Questo sito contribuisce all'audience di
11 settembre 2017

Cosa prevede il programma per i Dreamers che Trump vuole cancellare

«Congress, get ready to do your job – DACA!»

Con questo tweet di buon mattino, il 5 settembre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha anticipato un importante annuncio che nelle ore successive avrebbe preso sostanza con le parole del procuratore generale Jeff Sessions: è tempo per il Congresso di mettersi al lavoro, perché il programma DACA sarà cancellato.

Deferred Action for Childhood Arrivals: è questo lo scioglimento di un acronimo, DACA, che durante l’ultima settimana ha fatto il giro del mondo e che per circa 800.000 persone negli Stati Uniti ha rappresentato una forma di protezione contro il rischio della deportazione. Un piano predisposto durante l’amministrazione di Barack Obama, che in assenza di un accordo al Congresso ha deciso di ricorrere in materia ai propri poteri esecutivi: era il 15 giugno del 2012, e il dipartimento della Sicurezza interna annunciò che alcune persone arrivate irregolarmente negli Stati Uniti in giovanissima età avrebbero potuto rimanere nel Paese, a fronte di specifici requisiti. Per essere ammessi al programma – specificava il dipartimento – era necessario non aver ancora compiuto 31 anni al 15 giugno 2012, non essere ancora residenti legali negli Stati Uniti, essere arrivati nel Paese prima del compimento del sedicesimo anno di età e avervi risieduto continuativamente dal 15 giugno 2007. Ancora, l’ammissione era subordinata all’iscrizione a un percorso di studi della scuola secondaria, all’aver già completato tale percorso o all’essere veterani congedati con onore dalla Guardia costiera o dalle forze armate degli USA; indispensabile, poi, non aver ricevuto condanne per crimini o significative infrazioni e non rappresentare una minaccia per la sicurezza nazionale. Posta la sussistenza di tali condizioni, il DACA proteggeva dall’eventuale avvio delle procedure di deportazione per un periodo di due anni con possibilità di rinnovo, consentendo inoltre di ricevere permessi di lavoro.

Dunque, nessuna corsia preferenziale per diventare residenti permanenti legali, né tanto meno per ottenere la cittadinanza, quanto piuttosto un meccanismo per assicurare una ‘copertura’ a centinaia di migliaia di persone presenti fino ad allora illegalmente sul territorio degli Stati Uniti.

Una collettività numericamente importante, i cui componenti sono chiamati ‘Dreamers’, dal nome di quel DREAM Act (Development, Relief, and Education for Alien Minors Act) – presentato nel 2001 e mai approvato – che era stato congegnato per assicurare a queste persone l’accesso alla residenza permanente condizionata e poi alla residenza permanente vera e propria, così da poter poi richiedere la cittadinanza. L’identikit degli individui coperti dal DACA è, sotto il profilo socio-demografico, abbastanza definito: si tratta di giovani di età compresa tra i 15 e i 36 anni, arrivati spessissimo al seguito di famiglie provenienti dal Messico o da Paesi dell’America Centrale come El Salvador, il Guatemala e l’Honduras. Secondo le stime elaborate dal Migration Policy Institute (MPI), la ‘DACA population’ – costituita dagli individui in possesso di tutti i requisiti per l’ammissione al programma – ammontava nel 2016 a circa 1,3 milioni di persone, dividendosi quasi equamente tra chi risultava ancora iscritto alla scuola secondaria, chi aveva già conseguito il diploma e chi era iscritto al college. A tale folta comunità, osservava l’MPI, occorreva tuttavia aggiungere altri 398.000 immigrati, che, pur non conformandosi ai requisiti previsti dal DACA sotto il profilo dell’istruzione, avrebbero potuto ottemperarvi partecipando ai programmi educativi per adulti, che portano all’acquisizione di un diploma equivalente a quello della scuola secondaria. Ancora, c’erano 228.000 bambini di età inferiore ai 15 anni, requisito anagrafico minimo per accedere al programma: rimanendo iscritti a scuola, una volta raggiunta l’età richiesta, anche per loro si sarebbero aperte le porte del DACA.

Questo, fino allo scorso 5 settembre.

Nella sua lettera al dipartimento della Sicurezza interna, il procuratore Sessions ha sottolineato come il DACA abbia rappresentato un esercizio incostituzionale dell’autorità del potere esecutivo da parte dell’amministrazione Obama; ragion per cui la nuova amministrazione è chiamata a procedere a una sua ordinata cancellazione. A imprimere una brusca accelerazione al processo di abrogazione è stata però soprattutto la minaccia dei procuratori generali di dieci Stati – capeggiati dal Texas – di avviare una annosa battaglia legale se Trump non avesse assunto l’impegno a intervenire radicalmente sul programma proprio entro il 5 settembre. Da una parte, il presidente sa di dover conservare quella base elettorale che è stata decisiva per la sua vittoria e che chiede una disciplina particolarmente rigida in materia di immigrazione; dall’altra, però, il magnate newyorkese è parso negli ultimi mesi piuttosto combattuto sul da farsi, riconoscendo la complessità della questione e dichiarando di «non essere incline a punire i bambini – in parte adesso diventati adulti – per le azioni dei loro genitori», riferendosi ai beneficiari del DACA arrivati spesso in tenera età negli USA assieme a mamma e papà. Tuttavia, ha precisato Trump, non c’era altra scelta e comunque gli Stati Uniti «sono una nazione di opportunità perché sono una nazione fatta di leggi».

Adesso la parola passa al Congresso, che avrà 6 mesi per intervenire organicamente sulla questione: il presidente, per parte sua, ha lasciato però intendere di voler andare oltre il DACA, prediligendo un approccio olistico che affronti con determinazione il tema dell’immigrazione. Ai Dreamers il cui permesso lavorativo scade entro il 5 marzo 2018 – data di chiusura del periodo semestrale indicato da Trump – sarà consentito di presentare domanda per un’ulteriore copertura biennale, entro e non oltre il prossimo 5 ottobre. Le richieste inoltrate dopo tale termine, non saranno invece prese in considerazione.

Dalla sua entrata in vigore 787.580 persone sono state ammesse al programma DACA e, secondo i dati, al 31 marzo erano già pervenute 240.700 richieste di rinnovo per l’anno fiscale 2017. Intanto, 15 Stati hanno promesso che contrasteranno in tribunale la decisione dell’amministrazione Trump, mentre da Apple, Facebook e Google è arrivata una netta presa di posizione contro la cancellazione del DACA. Tocca dunque al Congresso trovare, in tempi brevi, quella soluzione da cui dipenderà il futuro di una collettività che adesso teme di dover lasciare gli Stati Uniti. Individui che peraltro – quasi per un beffardo gioco del destino – potrebbero essere rintracciati attraverso le informazioni trasmesse all’amministrazione per partecipare al programma: ora, infatti, per procedere alla deportazione quei dati potrebbero teoricamente essere consegnati alle competenti autorità dell’immigrazione, nonostante al momento dell’ammissione al DACA ci fosse l’impegno a non condividerli. Una collettività resta dunque col fiato sospeso: una collettività – ha osservato l’ex presidente Barack Obama – che è formata da gente che è americana nel suo cuore, nella sua testa e in ogni altro modo, tranne che sulla carta.