3 febbraio 2020

Come funzionano le primarie negli USA

di Martino Mazzonis

Si fa presto a dire primarie. Il sistema adottato per nominare i candidati presidenti non è uguale dappertutto e neppure tra i due partiti: gli Stati Uniti sono uno Stato federale e le leggi che regolano le elezioni sono, anche se non completamente, di competenza statale. Quello che hanno in comune è che si tratta di un’elezione indiretta: non si vota il candidato, ma i suoi rappresentanti alla Convention nazionale, che si tiene pochi mesi prima delle elezioni presidenziali (il numero dei delegati per ogni Stato è determinato dagli statuti dei singoli partiti).

 

Le regole. Tante e complicate…

Gli Stati ‒ e i partiti ‒ regolano ciascuno a modo suo il processo di voto, le sue forme, il metodo di attribuzione dei rappresentanti statali alla Convention, l’accesso al voto degli elettori (più in basso le tipologie di primarie). Le regole contribuiscono non poco a modificare gli esiti e determinano le modalità di organizzazione della campagna locale e nazionale. L’esempio perfetto in questo senso è la differenza tra caucus – assemblee degli elettori – e primarie, i sistemi usati nei primi due Stati dove si vota il 3 e l’11 febbraio 2020, Iowa e New Hampshire.

Nelle primarie vigono regole diverse da Stato a Stato e da partito a partito: esiste la regola del winner takes all, ovvero il candidato che vince conquista tutti i delegati dello Stato da inviare alla Convention, ma è tipica dei soli repubblicani; in alcuni Stati i repubblicani adottano un sistema di allocazione proporzionale, che è invece regola per il Partito democratico, in ogni Stato; in altri vige un sistema ibrido, che fa scattare il sistema del winner takes all solo in presenza di determinate soglie di consenso dei candidati; in generale, le regole non permettono allocazione proporzionale di delegati se il candidato non raggiunge una certa soglia di consenso (il 15% per i democratici, fino al 20% per i repubblicani). È complesso persino il sistema di calcolo di quel 15%, nemmeno quello omogeneo a livello nazionale: nella maggior parte dei casi è un mix fra il risultato del candidato in tutto lo Stato e quelli ottenuti nei singoli collegi elettorali del Congresso dello stesso Stato (anche se non raggiungo il 15% su tutto lo Stato, posso ottenerlo in un singolo collegio elettorale, e quindi garantirmi qualche delegato). Per intenderci… il processo è davvero complicato e altre regole ancora devono essere applicate nel caso limite che nessuno arrivi a ottenere il 15% dei consensi.

La Convention democratica del 2020 sarà molto più affollata di quella repubblicana (4.750 delegati contro 2.551). Nel caso democratico 771 delegati non verranno eletti: si tratta di quei “superdelegati”, personalità del partito che possono schierarsi come vogliono e che hanno diritto “naturale” di partecipare alla Convention, ma attorno alle quali ‒ specie nelle primarie giocate sul filo del rasoio ‒ continuano a nascere polemiche (è accaduto anche nel 2016 tra Clinton e Sanders, e infatti una recente riforma del Partito democratico ne ha limitato il potere). Le primarie repubblicane, ovviamente, saranno un pro forma, vista l’assenza di sfidanti credibili da schierare contro Trump: l’ultima volta che un presidente in carica dovette affrontare una vera competizione fu nel 1992, quando George H. Bush fu sfidato dall’ultraconservatore Pat Buchanan.

In ultimo, come si determinano quei circa 4.000 delegati democratici “eleggibili”. Essi vengono assegnati Stato per Stato con un metodo ponderato: non conta solo il peso demografico, ma anche la percentuale di voto popolare per il candidato democratico nelle ultime tre tornate elettorali e la posizione nel calendario generale delle primarie: accade così che lo Stato di New York porti alla Convention più delegati del Texas, anche se quest’ultimo conta quasi 10 milioni di abitanti in più (320 delegati contro 261).

 

Il calendario 2020

Ai due piccoli Stati che votano all’inizio del processo viene, infatti, affidato un ruolo cruciale: andare bene all’inizio garantisce una grande visibilità nazionale. Un aspetto spesso criticato è anche la scarsa rappresentatività demografica di Iowa e New Hampshire: nei due Stati il 90% della popolazione è bianca, contro il 76% della media statunitense. Per questo, dopo molte proteste, il calendario cambierà: la tradizione di iniziare con Iowa e New Hampshire non muterà, ma già oggi le primarie appena successive si terranno in Stati del Sud e dell’Ovest molto più compositi dal punto di vista etnico. Il 2020 ha come particolarità molto importante di avere le primarie di California e Texas – i due Stati più popolosi – nel giorno del Super Tuesday (il 3 marzo: il Super Tuesday è una tornata di primarie decisiva, nelle quali votano 14 Stati e le Samoa americane). Per farsi un’idea, basta tenere a mente che i primi quattro Stati che abbiamo citato determinano il 4% dei delegati alla Convention, mentre il 3 marzo si tratterà del 34%.

Entro metà marzo avrà già votato la metà degli Stati, compresi alcuni molto grandi: per questo i candidati hanno battuto quegli Stati dove normalmente nessuno mette piede, perché sono state anticipate rispetto al solito. È facendo questo calcolo che Michael Bloomberg ha scelto di saltare le prime disfide e di presentarsi a partire dal Super martedì, che per dimensioni e numero degli Stati in cui si vota richiede una macchina organizzativa nazionale e si basa molto di più su un marketing elettorale nazionale.

I primi quattro Stati sono comunque determinanti per i candidati minori, che possono emergere e mettere in difficoltà candidati più forti. Nel 1976, anno in cui le primarie e i caucus divennero davvero cruciali per ottenere la nomination, il semisconosciuto Jimmy Carter capì meglio di altri quanto importante fosse vincere nei primi Stati e riuscì nell’operazione, sconfiggendo alle primarie nazionali figure più note di lui come l’allora governatore della California Jerry Brown (tornato a ricoprire quell’incarico nel 2011, dopo 28 anni) e il governatore segregazionista dell’Alabama George Wallace.

 

Iowa: regole complicate per risultati difficili da leggere

Due parole sull’Iowa, che come primo Stato al voto ha un ruolo davvero centrale. I caucus sono assemblee svolte nelle palestre delle scuole, in caffè, case o altri luoghi pubblici e privati. Qui un rappresentante di ciascun candidato invita al voto, e poi ci si distribuisce per gruppi: un capannello per Joe Biden, uno per Sanders, uno per Elizabeth Warren o Peter Buttigieg e, importante, anche uno degli indecisi. Se nessun candidato ottiene la soglia minima per ottenere delegati (il 15%), chi ha scelto i candidati meno votati si sposta nel gruppo della sua seconda scelta o si allea con altri elettori di candidati meno votati per ottenere almeno il 15%. Un’altra opzione è quella di abbandonare la contesa, e non redistribuirsi.

Il 2020 presenta una novità determinata dallo scontro Sanders-Clinton del 2016. All’epoca Sanders fu il candidato più votato al primo turno, ma Clinton vinse grazie alle alleanze successive. Il Partito democratico dell’Iowa ha così deciso che stavolta fornirà tre tipi di dati ufficiali: il numero di delegati ottenuti da ciascuno, il numero di voti ottenuti da ciascuno nella prima tornata e quello ottenuto alla fine della serata, quando gli elettori dei candidati minori si redistribuiscono. Se il tutto vi pare complicato, sappiate di non essere soli: le regole dei caucus dell’Iowa, sul sito del partito locale, sono spiegate in un libricino di 77 pagine.

 

Ma quanti modelli di primarie esistono?

Primarie chiuse. Le persone possono votare alle primarie di un partito solo se sono membri registrati di quel partito prima del voto. Gli indipendenti non possono partecipare.

 

Primarie semichiuse. A ogni ciclo elettorale i partiti possono decidere se far partecipare anche gli elettori indipendenti o coloro che scelgono di partecipare a una primaria annunciando la loro affiliazione (e così rinunciando a votare nelle primarie del partito avversario).

 

Primarie aperte agli elettori indipendenti. Possono votare alle primarie di un partito sia gli elettori registrati per quel partito che quelli non affiliati. Non quelli del partito opposto.

 

Primarie aperte. Un elettore registrato può votare a una qualsiasi delle primarie dei partiti indipendentemente dalla sua affiliazione/registrazione al voto. Qui c’è la possibilità che gli elettori del partito avversario si organizzino e decidano di votare un candidato ritenuto debole per farlo vincere alle primarie e sconfiggerlo alle elezioni.

 

Caucus. Un gruppo più o meno ampio di elettori registrati del partito sceglie il candidato. In alcuni Stati, gli elettori di qualsiasi partito possono partecipare al caucus di qualsiasi partito. A differenza delle elezioni primarie, i caucus sono gestiti dal partito stesso, non dallo Stato. Nel 2020 i caucus si tengono in sei Stati: Kansas, Iowa, Maine, Nevada, North Dakota, Wyoming.

 

Immagine: I sostenitori dei candidati presidenziali riuniti per la cena democratica del Wing Ding 2019 presso la Surf Ballroom in vista del caucus del 2020, Clear Lake (Iowa), USA (9 agosto 2019). Crediti: Emily O Ross / Shutterstock.com

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