22 aprile 2020

Coronavirus negli USA. Le troppe crepe del modello americano

 

«Nella crisi che viviamo, lo Stato non è la soluzione ai problemi, lo Stato è il problema». Questa frase del discorso di investitura, assieme a quella pronunciata davanti al Muro di Berlino («Mr. Gorbachev, abbatta questo muro!») è forse la citazione più famosa del presidente che assieme a Margaret Thatcher ha fatto da balia all’epoca che ancora viviamo. Il discorso con il quale assumeva la presidenza il 20 gennaio 1981 è un manifesto dei tempi a venire, Reagan nominava l’inflazione e le tasse come un fardello del quale liberarsi e segnalava come l’indebitamento dello Stato federale fosse una catastrofe nazionale. Come noto, il presidente che ventilava la ritirata dello Stato è il terzo per aumento percentuale del deficit federale dopo Roosevelt e Wilson; dopo di lui, che nel discorso inaugurale spiegava «agli individui non è concesso indebitarsi senza ripagare», il debito degli individui e delle famiglie è stato uno strumento cui si è fatto ampio ricorso per mantenere degli standard alti di consumo (mentre il reddito dei ceti medi e bassi diminuiva).

 

A proposito di individui, l’età di Reagan tende anche a essere quella in cui comincia il lungo addio a una struttura sociale centrata sulla partecipazione collettiva. Nel suo Bowling Alone (2001), lo scienziato politico Robert Putnam segnala come quella americana sia divenuta una società centrata sugli individui dopo aver attraversato una lunga fase caratterizzata da associazionismo e aggregazione – non solo i sindacati e partiti, ma la lega del bowling di cui parla Putnam, o la Loggia del Giaguaro di cui è membro Howard Cunningham in Happy Days, oppure l’Ordine dei Bufali d’acqua, di cui sono membri i due padri di famiglia nei Flintstones. Con il Coronavirus la solitudine degli individui, l’impoverimento delle reti sociali, l’assenza di tutele nel lavoro e di un welfare state efficiente tornano a fare notizia. Ma, a dire il vero, alcuni temi sono divenuti centrali in maniera crescente nel dibattito politico americano a partire dalla crisi del 2008. Il successo di figure come Alexandria Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, specie tra i giovani, si spiega anche molto così.

 

L’epidemia di Coronavirus, la terza crisi di sistema attraversata dal pianeta dall’inizio del millennio, è tornata a far crescere il deficit federale USA in proporzioni senza precedenti, dopo che i tagli alle tasse dell’amministrazione Trump lo avevano già fatto raddoppiare rispetto agli ultimi anni di Obama. Nel 2020 il deficit potrebbe superare il PIL per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale. Tra l’altro, si badi, l’anno non è nemmeno arrivato a metà ed è possibile che il Congresso approvi nuove misure per contenere la crisi economica. Ma a cosa dovrebbe servire questa enorme quantità di spesa pubblica? Nel 2008 miliardi di dollari vennero spesi per impedire che il Paese precipitasse in una depressione, con successo. Ma i benefici andarono soprattutto al settore privato e alle banche, il soggetto alla radice della crisi, che non vennero neppure costrette a ridimensionare i bonus per i propri manager o a cambiare in maniera sostanziale il modo di fare affari.

 

La risposta alla pandemia, tra l’altro, è l’ennesimo segnale di come il modello sia pieno di crepe e l’America immaginata da Reagan non è più in grado di rispondere alle esigenze di questo decennio. L’incapacità del settore privato di rispondere in maniera tempestiva alla domanda di mascherine e respiratori è un segnale che il governo deve attrezzarsi per alcune grandi sfide. Quelle del cambiamento climatico, innanzitutto, perché in un Paese dai fenomeni atmosferici estremi per tradizione, i cataclismi sono destinati ad aumentare. Oppure immaginare di riportare una gran parte della produzione manifatturiera in casa. Cosa più facile a dirsi che a farsi, ad esempio perché non avrebbe tempi brevi e perché la catena di negozi più frequentata d’America, Wal-Mart, può permettersi di fare dei prezzi accessibili a tutti perché acquista merci prodotte all’estero.

 

Il Coronavirus mette gli Stati Uniti di fronte a domande rinviate dopo il 2008. E le risposte, almeno tra coloro che ritengono che le cose non andassero per il verso giusto neppure prima dell’epidemia, sono diverse e invocano grandi cambiamenti. Una cesura con l’epoca cominciata il 20 gennaio 1981. Il New York Times ha lanciato un’iniziativa editoriale ambiziosa per raccogliere idee autorevoli con un lungo editoriale che tra le altre cose recitava: «Franklin Roosevelt si dimostrò lungimirante quando concluse che il modo migliore per rilanciare e sostenere il benessere non era semplicemente quello di pompare denaro nell’economia, ma di riscrivere le regole del mercato (…). La pandemia di Coronavirus ha messo a nudo ancora una volta la natura incompleta del progetto americano – la grande distanza tra le realtà e i valori enunciati nei suoi documenti fondativi (…). L’attuale crisi ha rivelato che gli Stati Uniti sono un posto nel quale i ricchi possono ritirarsi nella sicurezza delle loro seconde case, affidandosi per la consegna del cibo a lavoratori che non possono prendere permessi per malattia».

 

Il NYT cerca quindi di immaginare alternative, di fronte a problemi che si ripropongono in tutti i Paesi colpiti dall’epidemia e dalla crisi economica senza precedenti che queste hanno generato. Cosa fare? Scegliamo qualcuno degli articoli apparsi in queste settimane (ce ne sono decine, autorevoli e meno). Le risposte sono diverse e riguardano vecchie e nuove malattie americane. E naturalmente il cambiamento climatico, che era già un tema di grande discussione. Nel loro Deaths of Despair and the Future of Capitalism gli economisti Anne Case  e Angus Deaton (il secondo è un premio Nobel) affrontano il tema della drastica diminuzione dell’aspettativa di vita della working class bianca. Individuano una relazione tra la scomparsa del lavoro industriale in molte aree del Paese e l’aumento delle morti per alcolismo, eroina, oppiacei e mancanza di prevenzione sanitaria. Un fenomeno che toccò la comunità afroamericana nei primi anni Settanta. Secondo i due economisti la prima questione da affrontare resta la solita: i costi del sistema sanitario USA, abbassando i quali si libererebbero risorse per risparmi, salari, infrastrutture (cioè creazione di lavoro) e istruzione.

 

Edward Alden, del Council on Foreign Relations sottolinea la necessità di adattare l’economia USA alla globalizzazione – cosa che sostiene non sia stata fatta – e di modernizzare e allargare gli strumenti di welfare. A partire dalla necessità di garantire la malattia pagata e introdurre strumenti alternativi al sussidio di disoccupazione per tenere le persone al lavoro. Il Center for American Progress segnala come il danno che l’epidemia sta facendo agli Stati (diminuzione delle entrate fiscali e aumento della spesa) rischia di essere peggiore del 2008, quando gli enti locali americani tagliarono drasticamente occupazione e servizi. E per questo chiede al Congresso di far crescere i trasferimenti agli Stati e alle contee.

 

Segnalando come il Covid-19 sia solo una delle possibili crisi esterne che possono avere un impatto negativo sull’economia, Rhiana Gunn-Wright del Roosevelt Institute (che non potrebbe che spingere per l’intervento pubblico), ricorda come i luoghi più colpiti dal Coronavirus siano anche poveri e spesso molto inquinati e che «Se la storia offre un’indicazione, il rimbalzo da una crisi così grande richiede un’impennata della domanda e della produzione. A parte la guerra, il cambiamento climatico è l’unica questione abbastanza grande da poter generare l’economia che serve a un’impennata simile».

 

Gli elementi in comune di tante di queste proposte sono la necessità di proteggere meglio un numero crescente di persone, l’intervento pubblico in economia e l’investimento in un’economia che contrasti il cambiamento climatico. L’intervento pubblico, come si è visto dalle leggi votate e in discussione in Congresso, unisce destra e sinistra. La ricetta della destra è però meno articolata: trasferire risorse di emergenza a individui e corporation per evitare il fallimento, per poi lasciar fare ai mercati.

 

Quello a cui stiamo assistendo è un momento di “iper-keynesismo” scrive Zakhary Carabell su Foreign Affairs: «Le grandi teorie sociali non vengono quasi mai messe alla prova nel mondo reale. Oggi lo sono. Nella morsa della pandemia, i governi spendono in misure senza precedenti per evitare il collasso economico. Non è chiaro se questo esperimento funzionerà. Ciò che è certo è che non funzionerà niente altro».

 

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Immagine: La stazione centrale di New York City completamente vuota durante l’epidemia di Coronavirus, New York, Stati Uniti (28 marzo 2020). Crediti: tetiana.photographer / Shutterstock.com

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