28 maggio 2019

Dalle urne un’Europa più verde

di Matteo Miglietta

A urne ancora calde, è il colore verde il trait d’union che unisce l’Italia e l’Europa nell’analisi postelettorale. Il verde della Lega, che ha trionfato in Italia superando quota 34%, ma anche il verde dei partiti ecologisti, vera sorpresa – nemmeno troppo inaspettata – di questa tornata elettorale. Nonostante la narrativa sui media della Penisola sia concentrata sul successo di Matteo Salvini, la situazione europea è molto diversa rispetto al risultato elettorale italiano. I sovranisti hanno ottenuto un buon risultato, ma non hanno sfondato. Protagonisti di un’avanzata importante sono stati invece Verdi e liberali, forse i partiti più “europeisti” dell’intero emiciclo.

Prima di addentrarsi fra gli scenari futuribili, il primo dato da cui partire è quello sull’affluenza: per la prima volta dal 1979, cioè da quando il Parlamento europeo è diventato un’istituzione eletta a suffragio universale, il numero di persone che si sono recate alle urne non è diminuito, ma aumentato, fino a sfiorare il 51%. L’ultima volta che venne superata la soglia simbolica del 50% correva l’anno 1994, il Trattato di Maastricht era appena entrato in vigore e l’Unione Europea (UE) era composta da 12 Stati membri.

La lotta fra euroscettici e filoeuropei, la mobilitazione dei giovani per il clima e l’incertezza degli scenari politici globali hanno avuto l’effetto di aumentare l’interesse dei cittadini per l’Unione Europea. E questa, comunque la si pensi, è una buona notizia per la democrazia.

 

Popolari e socialisti perdono la maggioranza dell’aula

Come ampiamente previsto, le urne hanno confermato il crollo dei partiti tradizionali. Per la prima volta il Partito popolare europeo (PPE) e i socialisti non detengono la maggioranza assoluta dell’aula e avranno quindi bisogno di allargare la loro grande coalizione a una terza forza politica. Candidato naturale a questo ruolo sono i liberali, che accoglieranno per la prima volta gli eletti nelle file di République en Marche! del presidente francese Emmanuel Macron. Il gruppo è passato dai 67 seggi ottenuti nel 2014 a 109 (secondo le ultime proiezioni disponibili), diventando così la terza forza dell’emiciclo. Gli eurodeputati di ALDE (Alliance of Liberals and Democrats for Europe), PPE e Socialisti e democratici sommati supererebbero ampiamente la maggioranza assoluta dell’aula. Tuttavia, tale scenario nasconde insidie che potrebbero rivelarsi difficili da gestire.

 

I Verdi possibile ago della bilancia

Una triplice alleanza popolare-socialista-liberale dovrebbe superare lo scoglio di unire sotto lo stesso tetto due nemici giurati: il controverso primo ministro ungherese Viktor Orbán (PPE) e l’ex premier belga Guy Verhofstadt (ALDE). Negli ultimi mesi, la disputa politica fra i due ha persino preso le sembianze di una campagna pubblicitaria con camion ricoperti di manifesti che hanno attraversato le strade di Bruxelles e Budapest. «Prima ha preso i nostri soldi, ora vuole distruggere l’Europa», recitava uno degli slogan scelti da Verhofstadt per attaccare Orbán. «Dal 2015, molti sono morti in attacchi terroristici, ma Guy Verhofstadt dice: ‘non esiste una crisi migratoria’. Questa è una follia!», si leggeva su uno dei manifesti itineranti commissionati da Orbán. La cacciata del premier ungherese dal PPE potrebbe quindi essere la conditio sine qua non richiesta dai liberali per la formazione della nuova maggioranza.

Una mossa che troverebbe il favore dei socialisti e del loro candidato di punta per le europee, Frans Timmermans, da sempre schierato contro i governi di Visegrád che minacciano lo Stato di diritto.

Con l’esclusione di Fidesz, il partito di Orbán, la maggioranza avrebbe quindi bisogno di rafforzarsi. Ed è a quel punto che entrerebbero in campo i Verdi, protagonisti di un exploit elettorale senza precedenti. Il gruppo che costituiranno sarà il quarto dell’emiciclo, grazie a una crescita di circa 20 seggi rispetto al 2014. L’ingresso nella maggioranza permetterebbe loro di sognare in grande e reclamare persino la presidenza del Parlamento europeo.

Anche se si riuscisse a formare un grande gruppo con al suo interno Lega, Rassemblement National di Marine Le Pen, Alternative für Deutschland, Fidesz e il Brexit Party di Nigel Farage, un panorama di questo tipo avrebbe l’effetto di creare un cordone sanitario intorno ai sovranisti. Nonostante l’ascesa dei consensi, si troverebbero di fatto isolati in aula a Strasburgo.

Invece che più “sovranista”, l’Unione potrebbe persino diventare più “europeista” di prima e puntare a un rinnovamento basato sulla tutela ambientale e sociale.

 

Movimento 5 stelle isolato

Una riflessione a parte merita invece il Movimento 5 stelle, che attualmente siede a Strasburgo nei banchi del gruppo EFDD (Europe of Freedom and Direct Democracy), di cui sono azionisti di maggioranza i promotori della Brexit di Nigel Farage. Grazie al risultato delle urne, quest’ultimo potrebbe addirittura diventare il leader del primo partito europeo, con 29 seggi come la CDU-CSU di Angela Merkel. Un paradosso tutto britannico di cui però non raccoglierà i frutti il Movimento 5 stelle, visto che il gruppo EFDD è destinato a sciogliersi. Farage potrebbe così allearsi con i sovranisti, facendoli schizzare (per qualche mese?) fino a circa 100 seggi, mentre i pentastellati resterebbero col cerino in mano dopo il fallimento dell’alleanza raffazzonata durante la campagna elettorale. Solo gli alleati croati dello Živi Zid hanno infatti ottenuto una poltrona a Strasburgo, non abbastanza per rispettare le regole del Parlamento che chiedono un minimo di 25 deputati provenienti da 7 Paesi per poter formare un gruppo politico. Se non verrà trovata una soluzione, il rischio è di restare impantanati fra i “non iscritti”, che significa non aver diritto ad alcun ruolo di peso all’interno dell’aula.

 

La Commissione europea, tutta un’altra storia

Fatta chiarezza sull’aula di Strasburgo, bisogna ora puntare gli occhi sui capi di governo dell’UE, che si riuniranno oggi a Bruxelles per analizzare il risultato elettorale e provare a trovare la quadra sui nomi per i cosiddetti “top jobs”. Bisogna scegliere una guida per Commissione europea, Banca centrale europea (BCE), Parlamento UE e designare un nuovo alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri. Oggi, tre di questi ruoli sono in mano a italiani: Mario Draghi (BCE), Antonio Tajani (Parlamento UE) e Federica Mogherini (alto rappresentante). Difficile quindi pensare che il nostro Paese possa mantenerne anche solo uno. Soprattutto nel contesto attuale, che vede il governo italiano diplomaticamente isolato in Europa. L’unico Paese “amico” è infatti quello altrettanto isolato di Orbán, non abbastanza per creare alleanze.

Probabilmente il vertice di oggi non partorirà la quadra del cerchio, ma ufficializzerà l’abbandono del metodo dello Spitzenkandidat, secondo cui diventa presidente della Commissione UE il candidato di punta del partito europeo che ottiene la maggioranza dei voti. Se così fosse, a scegliere il successore di Jean-Claude Juncker saranno i capi di Stato e di governo. Senza però dimenticare il ruolo del Parlamento UE, che dovrà approvare la nomina del candidato con un voto a maggioranza assoluta.

 

La partita italiana

L’Italia ha dichiarato fin da subito di puntare a un portafoglio di peso nella Commissione UE come quello economico. Difficile, però, pensare che questo accada. Anche se il nome proposto dal governo italiano fosse accettato dagli altri Paesi e dal futuro presidente della Commissione, questo dovrebbe poi superare l’audizione davanti agli europarlamentari pronti a bocciare un candidato sospettato di condividere idee “sovraniste”. Più alla portata potrebbero invece essere le deleghe all’industria che furono già di Antonio Tajani fra il 2010 e il 2014, quelle alla concorrenza o all’agricoltura.

 

Immagine: Aula dell'Assemblea del Parlamento europeo, dove i membri del Parlamento europeo votano per approvare leggi nell’Unione Europea, a Bruxelles, Belgio (4 marzo 2019). Crediti: Alberto Garcia Guillen / Shutterstock.com

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