17 marzo 2020

Coronavirus, la Spagna sul piano inclinato del contagio

 

In una settimana la Spagna è entrata di colpo nell’era del Covid-19. Fino a domenica 8 marzo l’epidemia sembrava riguardare veramente solo i vicini italiani o la lontana Cina.

 

La Giornata della donna era stata vissuta in tutto il Paese con manifestazioni enormi e la presenza delle principali dirigenti politiche e di molte ministre, sull’onda dell’approvazione della nuova legge sulla libertà sessuale che più di qualche tensione era costata alla maggioranza di governo. Gli stadi, i cinema, i ristoranti e i teatri erano pieni, i turisti riempivano le città e la vita scorreva normalmente. Si guardava a quanto succedeva in Cina e in Italia, si seguivano le peripezie degli spagnoli che dovevano rientrare dai Paesi contagiati, incuriositi, qualcuno con le prime preoccupazioni, soprattutto i tanti italiani destinatari delle testimonianze dirette provenienti dal nostro Paese, ma non c’era nessun tipo di allarme concreto.

 

Il Covid-19 si era già fatto vedere oltre i Pirenei ‒ il primo caso il 31 gennaio in un turista tedesco a La Gomera, nelle Isole Canarie, e il 29 febbraio nella penisola, una ragazza italiana residente a Barcellona di ritorno da un viaggio a Milano e Bergamo; all’8 marzo c’erano circa 600 le persone contagiate e 10 i morti, con qualche focolaio locale, di cui uno che tanto incuriosiva, in un paese a La Rioja, in seguito alla celebrazione di un funerale. La sera i morti erano saliti a 17.

Lunedì 9 marzo il piano inizia a inclinarsi e tutto si accelera. La Spagna si rende conto che il virus è circolato in silenzio, in una sola notte i numeri sono raddoppiati a 1.200.

Iniziano a conoscersi i primi contagiati di rilievo pubblico. Il primo politico è Javier Ortega Smith, di Vox, che il giorno prima assieme ai vertici del partito di estrema destra aveva tenuto un’iniziativa politica con oltre 9.000 persone vicino Madrid ‒ giovedì toccherà al segretario Santiago Abascal comunicare la sua positività. Il Covid-19 entra anche nel governo, sempre lunedì con la ministra dell’Uguaglianza, Irene Montero di Podemos ‒ Pablo Iglesias, suo marito e vicepresidente secondo del governo, negativo, entra in quarantena; poi toccherà a Carolina Darias, del PSOE, ministra di Politica territoriale e Funzione pubblica, e anche alla vicepresidente del Congresso dei deputati, Ana Pastor del PP (Partido Popular).

Nella capitale Madrid e nella città di Vitoria, nei Paesi Baschi, dove erano stati segnalati dei focolai senza che venisse presa però nessuna misura particolare, viene annunciata la chiusura delle scuole. È la prima misura di contenimento, perché agli spagnoli è stato spiegato di lavarsi le mani e di mettersi in quarantena se provenienti da zone a rischio ma nessuno dei focolai, zone di pendolarismo coi grandi centri vicini, era stato isolato. I treni erano affollati come sempre, anche di più, perché ai primi annunci di ristrettezze molti madrileni possessori di seconde case di vacanza, hanno deciso di abbandonare la capitale, considerando la città più rischiosa delle coste o dei campi. Vengono attivati i telefoni d’urgenza, ma sono intasati quindi le persone si recano negli ospedali affollando i pronto soccorso. Per gli operatori telefonici, del resto, le indicazioni sono ancora di attendere solo ai casi di chi proviene dalla Cina o da altre zone a rischio, cioè l’Italia.

 

Madrid inizia lentamente a svuotarsi martedì ‒ l’hashtag #YoMeQuedoEnCasa già circola per le reti social ‒ così gli esercizi commerciali che pure restano aperti, ma molto meno bar e ristoranti, che servono soprattutto i tanti turisti, e i supermercati, che iniziano a essere presi d’assalto. Cominciano a finire le mascherine, il gel per le mani, l’alcool. I laboratori stentano a sostenere il flusso di esami che ancora vengono fatti a pagamento dalla sanità privata, quindi senza nessun criterio di coordinamento e gestione delle risorse. Iniziano a scarseggiare i posti letto nelle terapie intensive degli ospedali a Madrid e Vitoria. Mancano infermieri e medici, in una sanità fortemente privatizzata come quella spagnola le cliniche cercano disperatamente personale specializzato e a Torrejón, centro residenziale a pochi chilometri da Madrid e uno dei primi focolai, le strutture offriranno fino a 1.000 euro al giorno per i medici rianimatori.

 

Solo giovedì partono le prime misure di contenimento. La presidente della Comunità di Madrid, Isabel Díaz Ayuso, e il sindaco della capitale, José Luis Martínez-Almeida (entrambe amministrazioni di destra), lanciano per la prima volta ufficialmente l’indicazione di non uscire e di restare a casa. Il presidente del governo Pedro Sánchez appare in conferenza stampa solo e senza giornalisti annunciando l’emergenza nazionale, le comunità autonome chiudono scuole e università, vengono sospesi i grandi eventi, come le Fallas di Valencia e le celebrazioni della settimana santa.

 

Sabato nella notte il presidente del governo, con ore di ritardo rispetto all’annuncio, appare in televisione e informa della proclamazione dello stato di emergenza, previsto dall’art. 116 della Costituzione per situazioni che contemplano anche la crisi sanitaria. Il governo istituisce una task force composta dai ministri della Sanità, della Difesa, dell’Interno e dei Trasporti. Da questo momento saranno loro a fare le comunicazioni. Tutta la sanità privata viene praticamente commissariata e messa sotto il controllo delle Comunità autonome, le quali a loro volta vengono subordinate gerarchicamente alle decisioni prese centralmente. Gli spostamenti e i trasporti vengono limitati, gli esercizi chiusi tranne quelli considerati necessari, vietati gli assembramenti. L’esercito viene intensamente coinvolto sia nell’ausilio al controllo dell’ordine pubblico che nella fornitura di servizi sanitari e nella logistica, con la mobilitazione della UME, l’Unità militare d’emergenza nata nel 2005 su impulso dell’allora capo del governo, José Luis Rodríguez Zapatero, proprio per mettere la macchina militare a disposizione di emergenze civili. I ritardi, ci informerà la stampa, sono stati determinati dalla difficoltà di scrittura del decreto e dalle diverse posizioni dei soci di maggioranza sulle misure di carattere sociale.

 

La settimana che comincia è quella in cui tutta la Spagna è entrata nella fase della lotta collettiva all’epidemia. Le misure guardano a quelle italiane, ora i focolai vengono isolati, la circolazione ristretta, applicate le misure di profilassi. La parola d’ordine è quella di bloccare il propagarsi del virus e di organizzare il sistema sanitario per affrontare una situazione che peggiora di ora in ora. Ieri la Spagna era il secondo Paese del mondo col maggior numero di nuovi casi, oltre 9.000 infezioni, delle quali più della metà a Madrid, i morti sono 309 e i guariti 540. Domenica, i contagi accertati erano 6.400 e i morti 197. Gli spagnoli seguono, una settimana dopo, il sentiero che abbiamo intrapreso noi. E simili sono le situazioni, le incertezze e i dubbi. Si può portare fuori il cane? Tornare nel Paese di residenza? Accudire un parente? Sono le domande che noi ci siamo già fatti. Si ragiona sulla sanità pubblica (già considerata dagli spagnoli come il miglior successo della democrazia) indebolita negli ultimi anni, con Madrid e la Catalogna a guidare la classifica delle privatizzazioni e della diminuzione di personale e posti letto, a fronte dell’aumento della popolazione. Si inseguono i numeri, si tenta di capire la differenza tra tasso di letalità e tasso di mortalità, gli aggiornamenti quotidiani dell’emergenza diventano appuntamento per tutti. Il direttore del Centro di allerta e emergenza sanitaria, Fernando Simón, è diventato un volto familiare. «La proibizione di uscire da casa durerà come minimo 14 giorni», ha detto lunedì, «e l’ultima settimana non sarà facile. I periodi di quarantena quando si avvicinano alla fine son più complicati». Ancora una volta si guarda all’Italia, entrata nella seconda settimana. E simili, pur nelle differenze, sono state anche alcune dinamiche, quella maggioranza-opposizione, quella centro-periferie.

 

Le criticità della questione territoriale emergono anche in questa occasione. Il presidente del governo basco, Iñigo Urkullu, ha ricordato che «Coordinazione non è imposizione», considerando «non necessaria» la subordinazione allo Stato del comando della polizia basca e del Servizio sanitario regionale. Un richiamo netto accompagnato dall’impegno a compiere le direttive del decreto in quanto «massimo rappresentante dello Stato in Euskadi». Meno adeguato e più confuso il comportamento del presidente catalano, Quim Torra. Eccesso di protagonismo, dichiarazioni contraddittorie rispetto a quelle del suo consigliere alla Sanità, l’annuncio di aver «isolato la Catalogna» quando si è limitato a chiederlo al governo centrale, tutti elementi che confermano la crisi che attraversa l’indipendentismo catalano nel manifestarsi della resa dei conti tra chi vuole un processo di dialogo con Madrid e chi continua a spingere sulla chimera dell’indipendenza.

 

Diverse, dunque, le similitudini tra Italia e Spagna nell’affrontare il Coronavirus. Un certo eccesso di presenzialismo dei capi del governo; gli atteggiamenti istintivamente ostili delle opposizioni (ancora oggi Pablo Casado, il segretario dei popolari, offre la sua collaborazione in cambio di una rottura della maggioranza di governo); l’incontrollabile tendenza di molti commentatori dei giornali a stare col ditino alzato a rinfacciare all’esecutivo i ritardi nell’emanazione dei decreti, come fossero incapaci di immaginare la difficoltà di scrivere determinate norme. Simili anche le reazioni dell’opinione pubblica che vede questi atteggiamenti come tic fuori luogo, anche insopportabili, nella situazione di emergenza che si sta affrontando.

 

                             TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Allestimento di una maschera per le Fallas, evento poi annullato a causa del Coronavirus, Valencia, Spagna (11 marzo 2020). Crediti: Ure / Shutterstock.com


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0