3 luglio 2018

Cosa prevede la direttiva europea sul diritto d’autore

Se si cerca di aprire una pagina della Wikipedia italiana – un gesto ormai familiare e quotidiano per moltissime persone, sia per lavoro che per svago – dalla mattina del 3 luglio ci si trova davanti a un “muro”, un comunicato invalicabile che spiega le ragioni della decisione di oscurare le voci; è una forma di protesta contro la proposta di direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale – 2016/0280(COD) – attualmente in discussione al Parlamento europeo, sulla quale verrà presa una decisione il 5 luglio, anche se l’approvazione definitiva è prevista per la fine del 2018. La direttiva nasce dalla constatazione che l’evoluzione delle tecnologie digitali ha cambiato «il modo in cui le opere e altro materiale protetto vengono creati, prodotti, distribuiti e sfruttati» e ha aperto «nuove opportunità di accesso a contenuti protetti dal diritto d’autore», rendendo necessaria una regolamentazione e una armonizzazione a livello europeo, e si inserisce all’interno della strategia del mercato unico digitale, proposta dalla Commissione europea nel 2015, nell’ambito della quale sono già stati raggiunti importanti risultati. Questa direttiva suscita però aspre polemiche, in particolare relativamente all’articolo 11 e all’articolo 13.

L’articolo 11 (Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale), un po’ semplicisticamente ribattezzato Link tax, riguarda le anteprime degli articoli pubblicati dai grandi aggregatori di notizie (dette snippets): si tratta in genere del titolo, corredato da un’immagine e da poche righe che anticipano il contenuto dell’articolo. Secondo gli editori, Google, Facebook e in generale i grandi social network lucrano sulla condivisione delle notizie da loro prodotte, senza peraltro chiedere il permesso, mentre la diffusione degli snippets indurrebbe gli utenti ad ‘accontentarsi’ del breve riassunto di poche righe, senza poi andare a leggere l’intero articolo. Le grandi piattaforme, in base alla nuova direttiva, dovrebbero quindi munirsi di una licenza rilasciata dal detentore dei diritti e, in base al successivo articolo 12 (Richieste di equo compenso), l’editore potrebbe reclamare «una quota del compenso previsto per gli utilizzi dell’opera». Sul versante opposto Google e simili, contestano il fatto che gran parte del traffico verso i siti di notizie nasce invece proprio dalla immensa ‘vetrina’ che le grandi piattaforme offrono gratuitamente.

L’articolo 13 riguarda le piattaforme che «memorizzano e danno pubblico accesso a grandi quantità di opere o altro materiale caricati dagli utenti», e prevede che venga effettuato un controllo preventivo per evitare che siano messi online materiali protetti dal diritto d’autore; il sistema dovrebbe funzionare più o meno come il Content ID di YouTube, ovvero attraverso dei ‘filtri’ che riconoscono automaticamente  il materiale da pubblicare e ne verificano lo status dal punto di vista del copyright. Chi si oppone a questa normativa sottolinea la difficoltà (se non impossibilità) di attuare un simile controllo sulla enorme mole di materiale rappresentata dall’insieme di tutti i caricamenti online effettuati nell’ambito dell’Unione Europea; inoltre, il sistema dei filtri potrebbe aprire la strada a forme di censura preventiva apertamente in contrasto con la natura di piattaforma del tutto libera e aperta di Internet. I grandi editori avrebbero infatti molte più possibilità di stabilire accordi economici con i grandi aggregatori di notizie, a tutto discapito delle voci indipendenti, dei piccoli editori, dei blogger: uno scenario in cui intravedere un sistema di manipolazione dell’opinione pubblica attraverso il potere economico forse non sembra del tutto fantascientifico.

Certamente la questione della ‘protezione’ e del riconoscimento del lavoro intellettuale in tutte le sue forme è un tema centrale in questo momento, resta da vedere se le proposte di questa direttiva europea si riveleranno adeguate alle esigenze e condivisibili da tutti i soggetti in causa. Nel frattempo Wikipedia esorta gli utenti a telefonare ai propri eurodeputati per esprimere dissenso e una lettera aperta firmata da diverse personalità, tra cui Tim Berners-Lee, è stata inviata al presidente del Parlamento europeo.

 

 


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