7 luglio 2020

Come cambia la società americana

 

La società USA cambia più velocemente del previsto: i cittadini che fanno parte delle minoranze sono sempre di più, ed è forse per questa ragione che assistiamo a forme ricorrenti di tensioni razziali. C’è una parte di società americana che conquista posizioni e un’altra, che ha dominato il Paese fin dalla sua nascita, che sente di perdere terreno. Non si tratta di una novità e neppure di qualcosa di imprevisto: ogni volta che una minoranza – o ondate migratorie – hanno reso necessarie delle trasformazioni, le tensioni sono cresciute. In queste settimane assistiamo alla rivolta, l’ennesima, della popolazione afroamericana – e a una reazione forte da parte di segmenti minoritari della popolazione bianca – e nel 2016 abbiamo visto come la paura dell’immigrazione ispanica abbia giocato un ruolo non indifferente nel generare consenso nei confronti dell’allora candidato Trump.

I demografi prevedono che i bianchi diverranno una minoranza, la più grande, nel 2045, ma i nuovi dati pubblicati dal Census Bureau sul 2019 indicano che questa svolta importante dal punto di vista simbolico potrebbe giungere in anticipo.

Un’analisi del Brookings Institution su questi dati ci segnala altri aspetti fondamentali. Il primo è che questa diversificazione della società americana è generalizzata: tutti gli Stati e quasi tutte le contee stanno cambiando. Il secondo è che per la prima volta nella storia degli Stati Uniti non è solo il numero degli “altri” ad aumentare, ma sono i bianchi a diminuire: tra 2010 e 2019 il loro numero è calato di 16.000 unità, mentre i latinos aumentavano di 10 milioni. Questo calo della popolazione bianca è avvenuto negli ultimi tre anni del decennio; a far crescere la popolazione sono le minoranze. I bianchi sono in media più anziani e hanno un tasso di natalità più basso e, in questi anni, sono morti a centinaia di migliaia ‒ in età fertile ‒ a causa di una “epidemia” da consumo di oppiacei: antidolorifici, eroina, un misto di entrambi.

 

I dati sui giovani: tra gli under 16 i bianchi erano già una minoranza nel 2019 (49%), mentre gli ispanici erano un quarto della popolazione in quella fascia di età. Un dato che lascia immaginare un futuro nel quale i gruppi che compongono la società USA siano meno separati tra loro è quello relativo alle persone i cui genitori provengono da “due o più razze”, come recita la definizione dell’US Census: sono in crescita costante e tra gli under 16 sono il 4,5% della popolazione.

 

 

L’America in cui in queste settimane si abbattono statue di uomini bianchi come fossero birilli del bowling è dunque meno bianca. Un Paese che si racconta ed è raccontato come libero, giusto, democratico ha, come tutti i Paesi, una storia piena di contraddizioni ed episodi bui che, nella narrazione dell’epopea americana – dall’iconografia fino alla Hollywood degli anni d’oro – scompaiono o vengono narrati come tragici errori. Una spiegazione semplice per l’abbattimento delle statue, così come per certi comportamenti della polizia o per le reazioni di una parte della popolazione bianca sta proprio in questa narrazione. Per qualcuno è la storia come essa si è svolta e per altri è invece una visione parziale e distorta di una vicenda di cui sono vittime.

 

In una società sempre più mista ma non ancora abbastanza mescolata il cambiamento demografico è dunque fonte di tensione. Nel 2016 Trump ha vinto anche e molto suonando l’allarme contro l’invasione degli ispanici (stupratori e spacciatori, “bad hombres”, come li chiamò). Se dobbiamo prendere il discorso pronunciato il 3 luglio sotto al Mount Rushmore come un’indicazione, il presidente sembra aver scelto una strada simile per il 2020. Stavolta a venire agitato è il pericolo di una dittatura fascista di estrema sinistra che rinnega “la nostra storia”. Nelle strade a protestare in queste settimane non sono gli anarchici o i comunisti, ma soprattutto i neri. E così, senza dirlo, Trump fa un’equivalenza tra radicalismo politico e comunità afroamericana che vorrebbero distruggere i simboli della storia patria. Con questo messaggio il presidente parla proprio all’America bianca che si sente assediata e che guarda spaventata all’idea di divenire minoranza.

 

Sul fronte opposto, i democratici hanno vinto due elezioni consecutive con Obama sottolineando l’avvento di un’America che cambia e che non deve avere paura del cambiamento. In termini elettorali questo messaggio si traduce nel dare per scontato che non si vincerà una maggioranza dei voti bianchi, ma che costruendo una coalizione composita e guardando alla tendenza demografica si può immaginare una strategia vincente nel lungo periodo. Un’ipotesi che nel 2016 si è rivelata sbagliata.

 

I dati che abbiamo richiamato all’inizio ci dicono che l’assenza di una road map per la conquista di una fetta del voto delle minoranze è un pericolo per il futuro del Partito repubblicano. L’ultimo a immaginarne una, senza riuscire a tradurla in fatti, fu Karl Rove, lo stratega di George W. Bush. Nel 2006 l’America venne attraversata dalle manifestazioni più imponenti della storia che chiedevano una riforma dell’immigrazione e una grande sanatoria per i 10 milioni di indocumentados che vivono nel Paese. In Senato due figure di primo piano come Ted Kennedy e John McCain lavorarono a una proposta che venne bocciata. E così la mano tesa di Bush agli ispanici non funzionò, e svanì l’ipotesi di una maggioranza repubblicana che includesse quei latinos che sui temi etici e religiosi si trovano in sintonia con il Grand Old Party. Dal canto loro, i democratici, forse terrorizzati dall’idea di un nuovo 2016, hanno scelto Joe Biden, la figura che meglio è in grado di parlare all’America bianca. La speranza del partito dell’asinello è che il voto giovane e più radicale non rimanga a casa. Per motivarlo si cerca di dipingere Trump come il male assoluto o si punterà sulla scelta di una vicepresidente che sappia dare freschezza al ticket democratico.

 

Se e come Trump saprà motivare la sua base e magari trovare argomenti per rosicchiare una piccola parte del voto delle minoranze, o Biden saprà riconquistare un frammento di quella America bianca che da decenni volta le spalle ai democratici, lo sapremo il 3 novembre.

 

                              TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 
Immagine: Il Mount Rushmore National Memorial nel Dakota del Sud, Stati Uniti. Crediti:  critterbiz / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0