22 maggio 2020

Il Coronavirus nella polveriera sudamericana

 

Il Coronavirus in Sudamerica ha colpito quasi 509.000 persone e ne ha uccise oltre 26.000. In questa vastissima regione costituita da repubbliche di tipo presidenziale e con grandi diversità geografiche, economiche, demografiche e sociali, i primi casi di Covid-19 sono stati confermati tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo a seguito del rientro di cittadini provenienti dall’Europa, Asia e Nord America. La situazione di emergenza è stata gestita soprattutto tramite i decreti presidenziali che hanno imposto la chiusura delle frontiere e differenti limitazioni alla mobilità interna. L’impatto del virus nei Paesi è, infatti, dipeso principalmente dall’adozione tempestiva di misure per contenerlo.

 

Il Brasile è il più colpito con oltre 291.000 casi e quasi 19.000 morti. Il presidente Bolsonaro continua a negare la pandemia e ha aperto uno scontro frontale con il Congresso, la Corte suprema e i governatori. Nel frattempo, la sanità pubblica in alcuni Stati brasiliani è collassata e diverse città hanno fatto ricorso alle fosse comuni per seppellire i numerosi deceduti. Con l’uscita dal governo federale del ministro della Giustizia e di due ministri della Salute, la popolarità del presidente è in forte caduta e negli ambienti parlamentari si valuta l’impeachment.

 

Nella vicina Argentina, anch’essa una repubblica federale come il Brasile, il presidente Alberto Fernández ha decretato l’isolamento sociale, preventivo e obbligatorio. Una misura concordata con tutti i governatori e partita con un isolamento molto rigido, poi più flessibile, per passare successivamente ad una segmentazione geografica e, infine, ad una riapertura progressiva. L’obiettivo dell’Argentina, che registra oltre 9.000 casi e 403 morti, è di arrivare ad una nuova normalità nei prossimi giorni.

 

Nei quattro Paesi andini, i presidenti hanno prima imposto forti restrizioni generalizzate e poi optato per una ripresa graduale e differenziata. La maggior parte dei casi e dei decessi sono concentrati in Perù (oltre 104.000 casi, 3.024 morti) e in Ecuador (oltre 25.000  casi, 2.839 morti), mentre in Colombia (quasi 18.000  casi, 613 morti) e in Bolivia (quasi 5.000 casi, 199 morti) la situazione appare meno drammatica. I ministri della Salute di Perù, Ecuador e Bolivia sono stati sostituiti in piena pandemia e il recente arresto del ministro boliviano, accusato di aver acquistato una partita di respiratori ad un prezzo superiore, ha obbligato la presidente Jeanine Áñez ad un ulteriore cambio nel suo governo.

 

Il presidente cileno, Sebastián Piñera, ha decretato lo stato di catastrofe e imposto il coprifuoco su tutto il territorio nazionale. Nonostante le misure altamente restrittive e il fatto che i governatori delle regioni cilene siano nominati direttamente dal presidente della Repubblica, consentendo così un maggiore coordinamento tra istituzioni nazionali e locali, si contano oltre 53.000 casi e 544 morti.

 

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, presieduto dall’ex presidente cilena Michelle Bachelet, ha chiesto di alleggerire le sanzioni nei confronti del Venezuela, dove la crisi sanitaria si è innestata su una lunga e intensa crisi istituzionale e umanitaria. La stessa Bachelet non ha poi risparmiato critiche al governo di Nicolás Maduro, accusato di usare lo stato di emergenza per reprimere il dissenso e permanere al potere.

 

Le polemiche sul conteggio dei casi e dei deceduti per Coronavirus si sono riscontrate un po’ ovunque ma con intensità diversa. I dati epidemiologici comunicati dal ministero della Salute venezuelano (824 casi, 10 morti), inferiori persino rispetto a Paesi demograficamente molto più piccoli come Paraguay (836 casi, 11 morti) e Uruguay (746 casi, 20 morti), appaiono poco attendibili.

 

Con l’inverno australe ormai alle porte, la principale incognita è la prossima ondata del virus. Questa prima emergenza sanitaria ha già avuto un drammatico impatto economico e sociale, accentuato dai nodi strutturali della regione: alta concentrazione del reddito e della ricchezza, debolezza della sanità pubblica, carenza di ammortizzatori sociali, sovraffollamento dei penitenziari, dipendenza estera dei settori produttivi, fragile integrazione regionale.

 

La sfida sudamericana è la tenuta dei sistemi democratici che sono, e saranno sempre di più, sottoposti a enormi pressioni: da chi alimenta le spinte più autoritarie come soluzione ai numerosi problemi economici e sociali, e dai milioni di cittadini che un modello di sviluppo fortemente iniquo ha emarginato, senza diritti né speranza, nelle baraccopoli delle metropoli.

 

Il Coronavirus si è infilato in una polveriera pronta ad esplodere e il risultato dipenderà da quali politiche economiche e sociali i governi nazionali intraprenderanno per uscire dalla crisi.

 

 

Riferimenti

Argentina, Ministerio de Salud, Reporte diario vespertino, 20/05/2020

Bolivia, Ministerio de Salud, Reporte Epidemiológico Nacional, 20/05/2020

Brasil, Ministério da Saúde, Painel Coronavírus, 20/05/2020

Chile, Ministerio de Salud, Casos confirmados en Chile COVID-19, 20/05/2020

Colombia, Ministerio de Salud y Protección Social, Situación actual Covid-19, 20/05/2020

Ecuador, Ministerio de Salud Pública, Cifras Covid-19, 19/05/2020

Paraguay, Ministerio de Salud Pública y Bienestar Social, Contador Covid-19, 21/05/2020

Perú, Ministerio de Salud, Sala situacional Covid-19, 20/05/2020

Uruguay, Ministerio de Salud Pública, Actualización Covid-19, 20/05/2020

Venezuela, Ministerio del Poder Popular para la Salud, Estadísticas Venezuela, 20/05/2020

 

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Immagine: I residenti di Caracas, Venezuela, indossano mascherina e guanti nei trasporti pubblici durante l’epidemia di Coronavirus (31 marzo 2020). Crediti: Edgloris Marys / Shutterstock.com 

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