5 maggio 2020

Coronavirus in Africa, un problema sociale più che sanitario

 

Se si guarda alle cifre e le si compara all’Europa o al Nord America, l’aggressione del Coronavirus al continente africano può senza dubbio dirsi più lenta e decisamente meno invasiva. Ad eccezione del Lesotho (le Isole Comore hanno confermato il primo caso il 2 maggio), tutti gli altri 53 Stati sono stai colpiti dal virus, ma all’inizio di maggio i casi accertati di infezioni non superavano i 41.000, mentre i morti erano 1.700. Considerando che la popolazione ammonta a 1 miliardo e 350 milioni, si tratta di percentuali certamente basse. I motivi alla base di un simile andamento sembrano imperscrutabili. Qualcuno li fa risalire all’età media estremamente più giovane di tutti gli altri continenti (in Africa è di 19 anni e nella zona subsahariana 18, in Europa, ad esempio, è 47) e alla susseguente minore vulnerabilità della sua popolazione. Altri parlano di inferiori capacità e velocità di spostamenti e conseguente basso livello di diffusione. C’è chi indica nel clima caldo la ragione di una lenta e contenuta estensione. Qualcuno, invece, denuncia una sottostima dei dati a causa di una scarsa capacità di eseguire test ‒ la Nigeria, per citare un esempio, a metà aprile aveva effettuato solo 5.000 esami su una popolazione di 190 milioni di persone ‒ o di inaffidabilità delle statistiche ‒ uno dei casi più eclatanti è la Somalia che denuncia 600 casi e 28 morti a dispetto di pareri di vari esperti secondo cui sarebbero molti di più.

Tutti, però, concordano su un punto: se la curva dovesse impennarsi sarebbe un’ecatombe. La Commissione economica per l’Africa dell’ONU (UNECA, United Nations Economic Commission for Africa) ha pubblicato di recente il rapporto Covid-19 in Africa: protecting lives and economies le cui analisi e ipotesi sono a dir poco impietose: senza misure e risorse adeguate il contagio potrebbe portare alla morte tra i 300.000 e i 3.300.000 africani. Da un minimo di 2,5 milioni di individui a un massimo di 22, potrebbero necessitare di ricovero e fino a 3,5 milioni di terapia intensiva. Secondo i più aggiornati calcoli, però, ci sarebbero al massimo 5 terapie intensive per un milione di persone (in Europa sono 4.000), mentre gli ospedali pubblici hanno 2.000 ventilatori per tutto il continente.

Non si tratta, però, solo di impreparazione medica. Il Coronavirus, in Africa, è più un problema sociale che sanitario. Il concetto di social distancing, più che a una sacrosanta misura da seguire per contrastare la diffusione della pandemia, andrebbe applicato alla condizione che vede il continente scivolare ancora più lontano su molti parametri vitali che già erano in sofferenza. L’Africa si sta distanziando ancora di più da quella parte di mondo più sviluppata e quella rincorsa che stava cominciando a dare i primi frutti, sta velocemente procedendo a ritroso. I dati di crescita economica che hanno fatto registrare ottimi progressi negli ultimi anni – questa la top 5 continentale: Sud Sudan (8,2%), Rwanda (8,1%) Costa d’Avorio (7,3%), Etiopia (7,2%), Senegal (6,8%) – rischiano una catastrofica frenata. Il PIL africano, in costante aumento, alla fine del 2019 si attestava attorno al +2,4%. Ora è sceso a - 2,1%, segnando la prima recessione degli ultimi 25 anni con una perdita, quindi, che potrebbe superare il 5%.  

In un continente in cui oltre il 50% degli abitanti delle aree urbane vive in slum, con concentrazioni demografiche spaventose, l’appello a restare a casa e a distanziarsi dai vicini rischia di cadere nel vuoto per assoluta impraticabilità. Nel ghetto di Kibera, periferia di Nairobi, lo slum più grande d’Africa, si calcola che in soli 2,5 km, vivano oltre mezzo milione di persone, accatastate in baracche improbabili con bagni comuni per decine e decine di individui e sistemi fognari improvvisati. Al centro scorre un binario dove di tanto in tanto passa un treno che trasporta migliaia di persone.

Ma poi è la questione del lavoro per una popolazione che vive in grandissima parte grazie alla cosiddetta economia informale a fare la differenza. Restare a casa, per milioni di persone, oltre che sostanzialmente impossibile avrebbe ripercussioni gravissime, si tratta di scegliere tra la possibilità di contrarre il virus e la certezza di morire di fame. I bambini che restano a casa non hanno solo il problema di non poter frequentare le lezioni, ma anche quello di non riuscire ad assicurarsi l’unico pasto della giornata.

A guardare una mappa del contagio in Africa, si nota che più della metà delle persone colpite dal virus risiede (o risiedeva) in 4 Paesi: Sudafrica 5.951, Egitto 5.895, Marocco 4.569 e Algeria 4.154. Il dato colpisce perché fa emergere un elemento che difficilmente può essere considerato causale: sono Paesi molto vicini all’Europa sia da un punto di vista geografico che socio-politico. È quindi verosimile che il virus trovi terreno fertile in aree con stili di vita più accelerati e con modelli di sviluppo più ‘occidentali’ oltre, ovviamente, a diffondersi per prossimità (in moltissimi Paesi il virus è stato ‘importato’ dall’esterno del continente e in vari casi direttamente dall’Europa).

Un ultimo accenno va fatto ai numerosi conflitti che insistono sul continente e che, totalmente indifferenti alla diffusione del virus, non conoscono né lockdown né pause. I casi purtroppo sono tanti. La Libia, il Nord Kivu in Congo, gli scontri continui nel Sahel, in Africa centrale e occidentale, le guerre innescate dai gruppi jihadisti. Lo stesso Camerun, che in una fase iniziale di contrasto al contagio, aveva visto i gruppi indipendentisti e le truppe governative segnare una tregua de facto, conosce nuove recrudescenze.

Oltre a sperare che il virus sia clemente, quindi, la comunità internazionale dovrebbe al più presto attivarsi per sostenere il continente da un punto di vista sanitario, certamente, ma almeno parimenti da quello politico ed economico.

 

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Immagine: Vita quotidiana a Kibera, la più grande baraccopoli urbana in Africa, Nairobi, Kenya (6 novembre 2015). Crediti: John Wollwerth / Shutterstock.com

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