24 marzo 2020

Coronavirus, l’America divisa su come reagire

 

Il Congresso degli Stati Uniti è alle prese con un rebus politico di difficile soluzione: scrivere una legge che preveda un enorme intervento pubblico in economia in pochi giorni e farlo con maggioranze diverse alla Camera e al Senato. Due maggioranze e due filosofie divergenti su molte cose: per approvare questa enorme immissione di denaro pubblico nell’economia servono 60 voti in Senato e siccome alcuni senatori sono in quarantena, diversi voti democratici sono indispensabili alla maggioranza repubblicana (ma la maggioranza qualificata necessaria non ci sarebbe stata comunque). Senza un accordo non c’è soluzione.

 

Prima di vedere su cosa si litiga sarà bene segnalare alcuni fatti relativi alla società e all’economia americane, che aiutino così a capire di cosa si discute. Negli Stati Uniti il 49% dei cittadini vive check-to-check, cioè di stipendio in stipendio, senza paracadute (e semmai con qualche debito). Tra questi ci sono 50 milioni di persone che vivono con salari intorno ai 10 dollari l’ora, impiegati nei settori che saranno i più danneggiati dal lock down di tante città: 5 milioni nella ristorazione, 4,5 nel commercio al dettaglio e 2,5 tra custodi e personale delle pulizie. Primo ambito di intervento, dunque, è impedire che milioni di persone finiscano in mezzo a una strada dopo aver perso il lavoro (come sta già capitando): in Michigan in una settimana le domande di disoccupazione sono aumentate del 2.100% (non ci sono errori di battitura), in California si è passati da 42.000 domande a 190.000 in una settimana, mentre a livello nazionale il salto è stato dai 281.000 della settimana conclusasi il 19 marzo ai 629.000 di questi ultimi giorni (con soli 15 Stati che hanno già reso noti i loro dati). L’amministrazione Trump ha chiesto di non diffonderli per non creare il panico.

 

Il secondo macroproblema riguarda le piccole e medie imprese e il commercio al dettaglio. Chi ha un mercato locale, chi vende ai passanti, i ristoranti e così via, senza domanda privata dei cittadini semplicemente non guadagna. Le piccole imprese che producono per filiere corte o che hanno debiti o un bilancio appena in attivo, hanno un problema di sopravvivenza. Queste imprese sono il principale datore di lavoro d’America e, dunque, fallimenti a catena implicherebbero un’ulteriore perdita di posti di lavoro. Congelare le rate del mutuo e altri pagamenti e fornire credito sono le emergenze a cui rispondere, le stesse affrontate in tutto il mondo.

 

Il terzo macroproblema riguarda i settori che vengono e verranno colpiti oltre la chiusura di questi giorni e che sono in sofferenza già dal primo giorno: compagnie aree, aeroporti, compagnie di crociera, alberghi, catene di ristoranti. Qui il danno è di proporzioni colossali, ma l’aiuto alle corporation è quello che presenta più scogli.

 

Cosa divide democratici e repubblicani? Molte cose. La prima non riguarda le questioni che citiamo sopra, ma la produzione di materiale sanitario come mascherine e respiratori. La parte più radicale dei democratici chiede che Trump utilizzi i poteri di una legge approvata durante la guerra di Corea che consente al presidente di ordinare alle imprese cosa produrre. L’amministrazione si rifiuta di usare questi poteri, sottolineando invece come diverse imprese abbiano scelto autonomamente di produrre beni divenuti di colpo scarsi ed essenziali. Tamponi, mascherine e respiratori continuano a mancare; diversi governatori hanno protestato con Washington per la mancanza di coordinamento: «siamo nel selvaggio West a competere per questi beni, mentre un coordinamento dal centro ci aiuterebbe a distribuirli in maniera equa e dove servono» ha detto il governatore dell’Illinois Pritzker.

 

I punti in esame nell’enorme pacchetto di aiuti all’economia sono molti e riguardano controlli sulla destinazione dei fondi, regole alle quali attenersi per coloro che li ricevono e destinazione dei trasferimenti in denaro per i lavoratori.

Partiamo dagli assegni individuali per i cittadini americani: la legge messa ai voti e bocciata dal Senato prevedeva un trasferimento di 1.200 dollari a coloro che guadagnano meno di 75.000 dollari. Problema: chi non paga le tasse perché troppo povero ne riceverà la metà. I democratici chiedono invece assegni uguali per tutti e, semmai, una modulazione dell’importo più progressiva (chi è più povero riceve di più e viceversa). Si tratta di un’obiezione sensata se guardiamo ai dati, in un’economia semiparalizzata questi fondi servono per pagare gli affitti o la rata del mutuo, per mangiare. Sulle misure di alleviamento alla povertà, i democratici chiedono anche più soldi agli Stati che devono gestire i sussidi di disoccupazione (ci sono risorse per soli tre mesi) e altri programmi di welfare per poveri, anziani, minori e tutele contro gli sfratti – nella misura del Senato ci sono tutele per i padroni di casa che non pagano il mutuo, non per gli inquilini.

 

Lo scontro più furibondo riguarda le grandi imprese, cui andrebbe il grosso delle risorse previste da questa manovra (500 miliardi). Il fondo sarebbe gestito direttamente dal segretario al Tesoro Mnuchin. I democratici chiedono che sia negata la possibilità di ricomprare azioni (nel frattempo crollate) con i soldi pubblici, che le imprese congelino le paghe dei manager e che siano vietati bonus, che le imprese si impegnino a tutelare l’occupazione. Nel testo del Senato ci sono riferimenti alla tutela del lavoro “nei limiti del possibile”. Il linguaggio con cui è descritta ciascuna condizione alle imprese che riceveranno fondi tende ad essere vago, a lasciare spazio a interpretazioni. Da ultimo, nella legge c’è scritto che il Tesoro avrà discrezionalità nel distribuire le risorse – e questo ha senso –, ma che i dati su dove sono finiti i soldi potranno non essere diffusi per sei mesi. Ora, volendo essere maligni e dopo aver sentito Trump dire in conferenza stampa «non so se parte dei soldi andranno anche al mio gruppo, vedremo», c’è da sospettare di una norma che imponga la segretezza fino a dopo le elezioni.

 

Non solo, le risorse distribuite dalle amministrazioni Bush e Obama, quando non specificato nelle leggi che le stanziavano, sono state usate anche per pagare dividendi agli azionisti, alzare i bonus dei manager e altre pratiche simili. Insomma, l’esperienza recente insegna che servirebbero regole.

Dal canto loro i democratici hanno una legge pronta alla Camera, dove hanno i voti per approvarla. Nel testo che Pelosi sottoporrà all’assemblea ci sono miliardi per ospedali, remissione del debito studentesco, più fondi per la disoccupazione e i food stamps, i buoni con cui fare la spesa. Misure che far approvare dalla maggioranza repubblicana in Senato è impensabile.

Chi sostiene di essere vicino ad un accordo con i democratici del Senato è il segretario al Tesoro Mnuchin, che ha il compito di trattare con il capo dei senatori Dem Schumer. Sapremo presto se i negoziati avranno un esito positivo e chi, tra i partiti, dovrà votare un testo che non gli piace.

La verità è che questa discussione attorno a una immane iniezione di denaro è solo l’inizio. I danni di questa crisi saranno almeno di medio termine e si innesteranno su grandi questioni che già agitavano la società statunitense. Le diseguaglianze, le aree in decadenza, il debito studentesco (Joe Biden chiede un bonus di 10.000 dollari di remissione dei debiti studenteschi, una cosa che nemmeno lui diceva fino a qualche giorno fa), le infrastrutture arrugginite… saranno ancora lì, e dopo la crisi i problemi cresceranno.

 

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