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03 ottobre 2017

Cosa prevede la nuova proposta di legge elettorale?

di Davide Ragone

Il sistema elettorale attualmente in vigore in Italia è il risultato di due sentenze della Corte costituzionale, che hanno dichiarato la parziale incostituzionalità delle ultime due leggi elettorali: la sentenza 1/2014 della legge 270/2005 (cosiddetto Porcellum, applicabile nella parte risultante dalla citata sentenza solo per il Senato della Repubblica) e la sentenza 35/2017 della legge 52/2015 (cosiddetto Italicum), valida sin dalla sua approvazione per la sola Camera dei deputati. Il rischio è, pertanto, che il giudice costituzionale finisca per svolgere un ruolo supplente rispetto alle Camere, determinando de facto aspetti essenziali della materia elettorale sulla base di ciò che ha ritenuto o meno costituzionalmente legittimo: si pensi, ad esempio, alla dichiarazione di incostituzionalità delle liste lunghe o alla cancellazione del ballottaggio alla Camera (tra le due liste più votate ma rimaste sotto al 40% dei suffragi, che nell’Italicum si sarebbero poi contese il premio di maggioranza).

Adesso sembrerebbe giusto aspettarsi dal Parlamento uno “scatto di orgoglio”, volto a individuare una strada che in questo tortuoso finale di legislatura consenta di approvare una nuova legge elettorale il più possibile condivisa, senza abdicare, dunque, alla sua funzione di legislatore in un ambito cruciale per l’intero sistema politico-istituzionale.

In questa direzione va il tentativo in corso presso la Commissione Affari costituzionali della Camera, dove lo scorso martedì 26 settembre è stata approvata come testo base la proposta del relatore onorevole Emanuele Fiano (minimamente modificata rispetto a un disegno di legge, inizialmente identico, depositato presso il Senato).

Cosa prevede il testo base per la legge elettorale sul quale si sta sviluppando il dibattito?

Si tratta di un sistema misto in cui circa un terzo dei seggi è assegnato in collegi uninominali e la restante parte con metodo proporzionale. Più precisamente, per l’accesso alla Camera sono costituiti 231 collegi uninominali, ripartiti sulla base della popolazione, in cui viene eletto il candidato più votato, mentre i 386 seggi restanti (a cui si aggiungono i 12 deputati eletti all’estero e il collegio uninominale della Valle d’Aosta) sono assegnati con metodo proporzionale a candidati in liste corte bloccate in collegi plurinominali (che eleggono da minimo 3 a massimo 6 persone), costituiti all’interno della circoscrizione tramite l’aggregazione del territorio di collegi uninominali contigui. Al Senato i collegi uninominali sono 102, ripartiti proporzionalmente alla popolazione delle singole regioni (il Molise ha un collegio) e i restanti 206 seggi (sono esclusi, dunque, i 6 senatori eletti all’estero e la Valle d’Aosta) sono assegnati a livello regionale con metodo proporzionale secondo le regole valide per la Camera (collegi plurinominali costituiti dall’unione di collegi uninominali contigui e numero di eletti variabile da 3 a 6). Per rispettare la sentenza 1/2014 della Corte costituzionale le liste da presentare in ciascun collegio plurinominale devono essere composte da un elenco ridotto di candidati (da 2 a 4), presentati secondo un ordine numerico alternato di genere. Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista nei collegi uninominali nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%.

Sono ammesse le pluricandidature: ciascun candidato può, infatti, presentarsi in un solo collegio uninominale, ma anche in 3 collegi plurinominali (sempre in liste con il medesimo contrassegno) per un massimo di 4 candidature. L’eletto nel collegio uninominale e in uno o più collegi plurinominali scatta nella parte uninominale, mentre l’eletto in più collegi plurinominali scatta nel collegio in cui la lista di appartenenza ha ottenuto la minore cifra elettorale percentuale.

L’Italicum aveva collegato il premio di maggioranza alla lista vincitrice, mentre qui tornano in campo le coalizioni. I partiti possono, infatti, presentarsi alleati con candidati unitari nei collegi uninominali e con una coalizione unica a livello nazionale, mentre non sono formalizzate l’individuazione di un candidato primo ministro condiviso né la presentazione di un programma comune.

Un elemento centrale di questa proposta di legge elettorale è dato dal fatto che l’elettore esprime un solo voto su un’unica scheda elettorale, che reca sia il nome del candidato nel collegio uninominale, sia i contrassegni della lista o delle liste collegate, corredata dagli elenchi brevi con l’indicazione dei nomi dei candidati nel collegio plurinominale. Non vi è possibilità di voto disgiunto e questa è una importante differenza rispetto al cosiddetto Mattarellum (leggi 276/1993 e 277/1993), il sistema usato nel 1994, nel 1996 e nel 2001, che prevedeva una scheda per il maggioritario e una per il proporzionale. Nel testo base in discussione il voto alla lista è attribuito automaticamente anche al candidato nella parte uninominale, mentre i voti espressi solo al candidato nel collegio uninominale si ripartiscono tra le liste che lo sostengono proporzionalmente ai voti ottenuti dalle medesime liste in quella circoscrizione o Regione.

Sono poi previste delle soglie di sbarramento. Se nei collegi uninominali i seggi sono attribuiti al candidato più votato, per i collegi plurinominali il riparto si svolge a livello nazionale con metodo proporzionale tra le coalizioni che hanno superato il 10% (non vengono computati, però, i voti delle liste sotto l’1%) e le singole liste che hanno superato il 3% (incluse quelle in coalizioni che non hanno superato il 10%). Partecipano al riparto della parte proporzionale dei seggi anche le liste rappresentative di minoranze linguistiche riconosciute, presentate in una Regione ad autonomia speciale il cui statuto o le norme di attuazione prevedano una particolare tutela di tali minoranze linguistiche, che abbiano conseguito il 20% dei voti validi nella Regione o i cui candidati siano stati proclamati eletti in almeno due seggi elettorali della circoscrizione o della Regione.

Il testo prevede, infine, una delega al governo per la determinazione dei collegi da esercitare, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge.

La proposta sembra apparentemente godere del consenso di una maggioranza in entrambe le Camere e sarebbe condivisa tra forze di centrosinistra e di centrodestra, ma il tempo stringe, la manovra di bilancio è alle porte e il percorso parlamentare si prevede irto di imprevisti e di ostacoli.


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