10 maggio 2017

Chi è Emmanuel Macron?

di Nicolò Carboni

Qualcuno l’ha paragonato addirittura a Napoleone, altri a Charles De Gaulle, altri ancora lo considerano l’alfiere più luminoso della post-politica, la prova vivente che le grandi famiglie politiche del XX secolo sono ormai prossime alle brume della Storia. Ma chi è Emmanuel Macron? Come ha fatto questo giovane banchiere milionario, già studente modello a SciencePo e all’ENA (École Nationale d'Administration), ministro di François Hollande e poi pugnalatore del Partito socialista francese a costruire in meno di tre anni un movimento politico capace di portarlo all’Eliseo?

La realtà è che il neopresidente francese è un mistero quasi per tutti: da dirigente della sinistra d’Oltralpe si è sempre distinto per posizioni che, in Italia, definiremmo “social-liberali”, una sorta di Terza via declinata alla francese. Il suo lavoro principale nei mesi passati a Bercy è stata la Loi Macron, un pacchetto di norme che, incrociando liberalizzazioni e varie forme di deregolamentazione, ha trovato una tale opposizione all’Assemblea nazionale da costringere il primo ministro Valls a ricorrere all’articolo 49.3 della Costituzione francese: una sorta di fiducia blindata che permette, in limitatissimi casi, di approvare una legge senza passare dal normale percorso parlamentare.

Insofferente alle liturgie di partito e capace di intercettare gli umori della Francia in anticipo sui  suoi colleghi, Macron ha abbandonato la zoppicante armata socialista a marzo 2016. Dichiarata conclusa la sua esperienza con i socialisti ha lanciato un nuovo movimento - En Marche! - definito dallo stesso candidato “transpartito”, lontano sia dalla destra classica sia dalla sinistra socialdemocratica. Dopo alcuni mesi di frizioni, soprattutto con l’ambizioso Valls, il 30 agosto 2016 rassegna le sue dimissioni dal governo. Pochi giorni dopo un importante istituto di sondaggi annuncia che l’84% dei francesi approva la decisione dell’ormai ex ministro.

Tutto quello che è venuto dopo rientra nel reame delle incredibili coincidenze storiche: il Partito socialista sceglie il seppuku con uno scontro fratricida alle primarie, mentre lo storico leader centrista François Bayrou, annusando le potenzialità dell’outsider, annuncia di non volersi candidare, rafforzando l’immagine centrista e rassicurante di Macron; nel frattempo François Fillon, uscito a sorpresa vincitore dalle consultazioni interne al partito gollista, viene coinvolto in un brutto scandalo fatto di rimborsi falsi, stipendi pubblici a familiari e amenità simili.

Improvvisamente quella che a prima vista era sembrata una candidatura di bandiera assume le forme del favorito, dell’eroe borghese che dovrà salvare la Répubblique dalle grinfie della famiglia Le Pen.

Oggi, a pochi giorni da quella trionfale camminata fuori dal Louvre sulle note dell’Inno alla gioia, è troppo presto per dire se Macron sarà capace di risvegliare i progressisti francesi ed europei; tuttavia, qualche considerazione sorge spontanea. La prima è che il candidato di En Marche! durante tutta la campagna elettorale ha scelto di non attaccare Marine Le Pen inseguendola sul suo terreno. Perfino all’indomani degli attentati, anche quando il gradimento dell’Unione Europea toccava abissi storici, ha sempre mantenuto un punto più fermo di tutti gli altri: l’impegno della Francia e di una sua eventuale presidenza nei confronti dei partner continentali. Macron non ha mai usato mezze misure: ha dichiarato che l’euro è necessario all’economia francese e che la UE è l’unica garanzia affinché Parigi possa  ancora contare qualcosa in un mondo multipolare. Molto probabilmente il prossimo inquilino dell’Eliseo cercherà di far ripartire il motore franco/tedesco attraverso un rapporto diretto con la cancelliera Angela Merkel (o col suo sfidante Martin Schulz), senza però accettare alcuna forma di subordinazione. Macron vorrà giocare da protagonista tutte le partite e, da come si è mosso al governo e in campagna elettorale, difficilmente accetterà di farsi stringere troppo nell’abbraccio tedesco.

Per l’Italia, al netto di improbabili e imprecisi parallelismi politici, un rinnovato protagonismo francese, con una leadership giovane, innovativa e carismatica rischia seriamente di tradursi in un declassamento, un ritorno a quella “serie cadetta” nella quale eravamo relegati durante gli anni più bui della crisi. Forse sbagliamo, ma il piglio da monarca repubblicano del neopresidente sembrerebbe escludere possibili alleanze mediterranee o altre combinazioni capaci di essere altrettanto attraenti rispetto a una rinnovata egemonia franco/tedesca.

Un importante antesignano dell’attuale primo cittadino di Francia, Napoleone Bonaparte disse che «L'uomo non ha amici. Ne ha solo la sua fortuna». Ecco, per ora Macron è la nuova stella della politica europea, in lui hanno riposto speranze, ambizioni e desideri non solo il popolo francese ma buona parte di quei cittadini che a Roma, Milano, Berlino, Madrid, Barcellona e addirittura a Londra sognano un’Europa più equa, giusta e progressista. Sarà vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza.

 


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