20 agosto 2019

Cinque conseguenze del trumpismo sulla politica americana (e non solo)

di Dino Amenduni

È presto per fare previsioni sulle presidenziali statunitensi del 2020 e per la lettura ossessiva dei sondaggi, a più di un anno di distanza in una stagione della storia della politica in cui gli spostamenti di consenso sono rapidi e spesso imprevedibili (a tutte le latitudini). Basti pensare alla quantità di colpi di scena durante l’ultimo mese della campagna del 2016 per far impallidire gli sceneggiatori delle migliori serie TV. In quanti, ad esempio, avrebbero sostenuto che Donald Trump sarebbe riuscito a sopravvivere persino all’ormai celeberrimo «Grab them by the pussy»? Praticamente nessuno, a partire dallo stesso entourage di The Donald, come raccontato in una splendida ricostruzione di Tim Alberta di qualche settimana fa. Se è presto per fare previsioni, non lo è per i bilanci. E si può dire con ragionevole certezza che, comunque andrà a finire, Trump ha lasciato un segno indelebile sulla storia della politica americana e ha tracciato delle linee di separazione nette rispetto al passato, e soprattutto ha fatto cadere alcuni tabù. John Harris ne ha isolati cinque in una sua analisi su Politico. Leggendoli, si possono notare non poche analogie con alcune questioni di casa nostra.

 

Non esistono più candidati “impossibili" per definizione

La versione inglese di questo punto è forse ancora più convincente: “Anyone is plausible". Il Partito democratico degli Stati Uniti ha lungamente sottovalutato le potenzialità di Trump, peraltro in buona compagnia: Huffington Post USA aveva inizialmente inserito la copertura della campagna dell’attuale presidente nella sezione “Intrattenimento” del suo sito, salvo poi pentirsi amaramente della decisione. Miliardario, conosciutissimo, ma non per questo popolare, già finanziatore dei democratici, con una storia imprenditoriale nient’affatto immacolata, con una vita privata storicamente sgangherata: considerando che si era reduci da otto anni di Barack Obama, questo identikit non appariva ideale e, anzi, è sembrato inizialmente la prova dell’incapacità dei repubblicani di fare fronte alla stagione riformista del primo presidente nero della storia degli Stati Uniti. Trump invece ha vinto, e vincendo ha fatto saltare per aria quell’implicita etichetta che predefiniva i candidati papabili sulla base del loro livello di “presidenzialità”. Trump non è presidenziale, ma è presidente. E potrebbe diventarlo ancora. In Ucraina, qualche mese fa, è successa la stessa cosa con la vittoria del comico televisivo Volodymyr Zelenskij alle elezioni politiche. Anche nel Regno Unito, con Boris Johnson, e in Italia (e qui gli esempi, volendo, sarebbero molteplici) sembrerebbe che la gravitas istituzionale del candidato non sia più un vantaggio competitivo, almeno per una buona parte degli elettori e perlomeno in questo momento storico.

 

“È l’era dei social media": non proprio

Trump ha costruito buona parte delle sue fortune sulla capacità di polarizzare il dibattito pubblico e di dare ai media tradizionali ciò che essi, in fondo, desiderano: rappresentazioni bidimensionali della realtà, polemiche personalizzate, provocazioni, gaffe più o meno volute. Il suo uso di Twitter è a sua volta un unicum rispetto al passato (ma non più rispetto al presente: le analogie con Salvini sullo stile di utilizzo dei social appaiono ogni giorno più evidenti), ma è il contenuto dei tweet, prima ancora della forma, ad aver creato un elemento di evidentissima discontinuità. Bisogna ricordare che Trump era già un protagonista della scena televisiva prima ancora che diventasse candidato presidente e vincitore delle primarie del Partito repubblicano, e questo porta con sé due vantaggi abbastanza peculiari: la conoscenza dello strumento, dei suoi linguaggi, delle dinamiche autoriali e del “dietro le quinte” da un lato, e una visibilità quasi automatica delle sue sparate dall’altro, garantita proprio da quel tipo specifico di notorietà. Un miliardario che si lasciasse andare a tweet razzisti senza saperne gestire le conseguenze sui media tradizionali non riuscirebbe a ricavare gli stessi dividendi che The Donald è stato in grado di ottenere in questi anni, al punto di mandare in crisi di coscienza anche la migliore stampa progressista sul tema, bloccata nell’eterno dilemma: dare spazio a tutto ciò che dice Trump fa parte del diritto/dovere di cronaca o è piuttosto un involontario assist alla sua propaganda? Anche in questo caso, le analogie con l’Italia e l’Ucraina appaiono quanto mai evidenti.

 

La disciplina comunicativa non è tutto

Dopo anni di studi sul framing e sulla necessità di costruire cornici comunicative solide e soprattutto autonome nel tempo, sembrava oramai acquisito un dato di comunicazione strategica: un politico che voglia consolidare il proprio consenso o voglia difendersi nei momenti complicati può fare (teoricamente) tutto fuorché andare a fare polemiche nel terreno di gioco dei propri avversari. Più si è alti in grado a livello gerarchico, più questo principio dovrebbe essere condiviso e inscalfibile: un presidente della Repubblica non si mette a battibeccare con l’ultimo dei parlamentari o col penultimo dei giornalisti, o almeno così si afferma di solito. “Si risponde solo ai propri pari” è una frase che non si fa fatica ad ascoltare in qualsiasi war room di campagna elettorale, soprattutto in quelle dei candidati favoriti a vincere le elezioni. Trump non solo ha distrutto questo principio, ma lo ha addirittura rovesciato: basti pensare alla sistematicità con cui ha offerto tweet di “saluto” ai candidati alle primarie democratiche (quello nei confronti di Joe Biden valga come compendio. Reminder: è un tweet del presidente degli Stati Uniti d’America) per comprendere che la strategia non solo non prevede il disimpegno nei confronti di avversari che (per forza di cose) partono come outsider nei confronti del presidente in carica, ma al contrario si basa sull’adozione sistematica della prima mossa. L’elemento di grande innovatività sta nel fatto che il rovesciamento della strategia teoricamente “vincente” lo ha portato esattamente allo stesso risultato che in teoria si sarebbe dovuto raggiungere con quel set di azioni che si è deciso di non utilizzare. Trump ha fatto framing, per l’appunto: ha attaccato e continua ad attaccare gli avversari con questo anticipo e questa regolarità per provare a cucir loro addosso una cornice interpretativa di riferimento (e per metterla a disposizione degli elettori) prima ancora che i suoi interlocutori riescano a farlo autonomamente e a loro vantaggio. La scelta di martellare Hillary Clinton definendola ossessivamente Crooked (disonesta, corrotta) durante la campagna presidenziale del 2016 serviva proprio a questo: a costruire un immaginario sulla sua avversaria, per lui desiderabile, prima ancora che la sua avversaria riuscisse a costruire un immaginario desiderabile per sé stessa.

 

Tenere i conti in ordine non è una priorità

Per motivi diversi, e con filosofie diverse, sia una parte dei repubblicani sia una parte dei democratici hanno spesso badato a governare (soprattutto in periodi lontani dalle recessioni) senza che le scelte avessero un impatto troppo gravoso sulle casse dello Stato. Per i repubblicani vecchio stile (negli Stati Uniti come altrove: basti pensare a Margaret Thatcher) lo Stato è un costo e quindi va tagliato tutto ciò che è tagliabile. Per i democratici la stella polare è stata l’obbligazione morale nei confronti delle generazioni future, e Obama ha impostato la sua attività amministrativa secondo questo principio. Ora il quadro ideologico è decisamente più confuso: in Germania la conservatrice Angela Merkel rivendica il raggiungimento dello Schwarze Null, cioè il pareggio o addirittura il surplus di bilancio; in Europa sempre più Stati (soprattutto del Sud) chiedono un allentamento dei vincoli riguardanti il deficit. Ancora, negli Stati Uniti una tra le leader emergenti del Partito democratico, Alexandria Ocasio-Cortez, propone un Green New Deal da 50 miliardi di dollari: ambizioso, politicamente indiscutibile visto il disastro climatico in corso, ma complicato da raggiungere in tempi brevi senza una qualche forma di disavanzo. Trump ha aperto la strada a questo rimescolamento, soprattutto perché lo ha fatto per primo, azzardando, a non troppi anni di distanza dal tremendo crack finanziario di Lehman Brothers, e in un momento in cui gli Stati Uniti non sembravano ancora così pronti a rischiare nuovamente col fuoco. Salvini, di recente, ha nuovamente messo in discussione la percentuale concordata con l’Europa relativa al rapporto deficit/PIL (che il governo ha fissato, per il 2019, al 2% dopo una lunga e complessa trattativa): ancora una volta, ci sono analogie evidenti tra i due leader.

 

La fine del mito del “presidente unitario"

Obama amava ripetere ‒ e lo ha fatto in due comizi per lui cruciali: quello del 2008 dello «Yes we can» e quello del 2012 dopo la conferma della sua rielezione a presidente ‒ «Non siamo così divisi come i politici suggeriscono». L’ultimo presidente repubblicano prima di Trump, George W. Bush, diceva di sé stesso: «I’m a uniter, not a divider». Entrambi si rivolgevano agli americani e lo facevano nella speranza che le tensioni sociali che fisiologicamente fanno parte dei destini di una nazione non prendessero il sopravvento, con esiti nefasti. Donald Trump ha deliberatamente, ripetutamente, sistematicamente ignorato questo principio e continua a farlo da presidente e da neocandidato: non ha mai cercato di essere il presidente di tutti e probabilmente mai lo farà. Rappresenta una parte, anche piuttosto definita, della popolazione e dell’elettorato. È possibile che una nazione obbligata alla polarizzazione dal suo principale esponente istituzionale possa avvertire la fatica di questo modo di fare politica e preferire, nel 2020, il ritorno di una figura unitaria. È possibile, certo, ma adesso non è più scontato.

 

Immagine: Donald Trump (12 giugno 2019). Crediti: Evan El-Amin / Shutterstock.com

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