05 ottobre 2016

Corbyn, l'«andiamo a comandare» degli inglesi

di Fortunato Musella

In pochi avrebbero potuto immaginare di vedere un giorno Jeremy Corbyn alla guida del Labour Party. Socialista di vecchio stampo, non aveva ricoperto in passato incarichi di partito o di governo di rilievo. Si inserisce nel clima generale di insoddisfazione per i risultati della democrazia liberale, proprio nel momento in cui emergono forze come Podemos in Spagna o Syriza in Grecia. Sulla base di proposte shock quali la rinazionalizzazione dei trasporti e delle industrie di interesse pubblico, la riapertura delle miniere, una più equa distribuzione del reddito. Per molti maggiorenti del Labour la sua leadership è un terremoto che rischia di far tremare le fondamenta stesse dello storico partito britannico. E produrre effetti anche su quel modello Westminster che potrebbe perdere il suo bipartitismo storico. Alcuni hanno parlato senza mezzi termini del più grande errore della sinistra inglese, che la allontana da ogni prospettiva di riconquista del numero dieci di Downing Street. Non si tratta tuttavia di un fenomeno isolato. Anzi, di un caso piuttosto esemplificativo di una tendenza delle democrazie contemporanee. Anche Corbyn può essere infatti definito un «leader personale», che sviluppa un rapporto diretto con gli elettori, senza o anche nonostante il proprio partito.

Partiamo da come i leader conquistano e conservano il potere. In numerosi casi nazionali si registra un processo di allargamento dell’elettorato nella scelta della più alta carica di partito. L’Italia è un esempio particolarmente rilevante sullo scenario internazionale, con il Pd ad essere il primo partito europeo a lasciare scegliere il proprio segretario dai semplici sostenitori. In Inghilterra si è elaborato invece un sistema misto, in cui il voto prevede la partecipazione di tre parti: i membri del parlamento inglese e del parlamento europeo, i membri di partito e gli affiliati dei sindacati.

Corbyn, salito al vertice del Labour con più voti di quanti ne abbia ricevuti Tony Blair nel 1994, deve la sua vittoria al solo coinvolgimento dei supporter. La corbymania che ha accompagnato la sua affermazione ha portato anche molti sostenitori ad iscriversi al Labour per avere l’opportunità di votarlo. Pochissimi, invece, i sostegni da parte del partito parlamentare, con sole 15 preferenze su oltre 230. Costretto alle dimissioni nei giorni che hanno seguito la Brexit, viene confermato da un numero di sostenitori ancor più ampio, il sessanta per cento dei partecipanti alle primarie laburiste. Anche se il dissenso all’interno del partito è cresciuto ulteriormente.

I metodi inclusivi per la scelta dei capi possono così favorire l'ascesa di outsider, capaci di raccogliere più il consenso dei cittadini che quello dei dirigenti e attivisti di partito. Non c’è da meravigliarsi che ciò porti Corbyn ad interpretare, come molti suoi colleghi europei, una leadership autonoma dal suo partito, proprio perché la sua legittimità non deriva da esso.

Ciò non può che influenzare, infatti, i contenuti del suo mandato. Le sue posizioni rifuggono ogni elaborazione partitica. Sin dai suoi primi giorni alla guida del Labour, Corbyn ha intrapreso la strada dell’imperizia politica. Ai limiti della spontaneità dell’uomo della strada. Con gaffe e scelte discutibili, che vanno dalla non inclusione delle donne nel suo governo ombra al rifiuto a partecipare a rituali ed eventi ufficiali, sino alle affermazioni antisemite sulle quali si è soffermata la stampa internazionale. Anche la linea di politica estera presentata da Corbyn rischia di essere contraddittoria, con timide posizioni pro-Eu e pro-Nato, aperture alla Russia, dichiarazioni sull’Isis che lasciano dubitare della sua strenua opposizione al terrorismo. Non è un caso che spesso Corbyn abbia dovuto chiarire le sue parole, o anche cambiare idea.

Il personaggio Corbyn ha aperto una breccia nell’elettorato perché non sembra il solito politico. Al question time alla Camera sceglie di porre le domande giunte da comuni cittadini: uno vale uno, si direbbe dalle nostre parti. «Con me parla la gente», avrebbe commentato Corbyn ai giornalisti, ricorrendo a quel mito della democrazia immediata che ormai è una rendita di posizione anche nel nostro paese. Come altri capi di partito europei, il leader laburista dà voce alla contrapposizione tra popolo e Palazzo, attingendo ampiamente alla retorica della politica populista. Quando però arriva il nodo politico del referendum sulla Brexit, Corbyn resta indeciso sulla direzione da prendere. E condiziona fortemente il risultato elettorale, con il Labour che si divide tra le due opzioni referendarie. Ciò che più ha irritato commentatori e vecchia guardia di partito è che, con il paese in procinto di uscire dall’Unione, nel pieno della campagna elettorale, Corbyn se ne sia andato in vacanza. Quasi come se, divenuto leader senza il sostegno del suo partito, non agisse da leader di partito.

Come si può immaginare, il problema dell’azione politica, e di partito, riguarda meno Corbyn dei generici appelli al popolo. Anche questo è tipico dei nostri tempi. Fa bene Marco Damilano a chiedersi se il cliccatissimo tormentone dell'estate «Andiamo a comandare» non intercetti qualcosa di più profondo. Non riguardi cioè una trasformazione nelle percezioni e nelle aspettative di una parte consistente, e tendenzialmente sempre più numerosa, dell’elettorato, che aspetta un coinvolgimento diretto, in un rapporto senza intermediazione con i leader. Senza però avere una Bastiglia da prendere o alcun progetto di emancipazione. Senza che sia sfiorata dal problema del governo della collettività. Per ritrovarsi, al massimo, col trattore in tangenziale. O in ciabatte nel locale.

 

Bibliografia:

F. Musella e P. Webb, The Personal Leader in Contemporary Party Politics, in Italian Political Science Review, 45, 3, 2015. Marco Mancassola, Perché Jeremy Corbyn non convince fino in fondo, in L’Internazionale, 24 settembre 2016.  M. Damilano, (Non) andiamo a comandare, in L’Espresso, 12 agosto 2016.

 


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