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20 marzo 2017

Cresce la tensione tra l’Europa e la Turchia di Erdoğan

Il solco che separa l’Europa dalla Turchia sta diventando più profondo. Tensione alle stelle, botta e risposta, confronti estremamente duri senza disdegnare una retorica spesso velenosa. Dietro c’è strategia, calcolo politico, c’è la necessità di lanciare messaggi chiari alle proprie opinioni pubbliche in un momento storico particolarmente complesso, ma c’è anche una sempre più accentuata reciproca distanza, che da tempo si va allargando e in futuro potrebbe diventare molto difficile da colmare.
Il casus belli attorno a cui ruota l’ultimo inasprimento dei rapporti si ricollega alla decisione – adottata in taluni Paesi europei – di bloccare alcuni eventi elettorali a cui avrebbero dovuto partecipare importanti esponenti politici turchi, in vista del decisivo referendum del 16 aprile. Una data, questa, che segnerà in modo significativo tanto il futuro politico e istituzionale della Turchia quanto probabilmente i destini del carismatico leader che negli ultimi 14 anni è stato protagonista assoluto sulla scena anatolica, l’ex primo ministro e oggi presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan.
Con il loro voto, i cittadini turchi dovranno, infatti, decidere se confermare o respingere la discussa riforma in senso presidenziale fortemente voluta dal capo dello Stato e approvata dal Parlamento nel mese di febbraio. Dell’iter seguito per modificare la Costituzione, delle polemiche che hanno accompagnato l’approvazione della riforma e delle critiche avanzate verso un testo che incrementerebbe in maniera pronunciata le prerogative presidenziali senza prevedere adeguati pesi e contrappesi, si è già parlato su questo Magazine quando le procedure non erano ancora state completate. Ora, la partita è più che mai politica e il presidente Erdoğan è deciso a giocarla fino in fondo, anche in considerazione del fatto che i recenti sondaggi sul referendum mostrano orientamenti contraddittori e non danno un’interpretazione univoca delle tendenze elettorali. Ogni voto diventa dunque essenziale, e in questo quadro la conquista della preferenza degli elettori della diaspora turca potrebbe essere estremamente importante.
Qui però sono emersi i problemi. A fine febbraio è stato il ministro degli Esteri dell’Austria Sebastian Kurz a sottolineare che eventuali visite del presidente Erdoğan in territorio austriaco per promuovere il referendum non sarebbero state opportune; una presa di posizione a cui Ankara non ha tardato a rispondere tacciando Vienna di razzismo e islamofobia. A inizio marzo poi, sono stati cancellati in Germania due eventi elettorali sul referendum nei centri di Gaggenau – dove era atteso il ministro della Giustizia turco Bekir Bozdağ – e di Colonia, per motivi di sicurezza. Anche in questo caso, la reazione turca non si è fatta attendere, con il presidente Erdoğan che si è scagliato contro chi si era macchiato di comportamenti «non diversi da quelli di epoca nazista». A Colonia comunque, il ministro turco dell’Economia Nihat Zeybekçi ha poi avuto modo di parlare, stemperando i toni e affermando che i milioni di turchi che vivono in Germania si trovano «in un Paese amico».
A causare le tensioni più acute è stato, tuttavia, quanto accaduto nei Paesi Bassi: qui, l’11 marzo, le autorità hanno, infatti, negato il permesso di atterraggio al ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoğlu, che avrebbe dovuto promuovere la riforma nella città di Rotterdam, mentre alla ministra della Famiglia è stato impedito l’accesso al consolato. Il clima si è fatto incandescente, con Erdoğan che ha violentemente attaccato le pratiche “naziste” dei Paesi Bassi – suscitando la dura reazione del primo ministro dell’Aia Mark Rutte – e dichiarato di conoscere «L’Olanda e gli olandesi dai tempi del massacro di Srebrenica», un chiaro riferimento ai caschi blu del Paese che non impedirono nel 1995 il massacro di 8000 musulmani in Bosnia ed Erzegovina. I cittadini turchi residenti a Rotterdam hanno fatto sentire la loro voce, e le proteste non sono mancate neppure nei pressi del consolato olandese di İstanbul e dell’ambasciata dei Paesi Bassi ad Ankara, mentre le autorità turche rendevano noto che avrebbero bloccato il rientro in Turchia dell’ambasciatore dell’Aia, temporaneamente fuori dal Paese.
In questo caso, è probabile che anche da parte olandese ci siano state valutazioni politiche: alla vigilia di delicate elezioni e con il candidato dell’estrema destra Geert Wilders in rampa di lancio, il premier Rutte ha presumibilmente voluto mostrare il pugno di ferro, privando così il suo rivale – molto duro sui temi dell’immigrazione – di un argomento potenzialmente esplosivo negli ultimi giorni prima delle elezioni. E alla fine, può darsi che questo atteggiamento abbia in parte prodotto i suoi frutti, visto che il Partito popolare per la libertà e la democrazia di Rutte si è confermato prima forza politica del Paese nel voto del 15 marzo. Quanto alla Turchia, Erdoğan è consapevole di dover affrontare un appuntamento elettorale di straordinaria importanza e le polemiche con l’Europa possono rappresentare un utile strumento a fini propagandistici per far leva sul quel fortissimo orgoglio nazionale che i cittadini turchi – nei confini anatolici come all’esterno – coltivano.
Le polemiche intanto non sembrano smorzarsi: il ministro degli Esteri danese ha reso noto, infatti, di aver convocato l’ambasciatore turco per chiedere spiegazioni su presunte minacce ricevute da cittadini con doppia cittadinanza, mentre Erdoğan ha accusato il giornalista turco-tedesco Deniz Yücel – corrispondente di Die Welt arrestato in Turchia – di essere un agente terrorista, aggiungendo che sarà processato. Ankara pretende inoltre spiegazioni sulla manifestazione di sabato a Francoforte a cui hanno partecipato 30.000 curdi, mostrando anche bandiere del PKK.
 

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18 gennaio 2017

Il Parlamento turco discute la modifica costituzionale

Una riforma dibattuta e controversa, sponsorizzata da tempo con particolare vigore dall’attuale dominus della politica turca – l’ex premier e oggi presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan –, supportata con convinzione dall’AKP, il Partito per la giustizia e lo sviluppo di cui Erdoğan è stato leader indiscusso fino all’elezione alla presidenza, ma avversata con altrettanta determinazione dalle principali forze di opposizione.

Una proposta emendativa della Costituzione che si sviluppa su 18 articoli, indispensabile – secondo i proponenti – per proiettare la Turchia nel futuro e conseguire gli ambiziosi obiettivi prefissati per il 2023, quando il Paese festeggerà il suo centenario: con questo spirito, l’AKP procede lungo la strada parlamentare della modifica della Carta fondamentale, in vista dell’indizione di un referendum per confermare quei cambiamenti la cui approvazione legislativa si fa sempre più concreta.

La proposta, al termine di trattative che hanno visto convergere l’AKP e il Partito del movimento nazionalista (MHP), è stata ufficialmente presentata al Parlamento turco – la Grande assemblea nazionale – il 10 dicembre, e la Commissione affari costituzionali si è messa rapidamente al lavoro. Il via libera al testo, prima del passaggio in Assemblea, è arrivato il 30 dicembre, al termine di una sessione durata ben 17 ore e dopo giornate di confronto aspro tra sostenitori e detrattori della riforma. Il 9 gennaio, in un clima evidentemente teso, la parola è passata all’Aula, dove non sono mancati gli scontri – anche fisici – e le proteste, fino alla positiva chiusura della prima fase dell’iter il giorno 15.

Come prevedibile, gli articoli sono stati approvati, ma in questa partita politica i numeri contano più che in altre occasioni: in ogni votazione, il sostegno alla riforma si è infatti mediamente attestato sui 343 voti, superando così la soglia critica dei 3/5 dell’Assemblea – pari a 330 deputati – necessaria per poter sottoporre le modifiche a referendum popolare.

Adesso l’iter prosegue, con il Parlamento che nel corso della settimana sarà chiamato a esprimersi nuovamente sul progetto riformatore: secondo quanto riportato, l’obiettivo dell’AKP sarebbe quello di porre in votazione sei articoli al giorno, così da terminare i lavori entro il 21 e – qualora le soglie fossero nuovamente superate – avviare immediatamente il percorso per chiamare gli elettori alle urne, così da accogliere o rigettare la riforma.

L’intervento emendativo opera quella trasformazione in senso presidenziale del sistema tanto auspicata da Erdoğan, che peraltro a Costituzione invariata si è già fatto promotore di una interpretazione decisamente più ‘attiva’ del ruolo del capo dello Stato. Se la riforma fosse confermata, la figura del primo ministro sarebbe abolita, e il presidente – eletto direttamente dai cittadini ogni cinque anni per non più di due mandati – avrebbe il potere di indicare i suoi vice e di nominare e revocare i ministri.

Cadenza quinquennale – e non più quadriennale – avrebbe anche l’elezione dei membri del Parlamento; pertanto il voto per rinnovare la Grande assemblea nazionale – la cui composizione passerebbe da 550 a 600 membri – avverrebbe contestualmente alle consultazioni per eleggere il capo dello Stato, con la prima tornata elettorale fissata per il 2019. Fino ad allora, il Paese attraverserebbe una fase di sostanziale transizione, in attesa che la riforma entri pienamente a regime. Tra le prerogative del presidente, viene inoltre riconosciuto l’esercizio dei poteri esecutivi tramite decreti, oltre che sancita la competenza a proclamare lo stato di emergenza e a presentare al Parlamento il bilancio.

Ancora, vengono ridotte le dimensioni del Consiglio di sicurezza nazionale, a cui non parteciperanno più le forze della gendarmeria, ed è prevista l’abolizione delle Alte corti militari, con l’obiettivo – spiega il quotidiano filogovernativo Daily Sabah – di eliminare le differenze esistenti tra le corti militari e i tribunali civili. Cambierà poi la composizione dell’Alto consiglio dei giudici e dei procuratori: esso infatti passerà da 22 a 13 membri, sette dei quali eletti dal Parlamento e sei di nomina presidenziale, una formula che genera dubbi sull’effettiva indipendenza del giudiziario dalla politica.

Il Partito popolare repubblicano (CHP) ha manifestato la sua netta contrarietà all’intervento riformatore tanto all’interno della Grande assemblea nazionale quanto all’esterno, sostenendo che le modifiche mirano a trasformare il sistema parlamentare democratico turco in un ‘regime totalitario’. Il Partito democratico del popolo (HDP) – forza politica con radici curde che ha visto alcuni suoi parlamentari arrestati nel mese di novembre – ha deciso invece di boicottare il voto.

Dunque, si entra nelle fasi decisive, per decretare se entrerà o meno in vigore una riforma su cui diverse voci critiche si sono sollevate, in particolare per il timore che il nuovo sistema non preveda un adeguato meccanismo di pesi e contrappesi volto a bilanciare l’esercizio di prerogative e poteri. La parola per il momento è ancora al Parlamento; poi, se saranno raggiunte le soglie previste, sarà compito dei cittadini turchi – presumibilmente tra marzo e aprile – esprimersi in via definitiva.

 

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24 novembre 2016

La lunga crisi delle relazioni tra Ue e Turchia

La pubblicazione, lo scorso 9 novembre, del Progress Report della Commissione europea sui negoziati per l'accesso della Turchia all'Unione ha fatto segnare un'ulteriore intensificazione della crisi nei rapporti bilaterali tra Bruxelles e Ankara. A delineare i contorni del contesto entro il quale il rapporto ha preso forma e la crisi bilaterale si va dipanando è stata, evidentemente, la muscolare reazione di Ankara al fallito colpo di stato del 15 luglio. Con il passare delle settimane e l'intensificazione della repressione, le speranze di quanti auspicavano che la legittima reazione delle istituzioni al tentativo di golpe sarebbe stata quanto più possibile 'chirurgica' e limitata nel tempo sono andate infatti deluse. E l'annuale Progress Report ne ha dato doverosamente conto, stigmatizzando e criticando la violazione dei diritti umani e della libertà di espressione, la diminuita indipendenza del potere giudiziario e lo “sproporzionato uso della forza” nella lotta anti-terroristica condotta nel sud-est del Paese.
Il Report ha generato una spirale retorica fatta di esplicite accuse e di minacce reciproche – prima tra tutte la possibilità, ventilata da ambo le parti, di interruzione del negoziato per l'ingresso nell'Ue – che ben delinea la profondità della crisi in atto. Sbagliato sarebbe tuttavia guardare a essa come a una dinamica eminentemente congiunturale. La crisi ha infatti radici ben più profonde, che le conferiscono una più significativa natura strutturale la quale, a sua volta, impone uno sforzo quanto mai gravoso per superare la difficile congiuntura politico-diplomatica generatasi tra le parti nel corso degli ultimi mesi.
Rintracciare le radici della crisi corrente e comprenderne le origini in ottica turca impone di guardare, da un lato, alla crescente disaffezione dell'opinione pubblica nazionale rispetto al percorso di integrazione europea – incrementatasi negli anni all'ombra di un negoziato condotto in maniera scarsamente lineare da parte europea – e, dall'alto e più significativamente, alla percezione delle élite politico-istituzionali turche rispetto al sistema internazionale e alla collocazione del Paese in esso. In questa prospettiva, dietro le dure dichiarazioni delle più alte autorità turche sembra dipanarsi chiaramente l'idea di un graduale ma inesorabile 'declino dell'Occidente', reso più evidente dalla manifesta involuzione del processo di integrazione europea. È propriamente in ragione di questa percezione che la Turchia dimostra oggi di aver cessato di guardare all'Europa dalla sua periferia o da una posizione di percepita marginalità: Ankara guarda e si relaziona all'Ue non più da junior partner/ attore secondario, ma da pari a pari; non più da Paese periferico del sistema europeo, ma da Paese centrale del sistema eurasiatico.
In questo senso, all'idea del 'declino dell'Occidente' fa infatti da contrappunto la consapevolezza della crescita del peso internazionale degli attori del sistema asiatico, che testimonierebbe la traslazione verso oriente del baricentro della politica internazionale e, di conseguenza, la nuova centralità della Turchia nel Sistema Internazionale post-bipolare. È in questa luce, dunque, che va letta la possibilità di riallineamento a oriente della politica estera turca, ventilata dal presidente Tayyip Erdoğan come alternativa all'ingresso nell'Ue e con riferimento esplicito all'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, a guida sino-russa. Strumentale o meno che sia la logica di tali dichiarazioni, concreta o infondata che possa essere la ricerca a oriente di allineamenti alternativi all'Ue – e chi scrive propende per la seconda ipotesi – la posizione assunta dalla presidenza e dall'esecutivo di Ankara testimonia nondimeno il significativo cambio di percezioni registratosi in Turchia lungo un percorso quasi ventennale che predata rispetto all'affermazione politica del partito di governo.
La riscoperta 'centralità' della Turchia nel Sistema Internazionale contemporaneo ha un'altra e rilevante ricaduta sui più ampi rapporti con l'Ue. Rompendo con una percezione che affondava le proprie radici nel lungo declino dell'Impero ottomano, i concetti di 'modernizzazione' ed 'europeizzazione' hanno infatti definitivamente cessato di essere concatenati – se non addirittura sinonimi – e Ankara rivendica oggi la piena legittimità e desiderabilità di un proprio percorso di sviluppo sociale, istituzionale e politico. Una rivendicazione che, a ben guardare, non è dissimile per genesi dottrinaria e potenziali esiti politico-diplomatici a quella proveniente dalla Federazione russa di Vladimir Putin e che, assieme a essa, porta all'Ue una sfida di matrice normativa difficilmente sottovalutabile.
La crisi generata dal Progress Report della Commissione viene dunque da lontano e segna al contempo uno dei punti più bassi mai toccati nella quasi sessantennale evoluzione dei rapporti bilaterali. Essa pone oggi l'Unione nel suo complesso e i suoi membri dinanzi a una sfida non più procrastinabile, a un decisivo bivio diplomatico tra rilancio delle relazioni e congelamento de jure o de facto delle stesse. Una sfida, quest'ultima, tanto più gravosa quanto più dura si va facendo la retorica del confronto e quanto più debole e divisa l'Ue si presenta a questo snodo centrale delle relazioni con Ankara. Isolare la Turchia sarebbe un errore di portata storica, passibile di avere pesanti ripercussioni sulla stabilità stessa dell'Unione e del suo vicinato prima ancora che sulla efficacia della sua proiezione esterna. Ignorare le derive autoritarie del paese equivarrebbe tuttavia a sottrarre ulteriore credibilità al pilastro normativo della 'potenza' europea. Più che in passato sembra dunque necessario che Bruxelles superi la postura meramente reattiva assunta rispetto alla Turchia e, al contrario, abbracci un nuovo, pro-attivo e trasparente corso di politica verso il Paese, che faccia leva su quelle ragioni di scambio che, per quanto più labili che in passato, risultano ancora pienamente in grado di riaffermare il più elevato potere negoziale europeo.

 

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20 dicembre 2016

La morte di Karlov non mina la distensione tra Russia e Turchia

"Non dimenticatevi di Aleppo! Non dimenticatevi della Siria!". Grida al mondo il suo messaggio Mevlut Mert Altintas, mentre tiene ben salda in pugno la pistola con cui ha appena freddato Andrey Karlov, ambasciatore russo in Turchia. Istanti terribili, che in presa diretta colpiscono ancora di più per la loro drammaticità: le immagini mostrano il diplomatico accasciarsi al suolo mentre sta tenendo un discorso sul palchetto allestito per una mostra fotografica ad Ankara, colpito da chi si trovava a pochi metri da lui. Il killer è lì, un poliziotto di 22 anni, identificato come Mevlut Mert Altintas, che dopo aver portato a termine il suo piano di morte lancia il suo monito su Aleppo e sulla Siria, su quella realtà dilaniata da anni da una sanguinosa guerra civile ma anche terreno di un complesso risiko geopolitico che vede impegnati attori globali e potenze regionali. Il killer vuole vendetta, aggiunge che non uscirà vivo da quello che è diventato il ‘suo’ campo di battaglia, e alla fine cadrà anche lui sotto i colpi delle forze di sicurezza.

La condanna è stata unanime, dalle Nazioni Unite tramite il segretario generale Ban Ki-moon alla Casa Bianca, dalla Cina fino all’Unione Europea, mentre la portavoce del ministero degli Esteri di Mosca Maria Zakharova ha esplicitamente parlato di ‘giornata tragica nella storia della diplomazia russa’, aggiungendo che la questione dell’omicidio di Karlov sarà sollevata in sede di Consiglio di sicurezza ONU. Leciti anche i dubbi concernenti l’effettiva capacità di Ankara di garantire le necessarie condizioni di protezione e sicurezza ai diplomatici stranieri, considerando la facilità con cui il killer ha potuto centrare il suo obiettivo.

In attesa che il quadro relativo al brutale assassinio si chiarisca – e la Russia ha già confermato che invierà suoi uomini per collaborare alle indagini – sono però le conseguenze geopolitiche dell’accaduto che tengono banco in queste ore convulse. Uno dei primi, fondamentali nodi da sciogliere riguarda le ripercussioni che l’attentato avrà sulle relazioni tra Ankara e Mosca, che dopo aver toccato picchi di criticità con l’abbattimento da parte turca di un Sukhoi russo nel novembre del 2015, stavano progressivamente migliorando. A suggellare i tentativi di normalizzazione, un primo importante incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdoğan nel mese di agosto, seguito da un ulteriore confronto nel mese di ottobre.

Nelle ore immediatamente successive all’uccisione del diplomatico, il Cremlino e la Turchia sono parsi sulla stessa lunghezza d’onda: Putin ed Erdoğan si sono infatti sentiti al telefono, e la posizione comune è che l’attacco mirasse a far deragliare il processo di distensione e la cooperazione fra i due Paesi. In questa prospettiva, i leader politici di Mosca e Ankara hanno voluto mettere in chiaro che la Turchia e la Russia ‘non cederanno a questa provocazione’, evidenziando come la volontà di collaborazione permanga, e anzi Putin ha voluto precisare che l’unica risposta possibile è un rafforzamento della lotta contro il terrore.

Sotto questo profilo dunque, come ha sottolineato Mustafa Akyol in un tweet citato dal Washington Post, l’uccisione dell’ambasciatore Karlov non rappresenterà ‘il 1914’ delle relazioni russo-turche, con chiaro riferimento all’anno dell’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando che fu la scintilla per il primo conflitto mondiale: anzi, proprio a seguito di quanto accaduto, Mosca e Ankara potrebbero persino avvicinarsi ulteriormente, nella prospettiva di un fronte comune relativamente distante dalle posizioni dell’Occidente.

La seconda grande direttrice lungo la quale si dipana la matassa di conseguenze geopolitiche dell’omicidio Karlov è evidentemente il fronte di guerra siriano, come del resto Russia e Turchia hanno riconosciuto: in ballo non ci sono infatti soltanto le relazioni russo-turche, ma la più complessa partita siriana, soprattutto a seguito delle recenti evoluzioni sul fronte di Aleppo. E anche su questo punto Mosca e Ankara sono state esplicite: tra gli obiettivi dell’attacco c’è la volontà di mettere in discussione il ‘processo di pace siriano’. L’attentato è peraltro avvenuto alla vigilia di un vertice tra Turchia, Russia e Iran dedicato a tale questione.

 

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02 gennaio 2017

Il tragico Capodanno di Istanbul

Un’altra notte di terrore, 75 minuti dopo l’inizio di un nuovo anno. La festa interrotta dagli spari, le tante vite spezzate da una furia senza senso, le acque del Bosforo come via di fuga per sottrarsi a un terribile destino. Il teatro del massacro è il night club Reina di Istanbul – nella parte europea della metropoli turca –, luogo che nel suo tragico simbolismo finisce oggi per rievocare il Bataclan parigino, espressione di una ‘gioia di vivere’ brutalmente lacerata dal terrore.

È l’1:15 del primo gennaio 2017 quando comincia l’inferno: un uomo armato di kalashnikov uccide due persone – tra cui un poliziotto – all’ingresso del Reina, poi apre il fuoco all’interno del night club dove in centinaia stavano festeggiando il Capodanno. Le prime ricostruzioni sono frammentarie, e alcuni particolari saranno successivamente smentiti dalle autorità: c’è chi parla di più assalitori, ma le forze di polizia cercano un solo uomo – di cui sono anche state diffuse le immagini -; si afferma che l’attentatore si sarebbe travestito da Babbo Natale, ma la circostanza è stata negata alcune ore dopo l’attacco. Le uniche certezze sono la fuga del killer e i 39 corpi senza vita di 25 uomini e 14 donne, tra cui anche 24 stranieri, mentre la Turchia ferita dichiara orgogliosa che non si lascerà intimorire. «L’attentatore, in modo brutale e senza alcuna pietà, ha colpito persone innocenti che volevano soltanto celebrare l’arrivo del nuovo anno e divertirsi»: con queste parole il governatore di Istanbul Vasip Şahin ha commentato l’attacco terroristico, mentre almeno 17.000 uomini delle forze di polizia sono stati dispiegati in città per catturare il responsabile della strage. Manca l’immediata rivendicazione, anche se tutti gli indizi – e le contingenze geopolitiche – fanno pensare a un collegamento con il sedicente Stato islamico. Peraltro, soprattutto dopo i tragici fatti di Berlino, le forze d’intelligence avevano sollecitato la massima attenzione per possibili nuovi attentati durante le feste natalizie, e dalla Nashir Media Foundation – gruppo a sostegno dell’autoproclamato califfato – era anche arrivato un esplicito richiamo ai ‘lupi solitari’ in Europa perché colpissero gli obiettivi sensibili, dai mercati, ai teatri, ai centri commerciali, ai tradizionali luoghi di assembramento. Poi, la mattina del 2 gennaio, la più classica delle conferme: l’IS si assume la paternità dell’attacco, perpetrato in un famoso night club «dove i cristiani celebrano la loro festa apostatica».

Dopo l’attentato sono arrivate immediate le manifestazioni di solidarietà da tutto il mondo, dagli Stati Uniti, all’Unione Europea, alla Russia, e un pensiero alle vittime è stato rivolto anche da Papa Francesco. «Vogliono distruggere il morale del nostro Paese e creare il caos, colpendo deliberatamente con attacchi odiosi la pace della nostra nazione e i nostri civili»: queste le parole del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha comunque voluto ribadire che Ankara continuerà la sua battaglia contro il terrorismo con tutta la determinazione necessaria a garantire «la pace e la sicurezza dei suoi cittadini».

La Turchia sta però vivendo una fase storica assai delicata, nella quale le dinamiche interne e le ambizioni geopolitiche finiscono per intersecarsi e accentuare la già pronunciata instabilità del Paese. Tra ambiguità e parziali variazioni di rotta, il ruolo di Ankara nella guerra civile siriana è stato mutevole, passando dall’aperto sostegno ai ribelli anti-Assad – peraltro con una certa elasticità nel consentire il transito dei foreign fighters verso il territorio siriano – a un rapprochement con la Russia di Putin, aperto sostenitore del governo insediato a Damasco. Per la Turchia, poi, il conflitto siriano s’intreccia con la spinosa questione curda, ferita ancora sanguinante che nel corso del 2015 si è violentemente riaperta. Nell’ultimo anno e mezzo il Paese, ‘ponte’ tra Oriente e Occidente, è stato segnato da terribili attentati che hanno causato la morte di centinaia di persone, e a complicare ulteriormente la situazione si è aggiunto un fallito golpe cui hanno fatto seguito pesantissime epurazioni nei circuiti che si presumono collegati al predicatore Fethullah Gülen, un tempo alleato e oggi grande nemico di Erdoğan.

I problemi per la Turchia sono dunque tutti sul tavolo, e il 2017 si è presentato ai turchi nel peggiore dei modi.

 

Per l'immagine © Copyright ANSA/EPA

 

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