenzione (e alla accertata diffusa pratica di violenze e omicidi), dell’87% di quelli che partono.

Ma ad uscirne peggio è certamente il pensiero politico maturato in questi anni attorno al fenomeno migratorio in Europa. L’UE, pur di tenere a bada un’opinione pubblica fomentata da cifre e dati colpevolmente magnificati e artefatti a uso e consumo dei partiti, sceglie di scendere a patti con despoti e criminali.

E quando si giunge a quel livello in cui questi patti da utili alla politica si trasformano in indispensabili, il rischio per tutti, non solo per i migranti, è davvero grosso.

 

Crediti immagine: Namning / Shutterstock.com

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