20 febbraio 2020

Effetto Coronavirus. I rischi per l’economia cinese e globale

È prematuro dire se e in che misura il Covid-19 potrà rallentare l’economia, certo è che esso si è inserito in un mosaico di fattori d’incertezza per l’economia cinese, primo tra tutti le crescenti tensioni USA-Cina. Il carattere umanitario dell’epidemia resta di gran lunga l’aspetto più spaventoso e urgente da trattare, ma purtroppo non è l’unico. Il peso che la Cina occupa nell’economia mondiale e la sua posizione centrale nelle catene globali del valore fanno sì che l’emergenza sanitaria sia immediatamente finita anche sotto la lente dei principali analisti economici e finanziari: se la Cina si dovesse bloccare, non potrà che risentirne in misura ancora tutta da chiarire anche l’intera l’economia mondiale.

L’economia cinese è continuamente oggetto di analisi per il peso che occupa nell’arena internazionale. La questione su cui ci si interroga ricorrentemente è se la Cina riuscirà a effettuare un atterraggio morbido accompagnando la crescita su un sentiero di graduale rallentamento oppure se, come nel caso di altre economie emergenti in passato, si debba mettere in conto una crisi dalle conseguenze più gravi e per lo più imprevedibili. Con le informazioni disponibili è prematuro dire se il Covid-19 possa innescare o meno un tale avvitamento dell’economia, ma si può avviare una riflessione su quali siano i canali di trasmissione attraverso i quali gli effetti possono propagarsi su scala più ampia per l’economia globale.

A questo si aggiunga che l’epidemia da Coronavirus, seppure è al momento la questione centrale e prioritaria, non è l’unico fattore che potrebbe innescare un rallentamento, ma si aggiunge ad altri che ricorrentemente si ritrovano nei bollettini dei più autorevoli operatori economici, tra cui si possono citare l’elevato indebitamento delle imprese pubbliche, la ripida dinamica dei prezzi delle abitazioni che per alcuni analisti ha portato al formarsi di una bolla immobiliare e la diffusione di servizi bancari ombra, ovvero fuori dai canali pubblici ufficiali; più di recente, ma non meno di rilievo, sono le crescenti tensioni con gli USA, che hanno trovato una momentanea tregua con il Phase 1 agreement, siglato poco prima che scoppiasse l’emergenza Covid-19; in proposito vale la pena dire che da più parti è stata sollevata incertezza sulla tenuta dei patti siglati e sulla continuazione delle trattative, e la diffusione dell’epidemia non ha fatto che rendere il quadro ancora più incerto e instabile.

Un primo tassello per impostare il ragionamento su quali possano essere le conseguenze per l’economia mondiale, europea e italiana, sta nel capire quali siano state le leve su cui l’economia cinese ha potuto contare per raggiungere il successo in termini di crescita e partecipazione alle filiere internazionali. Oltre ad aver realizzato, come altre economie negli stadi iniziali di sviluppo, una riforma agraria che ha consentito un aumento dei surplus agricoli a sostegno della nascente manifattura, uno dei punti fondamentali nella strategia cinese è stato quello di orientare l’industria verso i mercati internazionali, garantendo in primis l’accumulo di riserve di valute pregiate per importare beni tecnologicamente avanzati da economie più mature e, in un secondo momento, di esporre le produzioni locali a una concorrenza stringente che richiedesse un continuo upgrade delle manifatture.

Il punto di distinzione della strategia cinese rispetto a quelle implementate da altri Paesi emergenti è stato di mettere la finanza al servizio di obiettivi legati all’economia reale attraverso la repressione finanziaria: (i) tassi di interesse molto bassi; (ii) tassi di cambio bassi per rendere l’export competitivo sui mercati internazionali; (iii) controlli sui capitali per evitare improvvise crisi di liquidità. A ciò si è aggiunta una strategia di controllo e attrazione mirata degli investimenti diretti esteri (IDE) con l’obbiettivo di garantire l’acquisizione di know-how e tecnologie strategiche da parte delle imprese domestiche. In tal senso le zone economiche speciali hanno rappresentato luoghi ideali per favorire lo scambio di conoscenze tra imprese cinesi e più avanzati sistemi produttivi occidentali.

Che questa strategia abbia portato dei risultati è ormai sotto gli occhi di tutti. La Cina ha sperimentato una crescita record ed è arrivata a pesare quasi 1/5 (dato a parità di potere di acquisto, fonte FMI) dell’economia mondiale. La forte crescita è stata accompagnata da un profondo cambiamento strutturale passando dall’essere un’economia improntata sulla domanda estera e, dalla parte dell’offerta, sull’industria, a una più bilanciata per peso dei consumi interni e del comparto dei servizi. Focalizzando poi l’attenzione sulle esportazioni, si può apprezzare più nel dettaglio il successo legato alla strategia di upgrade tecnologico: nel 1995 il comparto tessile pesava per quasi 1/4 dell’export cinese, mentre settori tecnologicamente più avanzati come quello dei macchinari avevano un peso relativamente esiguo. In poco meno di 20 anni la situazione si è pressoché capovolta, con i macchinari che hanno quasi triplicato il peso sul totale delle esportazioni di manufatti dalla Cina, mentre il settore tessile lo ha più che dimezzato attestandosi intorno al 10%.

Gli effetti del mix di politiche fiscali, monetarie e industriali non ha tardato a produrre risultati tangibili. Oltre alla crescita del peso sull’economia mondiale e alla sofisticazione tecnologica delle manifatture, l’elemento di maggiore successo è stato quello di aumentare rapidamente il grado di interconnessione con l’economia globale attraverso la partecipazione alle catene globali del valore. Partecipazione che oltre a essere cambiata quantitativamente è anche evoluta qualitativamente: già a partire dagli anni Novanta e in maniera più pronunciata dopo il 2001, gli IDE verso la Cina sono aumentati in modo molto rapido, con una battuta di arresto e una ripartenza dopo la crisi del 2008; dal 2013, anno in cui viene annunciata la Belt and Road Initiative (BRI), gli effetti di una crescita spiccata si sono cominciati a vedere anche dal lato degli IDE in uscita, che nel 2016 hanno superato per la prima volta quelli in entrata; negli ultimi anni si è assistito a un rallentamento degli IDE, sia in entrata, sia in uscita per l’introduzione di controlli più rigidi da parte delle autorità cinesi e quelle americane per le crescenti tensioni bilaterali tra i due Paesi.

 

    slider_infog_Effetto_Coronavirus_I_rischi_per_l_economia_cinese_e_globale

Il grafico si basa su dati FMI per il 2017 e su elaborazioni e ricerche effettuate per L’Italia nell’economia internazionale – Rapporto ICE nell’edizione 2018-2019 e più in particolare per il contributo Investimenti diretti esteri e complessità economica: un esempio di analisi per orientare le strategie di politica industriale (T. Buccellato - G. Corò). Per quanto riguarda l’algoritmo scelto al fine di identificare i cluster di Paesi, si faccia riferimento a R. Lambiotte - J.-C. Delvenne - M. Barahona, Laplacian dynamics and Multiscale Modular Structure in Networks, 2009. 

 

Sulla base degli stock di IDE in entrata e in uscita da ciascun Paese si può tracciare il network per le principali economie, che può suddividersi schematicamente in tre grandi gruppi e la Cina risulta chiaramente il baricentro di uno di essi, peraltro sicuramente il più pesante da un punto di vista demografico; i tre gruppi sono: quello delle Americhe con al centro gli USA, quello europeo che ha come punti di snodo fondamentali Lussemburgo e Paesi Bassi e quello asiatico legato principalmente alla Cina; va notato come la Francia in questo contesto risulti giocare un ruolo a sé, grazie ai legami particolarmente stringenti con alcuni Paesi africani e altri esportatori di idrocarburi.

In che misura il Covid-19 potrà rallentare l’economia cinese è presto per dirlo, ancor di più è difficile stabilire quali saranno gli effetti per il resto dell’economia mondiale, europea e italiana. Certo è che esso si è inserito in un mosaico di fattori d’incertezza, primo tra tutti la questione di per sé già complessa sulle trattative per risolvere le crescenti tensioni USA-Cina degli ultimi anni. La Cina e di riflesso l’economia mondiale stanno attraversando un momento critico per il numero di fattori di stress che stanno emergendo (molti anche non legati alla Cina, si pensi alla questione dell’Iran o della Siria); l’Italia e l’Europa sono pronte ad affrontare la portata dei cambiamenti in atto?

 

Le considerazioni contenute nel presente articolo rispecchiano il pensiero dell’autore e non necessariamente le posizioni dell’istituzione di appartenenza.

 

Immagine: Una via di Chengdu, Cina (4 febbraio 2019). Crediti:B.Zhou / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0