23 febbraio 2018

Chi sopravvivrà alla Grande coalizione?

di Giorgia Bulli

La firma dell’accordo di governo – il Koalitionsvertrag – comunicato l’8 febbraio da CDU/CSU e SPD è stata salutata con soddisfazione dalla diplomazia di molti Paesi europei, prima tra tutte quella francese, che vede nella positiva conclusione delle trattative tra democratico-cristiani e socialdemocratici una concreta possibilità di rinsaldare l’asse franco-tedesco alla guida di un’Unione Europea estremamente bisognosa di rinnovata legittimazione. La visita della cancelliera Merkel all’Eliseo il 19 gennaio, tre giorni prima del Congresso straordinario della SPD che ha votato per la prosecuzione delle trattative per la stipula del contratto di coalizione (56% la percentuale di voti favorevoli, dopo settimane di laceranti dibattiti interni), è stata interpretata come un messaggio ad una SPD certamente filoeuropea, ma stretta tra l’incudine del rispetto del “no” di Schulz alla riedizione della Grande coalizione e il martello dell’instabilità di governo, non solo interna.

Dal sì congressuale della SPD al varo dell’accordo di governo sono passate meno di tre settimane, durante le quali le frizioni interne ai partiti non si sono certamente stemperate. L’accordo vede “ricompensata” la SPD per il tradimento della promessa postelettorale di rimanere all’opposizione attraverso concessioni di grande rilevanza: il ministero della Finanza, ricoperto dal cristiano-democratico Wolfgang Schäuble dal 2009 al 2017, sarà nel nuovo governo in quota SPD. Alla SPD sono stati inoltre confermati altri ministeri rilevanti: Lavoro, Giustizia, Famiglia, Ambiente, oltre al dicastero degli Affari esteri, attualmente retto dal socialdemocratico Sigmar Gabriel – segretario della SPD fino all’avvento della breve era Schulz. È stata proprio l’attribuzione della titolarità degli Esteri a provocare una feroce disputa che non ha risparmiato dettagli sull’attuale stato di salute della SPD. La vociferata attribuzione degli Esteri a Martin Schulz ha infatti provocato la dura reazione di Sigmar Gabriel, a seguito della quale il segretario socialdemocratico, già al centro delle critiche per il cattivo risultato elettorale del settembre 2017 e per la strategia postelettorale, si è ufficialmente dimesso da segretario del partito.

La successione a Schulz non è però l’unica patata bollente nel focolare della SPD: a destare preoccupazione è la votazione del 4 marzo dell’accordo di coalizione da parte dei 450.000 iscritti socialdemocratici. Secondo i sondaggi, l’approvazione non dovrebbe essere a rischio, ma dopo la stretta misura della vittoria del sì alla GroKo dei delegati congressuali, un’ulteriore legittimazione parziale non sarebbe di buon auspicio al varo del nuovo governo. Nonostante temi molto cari alla SPD siano stati accolti nel contratto di coalizione, la contrarietà dei giovani socialdemocratici non si placa e il leader degli Jusos (Giovani socialisti) Kevin Kühnert continua a catalizzare su di sé le attenzioni di tutti coloro che vedono nella riedizione della Grande coalizione una strategia a brevissimo termine. Sondaggi di opinione pubblicati nel corso dell’ultima settimana indicano una flessione ulteriore degli indici di gradimento della SPD. Se ci fossero elezioni il prossimo fine settimana, la distanza tra la SPD e il partito di destra populista sarebbe dell’1% (16% per la SPD e 15% per la AfD, Alternative für Deutschland). Tale stato di cose sembra dare ragione alla componente giovanile della SPD che da mesi denuncia il rischio di una pericolosa apertura di spazio politico a destra a seguito della rinnovata alleanza centrista.

Se gli animi ribollono in casa socialdemocratica, anche tra le formazioni sorelle della CDU e della bavarese CSU non si respira buona aria. Il leader del partito bavarese è riuscito ad ottenere per la CSU il prestigioso ministero degli Interni. Le feroci critiche di Horst Seehofer alla gestione della crisi delle migrazioni da parte della cancelliera e, soprattutto, la critica personale a quest’ultima per le decisioni assunte in relazione all’ingresso di circa un milione di richiedenti asilo nel settembre del 2015 fanno presagire che, se come sembra sarà lo stesso Seehofer a ricoprire la carica di ministro degli Interni, ci sarà molto da mediare sulla linea politica del nuovo governo in ambito migratorio e di sicurezza interna. Per la stipula del contratto di coalizione la CDU ha quindi ceduto non poco, sia in termini di ministeri, sia in termini di posizioni programmatiche, alla sua destra come alla sua sinistra. Sebbene meno rumorosi dei loro corrispettivi socialdemocratici, anche i giovani dell’Unione (Junge Union) capeggiati da Paul Ziemiak invocano un rinnovo generazionale nel partito, ma soprattutto, con gli stessi termini utilizzati dagli Jusos, la fine della politica del “Weiter so” (avanti così).

Aleggia dunque aria – dopo la lunga direzione politica di Angela Merkel – di ricambio di leadership. Secondo alcuni commentatori, il countdown per la cancelliera sarebbe già cominciato. La previsione di una verifica di metà mandato, contenuta nel Koalitionsvertrag, è da molti interpretata come l’apertura ad un possibile cambio della guardia prima della fine naturale della legislatura.

Il varo della nuova Grande coalizione sembra quindi paradossalmente segnare l’inizio della fine della grande narrazione della stabilità tedesca, o almeno dei suoi più rilevanti attori recenti. Di certo, l’impervio percorso delle trattative per il raggiungimento dell’accordo ha fatto la prima vittima illustre. Incoronato con il 100% dei consensi nuovo leader della SPD meno di un anno fa, salutato come colui che avrebbe riportato i socialdemocratici a competere con la CDU, indicato come responsabile dell’amara sconfitta alle elezioni di settembre e, infine, costretto ad abbandonare la direzione del partito dopo aver faticosamente vinto la resistenza interna della SPD all’ingresso in una nuova Grande coalizione, Martin Schulz è l’emblema dell’incalzante dilemma sulla inevitabilità della ricerca di nuove leadership nella Repubblica Federale tedesca.

Lunga vita alla Grande coalizione, dunque, e a coloro che le sopravvivranno.


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