26 ottobre 2016

Come sta cambiando la geopolitica dello sport

Un Mondiale in Qatar, uno dei maggiori campioni del presente tesserato per una società con licenza del Bahrain, l’Abu Dhabi Tour come ultimo appuntamento dell’anno: non fosse per quella parola, tour, verrebbe difficile per chiunque individuare nel ciclismo lo sport di cui si sta parlando. Invece è proprio così: il Mondiale su strada 2016 si è svolto tra Doha e il deserto, in un caldo infernale e su un percorso ai margini del quale, di tanto in tanto, campeggiavano i segnali di pericolo generico indicanti il possibile attraversamento di cammelli; una situazione decisamente straniante ma non inedita, se non altro perché già negli Emirati Arabi Uniti, nel 2015, il primo giro di Abu Dhabi aveva mostrato i ciclisti in gara su lingue d’asfalto il cui colore grigio divideva il deserto. Per la nuova annata, poi, ci si è messo pure Vincenzo Nibali, uno dei più forti corridori degli ultimi anni (due Giri d’Italia, un Tour de France e una Vuelta fra i suoi trionfi), la cui firma con il neonato Team Bahrain Merida ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’Europa sta diventando sempre meno centrale nelle economie degli sport più popolari.

Ciò che nemmeno troppo tempo fa poteva sembrare un’ipotesi più di fantasia che di scenario, in poco tempo è diventato invece realtà. Così, sebbene il ciclismo non avesse sostanzialmente cittadinanza nel Golfo, oggi da quelle parti si disputano gare e nascono squadre ricche e ambiziose. Accade oggi in Bahrain come dieci anni fa era accaduto in Kazakistan, altro luogo con una tradizione ciclistica (Vinokurov a parte) tutto sommato scarsa, capace poi però di portare in giro per il mondo in nome della capitale Astana che, negli ultimi dieci anni, ha dominato la scena con i vari Contador, Nibali e, ora, Aru. Astana, nel 1992 immediatamente post sovietico, era l’agglomerato urbano – si chiamava Celinograd – di un’area fredda ma fertile, comunque sconosciuta ai più e ignota in certi contesti, tipo lo sport. Appunto: oggi non c’è sportivo che non sappia dove si trovi, e dire che la “Strategia 2050” del presidente kazako Nursultan Nazarbayev è ancora ben lungi dal suo pieno compimento.

Si chiama soft power, questo: mostrarsi, attirare, influenzare. Di fatto, si attua attraverso il potere economico e finanziario: siano i capitali degli oligarchi del gas, i petroldollari di sceicchi ed emiri o le smisurate disponibilità dei tycoon dei mercati emergenti dell’Estremo Oriente, ciò che conta è piazzare la bandierina dove prima non c’era, diventare protagonisti in ambienti tradizionalmente estranei. Non da semplici pedine dello scacchiere, ma muovendole.

Il calcio europeo e mondiale si è adagiato alla tendenza, cullandosi; dal Chelsea di Roman Abramovič al Manchester City di Mansour, dal Monaco di Ryboblev al Psg degli Al-Thani, e poi il Valencia, il Leicester portato in trionfo dal thailandese Srivaddhanaprabha, i capitali cinesi in club come Aston Villa e, oggi, Milan e Inter per un asse proprietario che muove sempre più ad Est; senza contare peraltro le opulente sponsorizzazioni che arrivano dalle stesse aree. Perché lì si trova chi può investire – spesso perdendoci – ma, soprattutto, ha tutto l’interesse a farlo al di là dei ritorni economici, essendo l’obiettivo non tanto, o comunque non principalmente, sportivo, ma di posizionamento strategico e riconoscibilità globale, per accreditarsi come membro accettabile ed accettato di una comunità.

È ciò che proprio il Qatar sta tentando di fare con lo sport: la missione ha una data, quella del 2022, dei contestatissimi Mondiali che si svolgeranno nell’emirato. Oggi, invero, il percorso è accidentato: Amnesty International ha più volte denunciato le condizioni di pericolo e di sostanziale schiavitù dei lavoratori impegnati nella costruzione degli stadi, lo stesso processo di assegnazione dei Mondiali da parte della Fifa è quantomeno opaco, in più in ambito internazionale non si sono mai sopiti i sospetti sui legami dell’emirato con presunti finanziatori del terrorismo islamista. Per ora, insomma, l’immagine del Qatar ha avuto forse più danni che ritorni, ma tempo e denaro giocano a suo favore. Per penetrare nel tessuto sociale europeo, lo sport è un veicolo estremamente potente, e pazienza se poi certe logiche rischiano di creare disaffezione nel pubblico storico: c’è sempre una nuova generazione da convincere, ed è quella su cui puntare, quella “da comprare”.

In questo senso è stata la Formula 1, un’icona dello sport-business europeo, la prima ad intuire la direzione del vento quando, una ventina di anni fa, cominciò ad abbandonare circuiti leggendari, ma non più in grado di soddisfare le esose richieste economiche del patron Bernie Ecclestone, per virare su altri mercati e finendo per spostare sempre più verso Oriente il proprio baricentro. Per fare un esempio, dei 16 gran premi del Mondiale di Formula 1 1996, 11 erano in Europa, due in Sudamerica, uno in Canada, uno in Australia e uno solo in Asia, il tradizionale gp del Giappone; nel Mondiale 2016, nonostante le gare siano 21, 9 sono in Europa (includendo la tappa russa a Sochi che pure, anche se non geograficamente, rientra a pieno titolo nelle dinamiche descritte), quattro nelle Americhe (Stati Uniti, Messico, Canada, Brasile) e le altre, Giappone e Australia a parte, in luoghi del tutto esotici per il motorsport, quali Bahrain, Cina, Azerbaigian, Singapore, Malesia e Abu Dhabi. Investimenti e speculazione garantiti, circuiti nuovi e all’avanguardia tecnologica quando attorno è solo deserto. O, dal punto di vista sociale, a poca distanza la quotidianità è l’indigenza vissuta con la dignità di chi non ha mai posseduto nulla, ma tant’è: l’opulenza delle élite, a questi aspetti, non bada granché, e non ci sarà tanto da stupirsi quando, in un futuro piuttosto prossimo, anche i circenses saranno destinati solo a chi può permetterseli.

 

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